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    Medioevo: le rivolte contro i vescovi simoniaci

    Sommosse popolari, fra ideali di giustizia e spirito di vendetta

    La simonia è la compravendita di cose sacre e di cariche religiose. Questo brano fa riflettere per la sua ambivalenza. Vi troviamo sia la sete di giustizia sia la ventata di vendette, le quali furono sfruttate dalle gerarchie ecclesiastiche per ridisegnare la mappa del potere dentro la Chiesa. I tumulti e le sommosse popolari provocati dalla vasta diffusione di una gerarchia ecclesiastica corrotta, trovarono nell'anno 1066 a Milano e a Firenze, come ci narra lo storico medievalista Raffaello Morghen, momenti di alta drammaticità, che terminarono, nel caso fiorentino, nella cacciata del vescovo simoniaco Pietro Mezzabarba.
    14 dicembre 2003 - Raffaello Morghen
    Fonte: R. Morghen, "Gregorio VII", UTET, Torino, 1942; il brano è in "Antologia di ricerca storica dalla società feudale al Novecento", a cura di Mario Matteini e Roberto Barducci, Casa editrice D'Anna

    Il 1066 fu un anno particolarmente agitato anche per quello che riguarda gli sviluppi della rivoluzione religiosa popolare che Alessandro II [papa dal 1061 al 1073] e Ildebrando [Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII] avevano largamente incoraggiata negli anni precedenti, per farsene uno strumento nella lotta contro il clero mondano e corrotto.
    Tale lotta era degenerata a Milano in una spietata caccia all'uomo ed era giunta agli eccessi piú crudeli e inumani della guerra civile. Morto Landolfo [Landolfo Cotta, chierico], aveva preso il suo posto il capo della Pataria, vicino al chierico Arialdo [altro noto capo della Pataria milanese], il fratello di Landolfo, Erlembaldo, nobile cavaliere senza macchia e senza paura [...]. Erlembaldo guidava i suoi seguaci nella lotta quotidiana contro i nemici della Pataria agitando il vessillo di S. Pietro che gli era stato dato da Ildebrando e con parola infiammata scatenava contro il clero simoniaco le passioni piú violente della folla fanatica. Avendo l'arcivescovo Guido, dopo il concilio di Mantova, aderito all'antipapa Cadalo [1061-1072], la guerra fra le due parti si era riaccesa con maggiore accanimento. Un giorno i Patari invasero perfino la basilica di S. Ambrogio, malmenarono l'arcivescovo che pontificava, e lo lasciarono ferito ai piedi dell'altare. Allora una nipote di Guido, donna Oliva, che i contemporanei paragonano alla biblica Erodiade [responsabile della morte di Giovanni Battista], riuscí ad avere nelle mani il chierico Arialdo e, fattolo trasportare in un'isola del lago Maggiore, lo fece suppliziare con ferocia raffinata. Il misero ebbe strappati gli occhi, la lingua, le orecchie e fu seviziato fin nelle parti piú intime del corpo, mentre, incrollabile nella sua fede, seguitava a proclamare la simonia e l'indegnità dell'arcivescovo Guido. Quando i Patari vennero a conoscere la fine atroce di Arialdo, il tumulto scoppiò irrefrenabile. Salvatisi a stento dal furore popolare e stretti d'assedio nel loro palazzo, Guido e donna Oliva dovettero cedere alla folla il corpo straziato della loro vittima, che fu portato processionalmente in città e venerato come la reliquia di un martire.
    Quanto avveniva a Milano, si ripeteva anche a Firenze quasi nelle stesse forme e presso a poco nello stesso tempo.
    Contro il vescovo Pietro [Pietro Mezzabarba] [...] si era levata l'accusa di simonia da parte dei seguaci di Giovanni Gualberto, allora abate del monastero di S. Salvi [...]. L'opposizione popolare contro di lui cresceva ogni giorni di piú, assumendo forme addirittura minacciose. L'astensione dai sacramenti e dalle funzioni officiate dal vescovo e dal clero a lui devoto, era divenuta quasi generale, Pier Damiani, andato a Firenze per ricondurre la calma nel popolo esaltato, aveva dovuto constatare con dolore che, per l'intransigenza dei nemici del vescovo, circa mille fedeli erano fino allora morti senza sacramenti, ed invano egli aveva diretto agli indocili fiorentini il suo "De sacramentis per improbos administratis", in cui, ancora una volta, difendeva la nota dottrina sacramentale secondo la quale i carismi non perdono la loro efficacia pur se amministrati da sacerdoti indegni [...].
    Anche a Firenze, forse in rapporto a quanto era già avvenuto in Milano, la crisi scoppiò violentissima nel 1066, quando i fedeli del vescovo Pietro, dato l'assalto al monastero di S. Salvi a Settimo, sottoposero quei monaci a violenze gravissime, suscitando le piú vive reazioni del fautori della riforma.
