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Elisa Tugliani e il palcoscenico della vita

Una chiacchierata a tutto tondo con la giovane e talentuosa attrice perugina, protagonista del cortometraggio Oltre le nubi
15 marzo 2016 - Beatrice Ruscio


Elisa Tugliani ha il fisico minuto e l'espressione dolce, quasi da bambina, occhi grandi e profondi che racchiudono un mondo di emozioni ma, quando inizi a conoscerla scopri in lei una forza incredibile e una determinazione che la porterà molto lontano.
-Non sognavo di fare l’attrice – confessa con un sorriso - da bambina, a dire il vero, volevo fare molte cose, dalla ballerina alla nuotatrice al magistrato e molte altre ancora. Ero un vulcano di idee ma, forse, ancora un po' confuse. Eppure questa passione era già presente in me, nascosta da qualche parte e veniva fuori ogni qual volta costringevo le mie cuginette ad allestire piccoli spettacoli per i nostri genitori, anche se loro avrebbero preferito andare a giocare all'aria aperta. Ancora me li rinfacciano quei lunghi pomeriggi trascorsi in casa a provare e riprovare, come se ci trovassimo su di un set vero. Io invece mi sentivo a mio agio e mi divertivo un mondo. All’età di 18 anni ho iniziato a frequentare i primi laboratori teatrali e dopo il primo spettacolo è scoccata la scintilla che mi ha fatto innamorare di questo lavoro. Da allora non mi sono più fermata. Elisa Tugliani

Chi è e come nasce Elisa Tugliani attrice?
-Sono nata e vissuta a Perugia fino all’età di 26 anni e poi ho preso il volo verso Roma, un amore nei confronti della capitale che dura ormai da nove anni. Adoro gli stimoli che una metropoli può offrire e per il percorso professionale che ho scelto è fondamentale vivere nel posto giusto ma, quando ho bisogno di rigenerarmi, di ritrovare il contatto con me stessa, torno a passeggiare nel cuore verde e silenzioso della mia terra. Lì ho iniziato i miei studi sia teatrali che universitari, mi sono laureata in Scienze della Comunicazione e contemporaneamente mi sono diplomata come attrice al Centro Universitario Teatrale. A Roma poi ho proseguito la formazione artistica all’International Acting School of Rome diretta da Giorgina Cantalini. La formazione artistica è in continua evoluzione e prosegue di pari passo con quella accademica e in questo periodo sto preparando la tesi di laurea per la facoltà di Psicologia.

Psicologia e teatro, due percorsi che hanno molto in comune e mettono in evidenza un lato profondamente introspettivo del tuo carattere, un bisogno di conoscenza e comprensione della vita, sia dentro che fuori il palcoscenico.
-Ho sentito da sempre un interesse profondo per l’Altro, per le persone, per l’essere umano. È un bisogno di contatto e di scoperta di noi stessi attraverso le relazioni e di condivisione di momenti che rendono significativa la nostra esperienza di vita. Quando questo si realizza sento di avere anche io un posto nel mondo, che c’è qualcosa che mi corrisponde. Attraversare le circostanze di vita di altri e lasciarsi toccare, trasformare dalla loro storia, farne un’esperienza incarnata che ci coinvolge completamente e che, in piccoli momenti speciali, ci fa vibrare insieme al nostro personaggio, come fossimo una cosa sola.

Quali sono state le tue prime esperienze sul palco? Al momento stai lavorando a qualche altro progetto?
-Il mio percorso inizia con il teatro. Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con dei grandi maestri tra i quali Nikolaj Karpov, Ludwig Flaszen, Giorgina Cantalini, Alessio Bergamo, Joseph Ragno. Ci sono dei lavori che mi sono rimasti nel cuore, come lo spettacolo “Purificati” dell’autrice inglese Sarah Kane diretto da Antonio Latella e il lavoro sul dramma schnitzleriano “Signorina Else”, diretto da Giorgina Cantalini. Dal 2010, assieme ad altri giovani attori, abbiamo formato un gruppo con cui portiamo avanti progetti nostri, sia partendo da testi classici, sia su lavori più sperimentali. Adesso sta partendo un progetto laboratoriale per me molto importante, all'interno del quale seguirò personalmente un gruppo di ragazze che hanno alle spalle storie dolorose e difficili. Tenteremo insieme di creare uno spazio tutto loro, dove rientrare in contatto con altri contenuti della loro esperienza di vita e dove potersi esprimere liberamente, in un contesto di fiducia e reciproco ascolto.

