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    Internationalnews

Nicaragua ed il FMI 1991-2007: 16 anni persi

Analisi e studio dell'economista Adolfo Acevedo Vogl
25 luglio 2008 - Giorgio Trucchi

Adolfo Acevedo Vogl (© Foto G. Trucchi)

Dopo la sconfitta elettorale del FSLN nel 1990, il Nicaragua ha firmato il suo primo accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) in settembre del 1991, in base a un Programma "Stand By" di 18 mesi.
In maggio del 1994 è iniziato il secondo programma, questa volta con la formula di un Programma di tre anni del Servizio ESAF (Enhanced Structural Adjustment Facility). Il terzo programma fu un nuovo accordo ESAF raggiunto in marzo del 1998, con scadenza nel 2002.
Il quarto programma, sempre di tre anni esteso poi a quattro, venne accordato in dicembre del 2002 in base al Servizio PRGF (Poverty Reduction and Growth Facility) del FMI. Il quinto programma è stato firmato nel 2007, sempre in base al PRGF del FMI.

I Programmi con il FMI come strumenti di ristrutturazione regressiva della società.

È importante rimarcare il contesto sociopolitico ed economico nel quale si inserirono questi Programmi.
Dal 1990 il paese è entrato in un periodo di transizione tra due processi di cambiamento, di natura sociale opposta: il processo di cambiamento promosso dalla Rivoluzione, che ha rappresentato un tentativo di inclusione sociale della maggioranza della popolazione e che era entrato in crisi, ed il processo di ristrutturazione o restaurazione conservatrice iniziato con il trionfo elettorale della UNO.
Le denominate politiche di stabilizzazione e di "riforme strutturali", promosse avendo come ariete fondamentale i Programmi con il FMI, agirono come strumento della ristrutturazione regressiva della società.
Agli inizi degli anni 90, il Nicaragua emergeva da una guerra distruttiva, con un marcato e profondo deterioramento della sua economia.
In quelle condizioni, ciò che risultava necessario era iniziare un forte processo di investimento per riabilitare e sviluppare l'infrastruttura fisica ed il capitale umano del paese, entrambi molto arretrati e deteriorati dalla guerra. Il FMI ha invece imposto drastici programmi "standard" di stabilizzazione ed aggiustamento, cercando di raggiungere a breve termine e ad ogni costo deficit fiscali minimi, in condizioni in cui le entrate fiscali erano eccessivamente ridotte, mentre priorizzava l'uso delle limitate risorse per portare a termine il pagamento del Debito Estero, il quale arrivò ad assorbire in media il 51 per cento delle entrate fiscali. A causa di queste massicce restrizioni, il Nicaragua non poté contare sulle risorse minime per effettuare gli investimenti indispensabili per recuperare prospettive basilari di sviluppo futuro e ridurre gli enormi livelli di povertà.
In un contesto di basse entrate fiscali e di un ingrossato servizio del Debito Estero, mantenere ad ogni costo un deficit fiscale molto ridotto implicava mantenere a livelli assolutamente minimi la spesa pro capite che il governo poteva effettuare per rispettare le sue responsabilità fondamentali in termini di istruzione, salute, acqua potabile e risanamento, abitazioni ed infrastruttura fisica.
Come si sa, dal punto di vista della teoria economica, l'investimento pubblico risulta indispensabile in ambiti come il capitale umano, la conoscenza e la tecnologia e il capitale fisico pubblico (infrastrutture), che costituiscono pre requisiti ed elementi fondamentali dello sviluppo.
Tuttavia, le politiche di severa restrizione fiscale e di priorità assoluta del Debito Pubblico, promosse dal FMI nei paesi in via di sviluppo, costituirono una restrizione fondamentale alla possibilità di questi paesi di portare a termine gli investimenti che avrebbero permesso loro di recuperare prospettive basilari di sviluppo futuro.
Questo ha voluto dire che le condizionalità del FMI non hanno solamente imposto al paese alti costi a breve termine, in concetto di ulteriore aggravamento delle difficoltà economiche iniziali dei paesi e di imposizione di elevati costi sociali alla popolazione, ma ha anche implicato costi irreversibili a lungo termine. In effetti, se i paesi in via di sviluppo sono rimasti paralizzati da queste politiche, sono anche stati privati della possibilità di recuperare prospettive basilari di sviluppo futuro.
Non si spiega inoltre perché lo sforzo di accomodamento si sia concentrato esclusivamente sul contenimento della spesa, mentre si assicurava ad ogni costo l'enorme pagamento del Debito Estero - restringendo al massimo gli altri titoli della spesa -. Contemporaneamente, vennero abbandonate le zone rurali, nelle quali si concentrano i maggiori e più estremi livelli di povertà e dove sopravvive ancora oggi il 43 per cento della
