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Oltre la metà dei peruviani vivono sotto la soglia di povertà

Perù: i sindacati marciano contro Alan Garcia

E' evidente la continuità della politica economica di Garcia con quella di Fujimori e Toledo
22 settembre 2006 - David Lifodi

E' durata appena due mesi la luna di miele tra neoeletto presidente peruviano Alan Garcia e la popolazione peruviana. Passato alla storia come il più giovane presidente dell'America Latina e conosciuto a Lima con il nome di "caballo loco", Garcia fu costretto a fuggire dal suo paese alla fine degli anni '80 per evitare di essere indagato dalla magistratura per corruzione, lasciando così il Perù in una situazione di forte instabilità economica.
Adesso, dopo la vittoria elettorale su Ollanta Humala, deve già affrontare le proteste di un paese che rifiuta le sue politiche neoliberali. E' di pochi giorni fa la marcia di protesta organizzata dalla Cgtp (Confederacion General de Trabajadores del Perù) a cui hanno partecipato oltre tremila persone iscritte al sindacato più forte del paese per contestare le sue scelte in campo economico peraltro supportate di quell'Apra (Alleanza Popolare rivoluzionaria) che un tempo aveva un ruolo di primo piano nella sinistra peruviana. Juan José Gorritti, leader della Cgtp, ha fatto capire al presidente che sindacati e movimenti non lasceranno né passare in silenzio la svendita del paese alle multinazionali né si faranno intimidire dalla pressante presenza della polizia alle manifestazioni, come è successo proprio in occasione del corteo sindacale. Le imponenti misure di sicurezza hanno fatto esclamare ad una anziana manifestante: "Garcia ha già paura". La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il voto di due terzi del Congresso a favore dell'introduzione dell'affitto nel contratto per la regolazione della telefonia fissa da parte dell'Ospitel (Organismo Regulador de la Inversion Privada en las Telecomunicaciones), a cui sono giunte anche le proteste del presidente della Comision de Defensa del Consumidor, un sorta di associazione per la difesa dei diritti dei consumatori in versione peruviana. Per adesso il governo ha nominato una commissione che valuterà come risolvere la situazione, ma ai manifestanti sembra semplicemente una manovra per prendere tempo, come è stato testimoniato, seppur involontariamente, dallo stesso ministro degli esteri Belaunde, affrettatosi a rassicurare gli investitori stranieri sulle possibilità di fare ottimi affari in Perù nonostante il montare delle proteste. La continuità della politica economica di Garcia con quella di Fujimori e Toledo, due tra i peggiori presidenti della storia peruviana, e le promesse disattese dallo stesso Garcia dopo i proclami della campagna elettorale, ha spinto la Cgtp a ricordare al presidente che oltre la metà dei 27 milioni di abitanti del paese vive sotto la soglia di povertà e del bisogno immediato di un cambio di rotta radicale. E' difficile però che Garcia possa soddisfare le richieste dei sindacati, in una situazione in cui anche le maggiori risorse del paese, ad esempio il settore minerario, porta vantaggi solo ai proprietari delle imprese transazionali, ma nessun beneficio ai lavoratori. Invece di prendere atto del fallimento del neoliberismo, Garcia si è fin qui limitato ad una politica di aggiustamenti che in realtà non cambiano quello stato delle cose lasciatogli in eredità da Toledo (firmatario del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti proprio pochi giorni prima della fine del suo mandato), durante la cui presidenza sono aumentati i casi di conflitto sociale che hanno visto come protagonista la popolazione india.
A vantaggio della presidenza "alanista" c'è però il vantaggio di una mobilitazione popolare che non riesce ad imporsi con maggior forza come avvenuto in altri paesi andini: molti conflitti sociali finiscono per rimanere spesso confinati in un ambito localistico, ad esempio in occasione dell'occupazione di un oleodotto nella zona di Datem da parte di un alcuni gruppi indigeni per protestare contro la devastazione ambientale, mentre a livello politico emergono con difficoltà leaders in grado di raggruppare le organizzazioni popolari. Se in Bolivia e in Ecuador si è assistito ad un processo in cui gli indigeni hanno assunto un ruolo determinante (nel primo caso trascinando Morales alla presidenza, nel secondo opponendosi con un certo successo all'Alca e rovesciando vari presidenti "democraticamente eletti" con l'appoggio del Fondo Monetario Internazionale, in Perù continua a pesare molto quel processo coloniale che ha reso difficile la creazione di un progetto politico in cui le organizzazioni indie riescano ad avere il peso della Conaie ecuadoriana o del Mas boliviano.
Quello che adesso tutti si chiedono è se Garcia riuscirà ad imporsi o meno sulle prime proteste o se i sindacati coinvolgeranno i peruviani nella loro mobilitazione.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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