Quando ti hanno parlato per la prima volta del progetto del cortometraggio Oltre le nubi, qual è stata la prima cosa che hai pensato?
-Devo essere sincera? Il mio primo pensiero è stato "Aiuto!". Non vorrei essere fraintesa ero felice ed onorata della proposta, ma il tema del cortometraggio era molto forte e aveva, forse, toccato determinate corde del mio essere che mi avevano fatto attivare delle difese. In parte temevo di non essere all'altezza, di non essere in grado di rappresentare sullo schermo il dramma di un territorio che non mi apparteneva. Io, da esterna, da 'straniera' cosa avrei potuto dare?
Poi però mi sono fatta coraggio, perché quando si manifestano queste paure significa che lì, in quel progetto, c’è qualcosa che ci tocca e che abbiamo il dovere di approfondire se è vero che abbiamo scelto questo mestiere, ovvero di essere un mezzo in carne ed ossa attraverso cui può emergere una storia importante da raccontare e ricordare. E nel momento in cui ho deciso di accettare il ruolo di Martina ho messo anima e cuore in questo lavoro.

Conoscevi già la situazione ambientale e sanitaria di Taranto o l'hai scoperta grazie a questo film?
-Sì, conoscevo i conflitti in corso, seguivo come molti in Italia lo svolgersi degli eventi su Tg e giornali, ma non avevo avuto fino a quel momento nessun contatto diretto con il territorio e come sappiamo in molti casi questo coincide con un’approssimazione mediatica che non ci dà coordinate vere sulle quali orientarci. Non conoscevo il lavoro incisivo svolto dal Fondo Antidiossina, quanto fosse attiva e propositiva molta parte della cittadinanza nella diffusione delle informazioni, nella lucida fermezza del non sottomettersi al ricatto di essere costretti a scegliere fra due diritti così importanti come la salute e il lavoro e, soprattutto, non ero a conoscenza dei dati diffusi dal Fondo Antidiossina sugli impatti ambientali dell'inquinamento e gli effetti sanitari. Questa ovviamente è stata la parte più scioccante e dolorosa da scoprire, che mi ha fatto e mi fa ancora oggi, molto riflettere.

È stato difficile calarsi nei panni di una ragazza malata di cancro? Quanto c'è di Martina in Elisa?
-Sinceramente è stato doloroso, ma il contatto con il personaggio di Martina è stato per me anche infinitamente delicato e dolce, disarmante e al tempo stesso molto potente. E rappresentando questa realtà si sono risvegliati in me ricordi del passato. Purtroppo ho esperienza della malattia, so cosa significa vivere a contatto con una persona amata affetta da un male grave e cronico. L'intera famiglia si ammala insieme al malato e gli umori di tutti, nonostante i tentativi di essere forti e positivi per far fronte alla situazione, dipendono da come sta quel giorno il nostro caro, quando sta meglio è una festa per tutti, quando non va, non va per nessuno. Le emozioni sono tutte amplificate, anche quelle belle, perché ci si rende conto che potrebbero essere sempre le ultime vissute insieme. Poi un giorno all’improvviso, perché non siamo mai pronti ad un evento così traumatico, la perdita. La viviamo come qualcosa di ingiusto, tremendamente doloroso e ci sentiamo sconfitti e derubati, privati all’improvviso del bene più prezioso. Pensiamo alle occasioni perse e solo allora comprendiamo appieno il valore dei nostri legami affettivi. Ma non è solo questo che resta, ci sono le piccole grandi cose che non dimenticheremo mai, i momenti condivisi, l'amore dato e ricevuto, enormi doni che sono il motore della nostra crescita, i tesori che ci aiutano ad investire nel nostro futuro.

Quello che a me ha colpito sono stati i tuoi occhi, intensi e pieni di tenerezza in alcune scene e scavati dalla paura e dal dolore in altre. L'amore mai dichiarato da una parte e, dall'altra, il suo coraggio nell'affrontare la malattia e nel continuare a lottare per la causa. Sei riuscita a condensare tenerezza e forza, coraggio e dolcezza e la scena del ballo è, a mio parere, una delle più emozionanti ed intense. Qual è stata la scena più difficile da girare per te?
-Le scene più difficili sono state, allo stesso tempo, quelle per me più intense, come la scena della clinica. Stare lì davanti ad un medico ed avere la certezza della malattia produce uno shock nella mente di una persona, una sorta di frattura e impone, di colpo, una revisione di tutta la sua esistenza. L’altra scena che ho sentito particolarmente è stata quella del ballo, l’inaspettata visita della persona amata che muove romanticismo e allo stesso tempo timore, dato che arriva subito dopo aver ricevuto la notizia della malattia. Per come l’ho vissuta io, Martina in quella scena compie una specie di metamorfosi, ricordando i momenti della sua infanzia e segna un trapasso: c’era un allora e c’è un adesso, l’infanzia appare dolce e lontana ma c'è il presente da vivere, da tenere stretto, prima che scivoli via dalle mani. Il qui ed ora è l'unica cosa che conta, l'unica che a questa giovane donna appartiene. Martina in quel momento rinasce, sboccia come un fiore, lascia dietro di sé la bambina che era e diventa donna.  Elisa Tugliani

