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Quei morti in Iraq

La storia del vicebrigadiere Giuseppe Coletta ci impone una profonda riflessione sul merito della nostra presenza militare in Iraq e sul modo in cui nel nostro paese si intende continuare a "fare informazione".
21 febbraio 2005 - Vittorio Moccia

La scorsa estate ero ospite di amici ad Avola: via Napoleone, donne anziane sedute fuori l'uscio di casa a prendere il sole, come si usa da quelle parti. Le guardavo, me le immaginavo, lì avvolte dalla luce e da quel caldo implacabile che solo in Sicilia puoi trovare, a meditare sugli anni passati, sulla propria vita, sui propri affetti.
A pochi passi da noi, in fondo alla strada, spesso si intravvedeva, attraverso la finestra della propria casa, una signora sola, scura di abiti. "Sai" - mi dicevano - "lei la conosciamo, è la madre di uno dei carabinieri morti nella strage di Nassirya; lui era un nostro caro amico. Un giorno di questi andiamo insieme a farle visita, così te la presentiamo".

Poi il giorno è arrivato. Era la madre di Giuseppe Coletta, vicebrigadiere presso il comando provinciale di Castello di Cisterna a Napoli (tu guarda i casi della vita, io sono di Napoli). Il dolore le si leggeva dentro; quello che mi colpì fu la sua inusuale dolcezza quando capì che volevo salutarla con un bacio.

Triste la storia di Giuseppe Coletta: una tragedia aveva profondamente sconvolto la sua vita, la morte per leucemia di un figlio di 5 anni. Da quel momento, come mi descrivevano, aveva deciso di dedicarsi ai bambini che soffrono.
Giuseppe Coletta aveva partecipato in questi anni a missioni in Albania, Bosnia e Kosovo. Quella in Iraq era stata per lui una delle tante occasioni per far del bene: so che raccoglieva in Italia giocattoli, beni di consumo, e li portava ai bambini in quei luoghi di inferno, per regalare loro un sorriso, alleviare le loro sofferenze; so che Giuseppe si era particolarmente attivato per dare una mano ad un bambino irakeno malato cercando di portarlo in Italia.
Coletta, sposato, padre di una bambina di 3 anni, è morto, insieme ad altre 17 vittime, nell'attentato di quel tragico Novembre del 2003, mentre cercava di dare un senso alla sua presenza in Iraq.

Questa vicenda mi ha spinto, nei mesi successivi, a riflettere non poco sul merito della nostra presenza militare in quelle terre.
Intanto Coletta, uomo prima che carabiniere, sta lì a ricordarmi di non commettere mai l'errore di formulare giudizi avventati sulle persone, facendosi condizionare dall'aspetto o da una divisa: ciò che qualifica un essere umano sono i pensieri e le azioni, poco altro.

Nassirya

In secondo luogo mi sono chiesto cosa ci facesse questo "carabiniere per la pace" in quei luoghi.
Ho la mia idea: credo che, grazie ad una buona dose di sprovvedutezza e scarsa lungimiranza, oltre che alla fretta di arrivare per primi ad accaparrarsi le briciole della ricostruzione americana e del petrolio, il governo Italiano abbia totalmente sottovalutato i rischi della missione, spingendo indirettamente i nostri militari al massacro, dopo aver magari fatto credere loro che si sarebbe trattato di una passeggiata a basso rischio.
Lo so, è roba già scritta, ma, dati alla mano, quella che inizialmente poteva essere solo un'ipotesi è diventata col tempo una imbarazzante certezza.
Del resto niente indugi e molto cinismo: i militari devono obbedire, più che pensare; poca democrazia, poca trasparenza pubblica, giovane carne al macello.

L'intervento in Iraq, la cui inaccettabile violenza militare non riesce a trovare ancora oggi nessuna giustificazione plausibile, neppure quella di una (gonfiata a dismisura) rinascita democratica del paese, avrebbe in realtà solo portato al massacro di centinaia di migliaia di inermi cittadini, alla alimentazione di posizioni teocratiche ed anti-occidentali, al rinfocolamento del terrorismo più barbaro e vigliacco, alla resistenza militare, alla guerra civile.
Aggiungo, alla morte di migliaia di militari, compresi i nostri Coletta, perché solo menti di basso profilo potevano illudersi di riuscire a governare lo sconvolgimento di un intero paese, dopo averlo avventatamente provocato, senza comprendere per un solo istante la portata nefasta di quell'intervento militare.

E nell'attesa che chi è causa di questa incommensurabile devastazione umana ritenga che la situazione sia tale da consentirgli di salvare la faccia, continuiamo a registrare un acritico appiattimento del governo italiano sulle posizioni del conquistatore, certi che non muterà facilmente, avendo tale governo dimostrato totale insensibilità se non addirittura scherno e disprezzo per le istanze pacifiste del popolo italiano.
Come già abbiamo scritto in passato, sarebbe da ingenui credere che la situazione in Iraq possa essere risolta con una fuga di massa dal paese militarmente occupato: diventa però sempre più urgente la sostituzione immediata delle forze militari con vere forze multinazionali di pace, espressione di un ampio ventaglio di paesi, compresi quelli arabi, che, sotto un attento monitoraggio delle Nazioni Unite, aiutino l’Iraq a raggiungere una situazione di pacificazione interna e di autonomia, rispettosa dei diritti di uomini e donne e di tutte le componenti etniche, religiose e laiche del paese, sperando nel contempo che possa essere ricucito il dialogo tra Occidente e mondo islamico.

Ci sono segnali preoccupanti in giro. All'appiattimento mediatico sulle posizioni propagandistiche del governo italiano, non solo per ciò che riguarda la vicenda militare, si accompagna il costante tentativo di imbavagliare le voci non allineate: riforma, in senso penale, della legge sulla diffamazione; riforma del codice militare di pace per il controllo preventivo delle notizie da parte dei comandi militari; oscuramento di siti internet di denuncia e informazione "dal basso" (indymedia, accadeinsicilia); siluramento di gionalisti scomodi dalle commissioni governative di indagine (si veda la vicenda Di Nunzio, direttore di reporterassociati.org, sul caso Alpi); accorpamento del fenomeno telestreet ai temi del terrorismo e dell'eversione.

Noi, finchè avremo voce, continueremo senza soluzione a riaffermare e diffondere la nostra idea di pace e convivenza civile tra i popoli, anche e soprattutto per il profondo rispetto verso tanti morti ed il disgusto per i patriottici costernamenti dei salotti televisivi.

Vittorio Moccia
Associazione PeaceLink

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