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Prosegue la militarizzazione del territorio in Cile e in Argentina

Mapuche senza pace

Dietro alla repressione i diktat delle grandi imprese forestali e minerarie
23 febbraio 2017 - David Lifodi

internet “Il movimento mapuche non è mai stato riconosciuto a livello istituzionale, lo Stato cileno rifiuta di dichiararsi come plurinazionale e rimane su posizioni conservatrici e fasciste”. Questo commento così duro, riportato su Rebelión, appartiene al portavoce della Coordinadora Arauco Malleco (Cam) Héctor Llaitul nel corso di una lunga intervista in cui l’esponente della Cam esprime tutta la sua sfiducia verso il recente negoziato proposto da Nueva Mayoría, il partito di centro sinistra a cui appartiene la presidenta Michelle Bachelet.

Nei mesi di gennaio e febbraio i mapuche hanno dovuto subire dei veri e propri attacchi a livello giudiziario e poliziesco, tra sgomberi della terra ordinati dalla magistratura e azioni violente da parte dei militari. Se l’intenzione di aprire dei negoziati con i mapuche intende frenare il conflitto in corso, dall’altro non si può fare a meno di evidenziare come lo Stato cileno  e le sue istituzioni siano rimaste all’epoca della dittatura pinochettista. Allora, come oggi, a comandare, sono le grandi imprese legate ai settori più conservatori del paese e interessate a depredare il territorio mapuche a partire dalle sue risorse principali, la terra e l’acqua. Il modello estrattivista si è affermato e consolidato nel paese anche sotto il mandato presidenziale di Michelle Bachelet e, senza il riconoscimento della nazione mapuche da parte dello Stato, difficilmente il conflitto sociale in corso andrà scomparendo. Definita come la Palestina latinoamericana, la nazione mapuche vive sotto l’oppressione coloniale dello Stato cileno e anche il tavolo dei negoziati parte da un presupposto sbagliato, quello della pacificazione, come se i mapuche dovessero sopportare senza aprir bocca la cosiddetta chilenización forzada che rifiuta gli ideali di sovranità e autodeterminazione. Omicidi mirati, processi e una persecuzione politica sistematica  sono le risposte utilizzate finora dallo Stato cileno. Date queste premesse, parlare di dialogo non è semplice, anche se dalla Moneda hanno cercato di ammorbidire la posizione dei mapuche offrendo una rappresentanza politica, forse anche allo scopo di dividere il movimento, ma tutto ciò si inserisce nel progetto estrattivista e produttivista di un Cile dove a farla da padrone, indipendentemente dal governo di turno, resta il grande capitale. Finora il Cile ha sempre considerato i mapuche come nemici interni e, addirittura, ha utilizzato una serie di armamenti di ultima generazione, acquistati da Israele, per militarizzare ancora di più il territorio mapuche, dove la violazione dei diritti civili e umani rappresenta la quotidianità. La Nueva Mayoría ha finito per non scostarsi troppo dalla visione della destra.

La regione della Araucanía, quella dove vive la maggioranza dei mapuche residenti in Cile, resta tuttora militarizzata, mentre le grandi imprese, principalmente quelle forestali, definiscono i mapuche stessi come “terroristi” e invocano la mano dura. Tra le proposte di Michelle Bachelet c’è quella, apprezzabile, di creare un registro nazionale dove siano inserite le vittime di violenza affinché possano essere indennizzate, ma è evidente come il problema sia principalmente politico e che non bastino operazioni come questa per soddisfare il popolo mapuche. Ad esempio, è stato chiesto alla presidenta di chiedere ufficialmente scusa, in rappresentanza dello Stato cileno, per il conflitto che ha causato un alto numero di vittime nell’Araucanía, a partire dal caso di Matías Catrileo, giovane mapuche ucciso a colpi di pistola dalla polizia nel 2008. E ancora, tra le centinaia di casi rimasti irrisolti, c’è la persecuzione politica e giudiziaria nei confronti della machi Francisca Linconao, accusata di essere coinvolta nell’omicidio della coppia di proprietari terrieri Luchsinger-Mackay, uccisi nel 2013. “Non si tratta solo di assenza dello stato di diritto”, ha evidenziato il sacerdote Carlos Bresciani, che si trova in una delle aree dove è più forte il conflitto tra lo Stato e i mapuche, “quanto della mancanza di  rispetto dei diritti umani da parte dello stesso Stato”. Lo Stato cileno ha un debito storico con i mapuche, vittime delle violenze dei militari al servizio del potere e delle multinazionali, che non esitano ad utilizzare imprese di sicurezza private, dove sono impiegati mercenari senza scrupoli.

Inoltre, l’utilizzo del termine “violenza”, spesso associato esclusivamente ai mapuche, serve per fare terra bruciata intorno a loro e a rafforzare le istanze della destra, che chiede in maniera ossessiva una sempre maggiore militarizzazione del territorio, peraltro sostenuta anche da esponenti del governo, come il ministro dell’Interno Mario Fernández, il quale in più di una circostanza ha parlato di “terrorismo” riferendosi ai mapuche.

 La stessa situazione viene vissuta dai mapuche che vivono nella Patagonia argentina, dove il mese scorso la compagnia Tierras del Sud Argentino, che lavora per conto di Benetton,  ha chiesto l’intervento della polizia per sgomberare l’occupazione dei binari di un treno turistico che attraversa il territorio di conflitto tra mapuche e Benetton. L’espulsione dei mapuche dalle terre usurpate da Tierras del Sud Argentino, conclusasi con una decina di feriti e altrettanti arresti, è derivata dalla paventata intenzione di Benetton di costruire un progetto minerario ed è stata fortemente stigmatizzata dal Premio Nobel per la Pace Adolfo Pèrez Esquivel. Anche in Argentina s parla di una soluzione pacifica del conflitto, ma se a dirlo è Claudio Avruji, segretario ai diritti umani e al pluralismo culturale nominato da Mauricio Macri e che in più di una circostanza ha cercato di ridimensionare, se non addirittura negare, la tragedia dei trentamila desaparecidos, c’è poco da stare allegri.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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