Durante la prima al teatro Orfeo ho spesso guardato gli altri spettatori e in alcune scene che ti vedevano protagonista, tanti erano commossi e molto toccati. Molte delle persone che erano lì quella sera sanno cosa vuol dire combattere contro il cancro e perdere una persona cara a causa di questa malattia. In quei momenti ognuno di loro ha rivissuto il proprio dramma, attraverso la sofferenza che tu portavi in scena. È stato molto forte. Forse anche tu, fino a quella sera, non ti eri resa conto di quello che poteva rappresentare il vostro film per i tarantini. Sei riuscita a percepire queste sensazioni?
-Hai ragione Beatrice, non mi aspettavo un feedback così forte e commovente. Mi ha molto sorpreso. Come ho già detto era molto rischioso questo progetto e non parlo ovviamente in termini di performance ma, umanamente. Il rischio maggiore era quello di ferire la sensibilità di persone già provate da un’esperienza come questa. E sarebbe stato per me, ma immagino per tutti quelli che hanno partecipato al progetto, la vera sconfitta. La malattia porta con sé un tabù, uno stigma sociale soprattutto quando si evoca lo spettro del cancro, e bisogna saper toccare questo tipo di argomento con rispetto e delicatezza, in modo da non ferire l'animo delle persone e poter creare un vero e significativo momento di condivisione. Il vero banco di prova, per noi attori, ma anche per tutti coloro che vi hanno partecipato, è quello dell’incontro fra il prodotto e il pubblico. E stavolta per noi era un pubblico speciale, che ha compreso lo spirito con cui è stato affrontato il nostro lavoro.

Il cortometraggio Oltre le nubi è stato girato in gran parte nel quartiere Tamburi, un tempo la zona più salubre della città e ora sommersa da fumi e polveri. Che sensazioni hai provato in quei giorni?
-Sono rimasta molto impressionata, l’aria ha davvero un odore particolare, metallico, non saprei bene come spiegarlo ma, in alcuni giorni, la percezione è più evidente. Quando si levavano più intensi i fumi dall'area industriale sembrava di trovarsi in un quartiere blindato, finestre chiuse, parchi giochi deserti, una piccola roccaforte dentro la quale trincerarsi, per proteggersi.
Le persone del quartiere sono state molto accoglienti con noi e le ringrazio di cuore, per questo. So che non è facile fidarsi di coloro che desiderano avvicinarti per raccontare la tua realtà attraverso il mezzo cinematografico, perché non sai se quella tua realtà verrà raccontata con il rispetto che merita, con la delicatezza che alle persone è dovuta. Li ringrazio profondamente per questo atto di fede e spero che non siano rimasti delusi dal risultato del nostro lavoro.

Cosa pensi delle problematiche legate all'inquinamento e alla lotta delle associazioni ambientaliste per un futuro diverso, più compatibile con la vita umana?
-Nonostante tutte le raccomandazioni sulla prevenzione sanitaria che ci arrivano dalle direttive dell’OMS, sull’attenzione verso la qualità di vita e il benessere, fisico ed emotivo delle persone, siamo ancora ben lontani dal poter contare sulla collaborazione dei poteri forti in tal senso. C'è bisogno di un vero e proprio dialogo, tra la politica e i cittadini, il primo e fondamentale passo per creare un futuro diverso, più giusto. Sento un grande bisogno di confronto da parte dei cittadini, forte, lucido e competente e un clima di consapevolezza che, a mio parere e spero di non sbagliare, sta cambiando rispetto a queste tematiche.

Che ricordo hai di Taranto e cosa ti ha lasciato la sua gente?
-Come dimenticare le splendide immagini dei paesaggi di Taranto, i sapori, ma soprattutto la forza dei tarantini, il coraggio di parlare della propria realtà, senza nascondersi, perché solo non negando quello che succede realmente possiamo riuscire ad essere veramente costruttivi. Un coraggio fatto di sensibilità ed intelligenza nato anche dal confronto con esperienze di dolore personale e familiare e per questo più forte e credibile. Dico grazie a quella Taranto che ho avuto il privilegio di conoscere perché mi fa credere in un futuro migliore. Non so se riusciremo a vincere tutte le numerose battaglie che ci stanno a cuore come cittadini, preservare salute, ambiente e promuovere economie sostenibili, perché modificare logiche di sistema talmente collaudate e radicate è un obiettivo difficile da immaginare, ma allo stesso tempo avere dei valori comuni che non siano profitto al primo posto e a qualsiasi costo, ci fa sentire meno soli e ci infonde forza e speranza. Questo circolo virtuoso di bellezza, sensibilità e coraggio è la conchiglia che Elisa porta via con sé da Taranto, come pegno.

Quali sogni hai nel cassetto?
-Il sogno più grande che ho nel cassetto è quello di riuscire a continuare questo mio percorso artistico e umano, con la stessa passione che ho oggi e credendo fermamente nelle potenzialità ed opportunità che offre il lavoro creativo e, attraverso di esso, crescere come persona. Perché in fondo, quello a cui ogni attore aspira è riuscire ad alimentare la fede nella nostra possibilità di creare la realtà, di trasformarla, plasmarla, così come vorremmo che fosse. Così come, nonostante tutto, continuiamo a sognarla.

Beatrice Ruscio

 

 

 

 

 

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