Latina

America Latina: Rivolte popolari e fake news

Destabilizzando processi
31 ottobre 2019
Giorgio Trucchi

Fake news foto

Creare confusione sui social e, con l’aiuto determinante dei media mainstream, diffondere menzogne e mezze verità trasformandole in "realtà oggettiva", è uno dei principali strumenti delle destre latinoamericane.

Le sollevazioni popolari degli ultimi mesi contro le politiche neoliberiste di governi succubi degli interessi statunitensi e delle organizzazioni finanziarie internazionali, sono state oggetto di gravi manipolazioni mediatiche, all’interno di strategie più complesse che hanno l’obiettivo di criminalizzare e destabilizzare governi che non si piegano ai voleri di Washington.

L’abbiamo visto per oltre mezzo secolo a Cuba e, più recentemente, in Bolivia, Nicaragua e Venezuela. Paragonare i movimenti di opposizione in questi paesi con le sollevazioni popolari delle ultime settimane in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras, non è solo un grave errore, ma anche una colpevole, a volte mal intenzionata, superficialità di analisi.

In Italia lo abbiamo visto con certi sedicenti gruppi di solidarietà con “il popolo del Nicaragua” (quale non si sa) che, privi di qualsiasi capacità di analisi o carichi di faziosità, si destreggiano in modo imbarazzante tra il sostegno a rivolte popolari come quella cilena o ecuadoriana e quello alle destre golpiste in Bolivia e Venezuela o alle opposizioni in Nicaragua, che vanno a braccetto con i congressisti ultraconservatori cubano-americani (Marco Rubio, Ted Cruz, leana Ros-Lehtinen e Mario Díaz Balart, solo per citarne alcuni) e con gli areneros salvadoregni assassini di Mons. Romero.

Nei giorni scorsi, l’analista politico nicaraguense Carlos Fonseca Terán ha sviscerato questo tema. Scrive Fonseca Terán “le politiche e il modello (economico) contro cui i manifestanti protestano in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras, sono le stesse politiche promosse da quelle forze che oggi cospirano per destabilizzare quei governi che le hanno combattute in precedenza”.

E continua “nel caso di paesi con governi di destra, le proteste sono dovute a rivendicazioni sociali, mentre nel caso di paesi come Bolivia, Cuba, Nicaragua e Venezuela si tratta di azioni che perseguono un solo obiettivo politico: il rovesciamento del governo”. Più chiaro di così...

Viviamo tempi confusi, turbolenti e convulsi. Per capire la complessità di questi fenomeni bisogna andare in profondità, svelando menzogne, smascherando bugiardi e burattinai.

Di seguito alcuni stralci del testo di Fonseca Terán.

La nuova strategia mediatica della destra: essere carne e pesce allo stesso tempo

È notevole lo sforzo mediatico messo in campo per equiparare le rivolte popolari in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras contro le politiche neoliberiste imposte dai loro governi e un modello socio-economico e politico che risponde agli interessi dell'imperialismo statunitense, con gli episodi di destabilizzazione politica vissuti in Bolivia, Nicaragua e Venezuela (...)

Due sono i fatti irrefutabili: che le politiche e il modello (economico) contro cui i manifestanti protestano in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras, sono le stesse politiche promosse da quelle forze che oggi cospirano per destabilizzare quei governi che le hanno combattute in precedenza. E in secondo luogo, che nel caso di paesi con governi di destra, le proteste sono dovute a rivendicazioni sociali, mentre nel caso di paesi con governi di sinistra (o progressisti) si tratta di azioni per rovesciare i governi stessi.

Differenze sostanziali

Tre sono invece gli elementi che li differenziano in modo sostanziale.

In primo luogo, quando ci sono rivolte popolari i morti sono il risultato della repressione governativa, mentre quando ci sono campagne di destabilizzazione o tentativi di colpo di stato ci sono vittime da entrambe le parti. Lo si è visto chiaramente in Nicaragua, dove la morte di oppositori è stato il risultato di scontri armati, mentre la morte di militanti e simpatizzanti sandinisti è stato il frutto di omicidi selettivi avvenuti nei dintorni dei famigerati tranques de la muerte (barricate della morte), luogo in cui le persone venivano catturate, torturate e uccise, come evidenziano dozzine di riprese fatte dagli stessi torturatori e poi viralizzati sui social media.