    Il monaco Andrea, discepolo di Giovanni Gualberto, ci ha lasciato un racconto quanto mai vivo e pittoresco delle tumultuose vicende di quei giorni nei quali, insieme alle manifestazioni di fervore religioso, si palesano nel popolo fiorentino uno spirito di indipendenza e una coscienza della propria forza che ci fanno presagire con certezza la temperie spirituale dell'imminente comune.
    Rinsaldati nella loro fede dalla prova subita, i monaci di S. Salvi si erano gettati nella lotta senza esitazione. Si recarono a Roma a denunciare il vescovo Pietro come simoniaco e si offrirono di provare l'accusa con un giudizio di Dio [consisteva nella prova del fuoco]. E per quanto piú volte, e sempre invano, chiedessero al Papa il permesso di tentare la prova, essi non abbandonarono piú questa loro idea, di chiamare lo stesso Iddio a giudice della verità, con uno di quegli spettacoli che tanta suggestione dovevano suscitare nell'animo di quegli uomini appassionati e fanatici, cosí proclivi all'attesa del miracolo e alla fede nelle manifestazioni del sovrannaturale.
    A Roma, dove la maggioranza dei vescovi della curia era favorevole a Pietro, l'arcidiacono Ildebrando fu sempre il difensore piú tenace e il patrono piú autorevole dei monaci di S. Salvi.
    In breve la marea dell'opposizione popolare contro il vescovo si fece cosí minacciosa che lo stesso clero secolare di Firenze, in un primo momento favorevole a Pietro, finí per piegare dalla parte avversa e per aderire all'idea di risolvere una buona volta con un giudizio di Dio la grave situazione che si era creata. Lo spirito della rivolta popolare prese cosí il sopravvento sulla stessa autorità del Pontefice [...]. La prova del fuoco fu decisa con il consenso unanime dei monaci, del popolo e dello stesso clero fiorentino, che dava poi notizia al Pontefice del «miracolo» avvenuto dopo la celebrazione del solenne giudizio.
    Il giorno fissato per la prova una folla tumultuosa [...] si accalcava per la strada di Settimo nei cui pressi sorgeva il monastero di S. Salvi. Uomini, donne, chierici in numero di circa 3000 si raccolsero in cerchio intorno a due grandi cataste di legno che erano state innalzate in luogo adatto, fuori del monastero. Da una parte era stato eretto l'altare dove il monaco prescelto dall'abate per sostenere la grande prova doveva celebrare la messa.
    Intanto nell'attesa si elevavano dalla folla canti, litanie, salmi e l'animo dei singoli, già acceso di fervore, si andava sempre piú esaltando per la suggestione stessa del fervore comune, per l'aspettativa dello spettacolo, per l'ardore di fede che emanava dalla faccia del designato al grande cimento, per la solennità dei riti che si svolgevano.
    Il monaco Pietro, già custode di vacche e di asini, divenuto poi uno dei piú ardenti seguaci di Giovanni Gualberto, era stato scelto dall'abate come campione della verità.
    A un certo momento egli si avanza vero l'altare per celebrare la messa. All'Agnus Dei quattro monaci portanti il crocefisso, l'acqua benedetta, dodici ceri accesi e l'incenso si avvicinano alle cataste di legno per appiccare il fuoco: tra le due pire uno spazio largo appena un braccio e lungo dieci costituisce il passaggio attraverso il quale dovrà camminare il monaco Pietro quando le due cataste saranno in piena combustione. Appena le prime fiamme si levano dal rogo un'immenso clamore del popolo sale al cielo. Poi d'un tratto il silenzio piú attento: un abate legge le condizioni del giudizio di Dio. Se il monaco Pietro riuscirà a passare illeso fra le fiamme, ciò significherà che il vescovo Pietro è simoniaco. Con pedantesca meticolosità si prega Gregorio (forse il primo console del comune fiorentino?) di fungere da notaio e d'attestare la validità della prova. Si avvicina alla fine il grande momento. Pietro si spoglia della dalmatica [veste liturgica a forma di tunica] e degli altri ornamenti sacerdotali e con un crocifisso in mano, incedendo processionalmente tra il canto dei monaci e della folla, si avvicina al rogo ormai ardente. Con voce chiara, tra le lacrime degli astanti, rivolge una commossa preghiera a Cristo, poi impavido, lentamente, entra tra le fiamme e ne esce di lí a poco completamente illeso. Un urlo immenso si leva dalla folla: «Dio si è pronunciato, il vescovo è simoniaco». Il monaco Pietro, che per la prova subita si chiamò poi Pietro Igneo e, elevato al cardinalato, fu uno degli uomini piú venerati alla corte di Gregorio VII, viene salvato a stento dalla furia fanatica della folla che vuole a tutti i costi baciare le sue mani e i suoi piedi, toccare i lembi delle sue vesti non offese dal fuoco.

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