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La Conaie aveva definito la misura come “colonialista”

Ecuador: Correa sospende lo sgombero della Conaie dalla propria sede. Per ora.

La nuova provocazione di Correa contro la Conaie svela la natura reazionaria della sua coalizione
12 gennaio 2015 - David Lifodi

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Il presidente ecuadoriano Rafael Correa e la coalizione governativa di Alianza País hanno sospeso lo sgombero imposto alcune settimane fa alla Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie), una delle organizzazioni indigene più importanti, e popolari, di tutta l’America Latina: nella sua sede avrebbe dovuto sorgere una casa di accoglienza per giovani ed adolescenti abbandonati dalle loro famiglie e con problemi di droga. In realtà, il tentativo di cacciare la Conaie segna una nuova tappa nella guerra dichiarata dal presidente Correa agli indigeni e, più in generale, ai movimenti sociali ecuadoriani.

“Dovranno cacciarci dalla nostra sede con la forza”, aveva dichiarato solo poche settimane fa Katy Betancour, una delle dirigenti più rispettate della Conaie, che negli ultimi tempi aveva partecipato alle marce di protesta contro la riforma del lavoro imposta dal presidente Rafael Correa, giunto a Palacio de Carondelet grazie soprattutto ai movimenti indigeni e alle organizzazioni popolari per poi tradire, progressivamente, le loro aspettative, nonostante a parole continui a mostrare il suo progressismo e resti all’interno dell’Alba, l’Alternativa bolivariana per le Americhe. Le sede della Conaie era stata ceduta loro dal governo nel 1991 ed è sembrata un po’ troppo sospetta l’urgenza di sgomberare i locali per far posto ad una casa di accoglienza che avrebbe potuto sorgere altrove, per non pensare ad un’azione punitiva nei confronti dell’organizzazione indigena. Fu il presidente Rodrigo Borja a firmare un contratto di comodato d’uso per la sede con la Conaie (che avrebbe dovuto durare fino al 2021), oltre a promuovere la consegna delle terre alle comunità indigene ed una campagna di alfabetizzazione ed istruzione bilingue. Bastione di resistenza alle politiche neoliberiste e sviluppiste ormai sposate da Correa (si pensi all’estrattivismo minerario per il quale stravede il presidente, o alla sospensione dell’iniziativa Yasuní ITT), la Conaie aveva aderito, nei mesi scorsi, non solo alla protesta del Frente Unitario de Trabajadores contro la riforma del lavoro, ma contestato anche la riforma costituzionale che permetterebbe al presidente di essere rieletto. Inizialmente, Correa sembrava intenzionato a tirar dritto per la sua strada, senza ascoltare nemmeno le lettere aperte inviategli dal geografo e sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos e del premio Nobel per la pace argentino Adolfo Pérez Esquivel. Il geografo aveva definito lo sgombero della Conaie come un’azione ingiusta e politicamente insensata che avrebbe impedito la trasformazione dell’Ecuador in una società più giusta, interculturale e plurinazionale. La cacciata della Conaie dalla propria sede, proseguiva Boaventura de Sousa Santos, avrebbe significato un atto di esclusione per tutte le organizzazioni popolari. Simili le parole di Adolfo Pérez Esquivel, che invitava a rispettare i diritti della Conaie in quanto organizzazione storica della società civile ecuadoriana nel segno di monsignor Leónidas Proaño, il vescovo di Riobamba che dedicò la sua vita ad appoggiare i diritti culturali e territoriali e l’identità dei popoli indigeni. In realtà, ciò che teme Rafael Correa, è la società civile organizzata, stufa di vedere il proprio paese svenduto alle multinazionali legate all’estrazione mineraria, petrolifera e alla costruzione delle grandi centrali idroelettriche nell’ambito di un nuovo desarrollismo. Inoltre la Conaie, a cui aderiscono oltre cinquemila comunità indigene, fa paura a Correa poiché ha giocato un ruolo rilevante nella caduta dei presidenti Abdalá Bucaram (1997) e Jamil