In secondo luogo, nelle rivolte popolari - lo abbiamo visto in questi giorni in Cile - vengono presi di mira luoghi come McDonald’s, mentre nelle campagne di destabilizzazione s’incendiano le sedi dei movimenti studenteschi e delle cooperative, le università e gli edifici pubblici, come in Bolivia, Nicaragua e Venezuela.

In terzo luogo, le rivolte popolari non hanno sponsorizzazioni esterne, mentre gli atti di destabilizzazione sono sponsorizzati e finanziati da agenzie internazionali come l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) e la Fondazione nazionale per la democrazia (NED), specializzate nella promozione dei cosidetti “colpi di stato blandi” contro governi poco affini agli interessi dell'imperialismo nordamericano.

Per quanto incredibile possa sembrare, lo sforzo di abbinare queste due situazioni ha già iniziato ad avere effetto in coloro che ripetono come pappagalli gli slogan che circolano sui social. In un panorama politico convulso come l’attuale si finisce quindi a non fare più distinzione tra gli interessi di chi lotta contro il potere degli oppressori per la propria emancipazione e gli interessi degli oppressori, dei potenti nel mondo. C’è quindi chi si schiera  allegramente a favore degli oppressi in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras e si pronuncia, poi, a favore di vecchi e nuovi oppressori a Cuba, Bolivia, Nicaragua e Venezuela (...)

Il popolo ecuadoriano, cileno, honduregno e haitiano, al contrario dell’opposizione nicaraguense, non si nasconde dietro la confindustria (Cosep), la gerarchia cattolica e politicanti vari per difendere gli interessi di gruppi privilegiati o in molti casi, senza nemmeno sapere che interessi stanno realmente difendendo, ma lottano faccia a faccia, corpo a corpo, contro le politiche del governo e contro un modello socio-economico e politico (...) I popoli che lottano per i loro diritti raggiungono l’obiettivo solo quando prendono il potere, come è accaduto a Cuba, in Bolivia, in Nicaragua e in Venezuela. Ma quando ciò accade, gli oppressori sconfitti continuano a difendere i propri interessi, supportati da chi si sente ancora il gendarme del mondo.

Da che parte stai?

Se c’è una cosa che non si può fare è stare allo stesso tempo con chi combatte l’oppressore e con chi opprime chi lotta per emanciparsi. Non si tratta di non essere né carne, né pesce, cioè né di sinistra, né di destra, o peggio ancora, essere carne e pesce allo stesso tempo, credendo che la cosa giusta da fare sia quella di schierarsi contro tutti quelli che si oppongono a un governo. Al contrario degli ‘zombi ipnotizzati’ dai social, l’impero non ha di questi dubbi, né fa confusione su chi è il suo principale nemico, in questo caso quei governi che non rispondono ai suoi interessi e che privilegiano i bisogni della gente.

Ecco perché l'Organizzazione degli stati americani (Osa) non convoca a riunioni d’emergenza, né crea commissioni ad hoc per affrontare la repressione in atto in Ecuador o in Cile, ma lo fa solo per discutere fino allo sfinimento delle crisi politiche indotte in Nicaragua e Venezuela. Ecco perché la Bachelet, il cui padre è stato vittima degli stessi soldati che in queste ore si lanciano nuovamente contro il popolo cileno uccidendo, torturando e sequestrando, non dice praticamente nulla su ció che accade nel suo paese, ma si pronuncia contro “l'uso eccessivo della forza” in Bolivia (...).

A Cuba, così come in Bolivia, Nicaragua e Venezuela gli oppressori, che hanno perso il potere, vogliono recuperarlo per opprimere nuovamente i nostri popoli, mentre in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras gli oppressi si ribellano ai loro oppressori.

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