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Sotto accusa "El País" e il "Washington Post"

Venezuela: a Caracas il primo "Encuentro Latinoamericano contra el Terrorismo Mediático"

L'evento si è svolto in concomitanza con il congresso della Sociedad Interamericana de Prensa per evidenziarne le contraddizioni
1 aprile 2008 - David Lifodi
Fonte: Telesur

Una foto su una presunta riunione tra il ministro della Difesa ecuadoriano Gustavo Larrea e Raul Reyes (mediatore delle Farc impegnato per trattare la liberazione di Ingrid Betancourt e ucciso in Ecuador dall'esercitodi Bogotà) pubblicata dal quotidiano colombiano "El Tiempo" e risultata poi un falso è stato l'evento di cui si è maggiormente discusso a Caracas in occasione del primo "Encuentro Latinoamericano contra el Terrorismo Mediático", a cui hanno partecipato giornalisti indipendenti provenienti da Argentina, Ecuador, Messico, Brasile, Cuba e Portorico.
L'evento si è svolto lo scorso fine settimana in concomitanza non casuale con il congresso della Sociedad Interamericana de Prensa (Sip), fautrice, al contrario, di un giornalismo non più solo allineato alle grandi catene televisive e ai potenti gruppi editoriali padroni dell'informazione ma anche alle vere e proprie holding finanziarie che in America Latina stanno lavorando alacremente per riportare l'intero continente alla situazione di sottomissione degli anni '80 e '90. Il convegno della Sip, che si svolge due volte all'anno, non è stata l'unica riunione di questo tipo svoltasi di recente: alcuni giorni fa Miguel Bonasso ha raccontato per il "manifesto" di un'incontro tenutosi a Rosario a cui hanno partecipato le forze più antidemocratiche e reazionarie del Sudamerica, tra cui il direttore di Rctv, la televisione a cui Chavez non ha riconfermato le frequenze di trasmissione e che adesso trasmette comunque sul satellite.
Se Rctv durante il tentato golpe contro Chavez mandava in onda telenovelas e cartoni animati, ben di peggio hanno recentemente fatto "El País" e il "Washington Post", denunciati dal Ministro della Comunicazione venezuelano Andrés Izarra. Intervenuto come relatore, Izarra ha citato uno studio del suo ministero secondo il quale il quotidiano diretto da Javier Moreno nel corso del 2007 ha definito Chavez come "autoritario" per 34 volte, "dittatore" per 10 e "totalitario" per 7 senza contare gli innumerevoli appellativi di "populista e caudillo". Tra il 15 gennaio e il 15 marzo di quest'anno invece, ben 142 articoli sul Venezuela avevano "un contenuto chiaramente negativo e volto a screditare il governo di Hugo Chavez", ha sottolineato Andrés Izarra, spiegando che i lettori di "El País" avrebbero diritto ad un'informazione senza distorsioni e il più completa possibile. L'atteggiamento ostile del quotidiano spagnolo è risultato incomprensibile a tutti i relatori intervenuti all'Encuentro poiché negli ultimi anni Chavez ha vinto tre elezioni presidenziali, superato il referendum revocatorio e accettato la recente sconfitta in merito alle modifiche da apportare alla Costituzione. Lo stesso "Washington Post", prosegue Izarra, "un tempo baluardo del giornalismo investigativo e della ricerca della verità", si è distinto negli ultimi anni per una politica volta a screditare sistematicamente il governo venezuelano. I casi di "Washington Post" e "El País" sono stati definiti come un esempio di "terrorismo mediatico", al pari della notizia diffusa dal governo colombiano in merito al ritrovamento, nei dintorni di Bogotà, di materiale radioattivo con cui si costruiscono le bombe atomiche, attribuito immediatamente ai guerriglieri delle Farc, cosa che sembra quantomeno improbabile, aldilà del giudizio che ognuno può esprimere sulla legittimità o meno delle loro azioni. In particolare, il giornalista argentino José Steinsleger, collaboratore de "La Jornada" e fondatore della Felap (Federación Latinoamericana de Periodistas), ha messo in guardia rispetto al ruolo svolto dai mezzi di comunicazione privati (tv e giornali) che cercano soprattutto di destabilizzare i paesi governati da presidenti progressisti, principalmente Ecuador e Venezuela, tanto da spingersi a prendere apertamente le difese di Uribe e del suo governo in merito allo sconfinamento delle truppe colombiane in territorio ecuadoriano da cui poi è derivata l’uccisione di Raul Reyes.
L'ambasciatore venezuelano in Messico Roy Chaderton ha ricordato la tattica della stampa omologata, abile a spacciare come reale un fatto, una fonte, un evento senza verificarne la veridicità e darlo ugualmente come notizia ai lettori o ai telespettatori, prima di chiamare alla "resistenza e alla moltiplicazione dei media alternativi" e terminando il suo intervento con un duro attacco al convegno della Sip, definito come "enormemente ridicolo".
Un'altra contraddizione emersa dal congresso della Sip è stata ben evidenziata da Freddy Fernandez, presidente dell'agenzia di stampa Abn (Agencia Bolivariana de Noticias): "All'incontro della Sip non si parla di giornalismo, ma della difesa degli interessi dell'Impero", ha sottolineato, e in effetti è piuttosto strano che ci si preoccupi della libertà di espressione e informazione in Bolivia, Ecuador e Venezuela e non si spenda una parola sul Messico, il paese dove la professione di giornalista non allineato richiede un coraggio non indifferente, considerate le frequenti uccisioni dei reporters che lavorano nel paese governato da Felipe Calderon.
Agli interventi dei relatori è poi seguita la lettura della "Dichiarazione di Caracas contro il Terrorismo Mediatico", che ha sancito la fine dell'Encuentro.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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