Mahuad (gennaio 2000), ma ha partecipato anche alla mobilitazione della borghesia urbana di Quito, denominata dei forajidos, che nell’aprile 2005 costrinse il colonnello Lucio Gutiérrez ad abbandonare la presidenza. Fu sempre la Conaie, nel 2007, a dare la spinta decisiva a Correa per la sua elezione a Palacio de Carondelet e per la stesura della nuova Costituzione, la più avanzata a livello di tutela di diritti civili, sociali e politici, all’insegna del buen vivir indio (il Sumak Kawsay) e dello stato plurinazionale, ma rimasta in gran parte inapplicata. Poi la luna di miele tra Conaie, organizzazioni popolari e Correa è rapidamente terminata. Raúl Zibechi ricorda i passaggi salienti che hanno portato alla rottura. Nel 2009 Correa tentò di revocare la personalità giuridica all’organizzazione non governativa Acción Ecológica, che in futuro sarà più volte oggetto delle invettive presidenziali, fino a quando una mobilitazione internazionale capeggiata dallo scrittore Eduardo Galeano consigliòil mandatario a tornare sui suoi passi. Inoltre, evidenzia ancora Zibechi in un articolo scritto per il giornale uruguayano Brecha, ci sono almeno duecento dirigenti e militanti indigeni accusati di terrorismo per aver bloccato le strade e organizzato marce di protesta per difendere i propri diritti, e sempre Correa, lo scorso dicembre ha impedito l’ingresso nel paese ad alcuni parlamentari tedeschi che intendevano visitare alcuni progetti nel paese tra cui quelli all’Iniciativa Yasuní ITT, sospesa il 15 agosto 2013 per aprire all’estrazione petrolifera contro la quale i movimenti sociali avevano raccolto circa 70mila firme allo scopo di convocare un referendum, opportunità poi negata dal Consejo Nacional Electoral. Ormai, il governo ha individuato in organizzazioni indigene e collettivi ecologisti un nemico, come evidenziato anche dalla sprezzante risposta di Alianza País al sociologo Boaventura de Sousa Santos, nella quale i dirigenti della Conaie sono definiti come golpisti e viene evidenziata l’apertura della Revolución Ciudadana ai “settori onesti dei movimenti indigeni e sociali”. E ancora, rincara Alianza País, i diritti delle comunità indigene non si riducono alla necessità di tenere aperta una sede solo per alcuni dirigenti. Dal canto suo, la Conaie, già prima della revoca dello sgombero, aveva definito la cacciata dalla sede storica dell’organizzazione come un attacco rivolto non solo agli indigeni dell’Ecuador, ma dell’intera America Latina. La Conaie ha ricordato la sua posizione critica nei confronti della Ley de Tierras, della Ley del Agua e le molteplici attività di sensibilizzazione, a partire dalla scuola politica che ha sempre denunciato il colonialismo e l’oppressione nei loro confronti, rilanciando le battaglie per i beni comuni, la dignità e la vita e contrastando i tentativi di privatizzazione dei servizi essenziali del paese, a partire dai trattati di libero commercio. In pratica, il governo di Rafael Correa, per quanto possa sembrare paradossale, sta cercando dia coronare il vecchio sogno della destra ecuadoriana, quello di colonizzare, e annichilire le istanze del mondo indigeno nel segno di una presidenza autodefinitasi arbitrariamente progressista e di sinistra. Alberto Acosta, che nel corso delle ultime presidenziali si era candidato come alternativa, da sinistra, a Correa, ha sottolineato che il governo sta provando a cancellare tutte le istanze rivoluzionarie contenute nella Costituzione, a partire dalle tutela dei valori indigeni alternativi al modello neoliberista.

“Il governo di Rafael Correa”, accusa la Conaie nonostante la sospensione dello sgombero, “non è diverso da altri esecutivi neoliberisti”: la battaglia tra l’organizzazione indigena e il presidente probabilmente proseguirà e l’impressione è che il mandatario ecuadoriano non aspetti altro che trovare un casus belli per attaccarla di nuovo.      

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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