popolazione, essendo inoltre il settore che genera maggiori fonti di lavoro nel paese (il 34 per cento dell'occupazione totale). Più del 75 per cento del lavoro agricolo viene generato da unità economiche molto piccole, con poca terra, che impiegano da 1 a 5 persone, prevalentemente familiari.
Vennero smantellate le istituzioni tradizionali di stimolo all'agricoltura e di sostegno ai piccoli e medi produttori (programma di credito rurale, assistenza tecnica, ENABAS). Queste misure approfondirono ancora di più l'emarginazione e la povertà della popolazione rurale e furono adottate in base a concetti ideologici secondo i quali gli interventi governativi sempre ed in ogni caso distorcono i mercati. Questi ultimi, invece, lasciati liberi di agire liberamente, avrebbero prodotto una ristrutturazione che avrebbe favorito una maggiore "efficienza" nel settore.
Il FMI, invece di assicurare al paese infrastrutture basilari e capitale umano per il futuro, si concentrò sulle privatizzazioni immediate delle imprese pubbliche e sull'apertura, deregolamentazione e liberalizzazione dell'economia.
La veloce apertura dell'economia provocò l'immediato smantellamento della piccola industria artigianale e di una parte importante dell'industria nazionale. La deregolamentazione finanziaria concentrò velocemente il credito sul commercio e sul consumo, e sui clienti con maggiori entrate, riducendo al minimo il finanziamento delle attività produttive dei piccoli e medi produttori. Risultò impossibile implementare una politica di promozione e protezione selettiva di attività, né di riabilitazione e diversificazione produttiva, perché lo Stato rimase senza strumenti per promuovere questo tipo di politiche di incentivo.
È inoltre degna d'attenzione l'esagerata enfasi posta dal FMI sulla privatizzazione delle Imprese di Servizio Pubblico, nelle aree della generazione e distribuzione di energia elettrica e telecomunicazioni.
Queste imprese vennero vendute a prezzi stracciati sotto la pressione del FMI, rappresentando un'enorme perdita patrimoniale per il settore pubblico, a beneficio di grandi imprese private. A volte furono vendute in condizioni completamente svantaggiose - per esempio, la vendita del primo pacchetto azionario pubblico dell'impresa di telecomunicazioni ENITEL, equivalente al 51 per cento delle azioni, contemplava il pagamento di 10 milioni di dollari all'anno per l'acquisto dell'impresa e contemporaneamente, lo Stato avrebbe pagato all'impresa compratrice 10 milioni di dollari delle utilità di ENITEL per farsi carico dell'amministrazione dell'impresa stessa. Praticamente ENITEL venne pagata dal compratore con le stesse utilità dell'impresa. Lo Stato, che aveva mantenuto il controllo del 49 per cento del pacchetto azionario, non ricevette mai un solo centesimo delle utilità di questa impresa che stava generando più di 70 milioni di dollari all'anno di utilità.
Uno degli assi centrali della politica del FMI fu la forte riduzione del personale pubblico e la drastica riduzione del salario dei lavoratori dello Stato in termini reali, attraverso il "congelamento" dei salari in termini nominali.
Come risultato di questa politica, la "spesa in stipendi e salari" del Governo passò dal 30 per cento della Spesa Totale del Governo Centrale nel 1992, al 17 per cento nel 1997. Allo stesso tempo, la massa salariale totale del Governo diminuì da un importo globale di 157 milioni di dollari nel 1992 a 105 milioni nel 1997.
Il salario medio dei lavoratori del settore pubblico diminuì da 140 dollari al mese nel 1992, equivalente al 74 per cento del salario medio nazionale, a 93 dollari nel 1997, equivalente a solo il 54 per cento del salario medio nazionale.
È in questo periodo che cominciò a crearsi l'enorme dislivello salariale che ancora oggi si trascinano i maestri, i poliziotti ed i lavoratori del settore Salute, soprattutto infermieri e medici.
In questo modo veniva scartata la possibilità di un'opzione politica che tendesse a un concetto di sviluppo che non concordasse con la visione degli organismi finanziari multilaterali. Nonostante ciò è necessario esplorare altre forme e strumenti affinché il futuro del paese e dei milioni di esseri umani che ci vivono non venga deciso da processi escludenti. Se così non fosse, si starebbe rafforzando la percezione di condizionamento del futuro in base all'imposizione di una logica e di un pensiero dominante o unico, che non lascia spazio alla propria libertà, né all'esercizio stesso della democrazia, che implica la possibilità di scegliere liberamente tra varie opzioni.

© (Traduzione Giorgio Trucchi Lista Informativa "Nicaragua y más" di Ass. Italia-Nicaragua www.itanica.org)

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