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    Recensione libro di Zamagni

    Sulla storia e il concetto di "era costantiniana" del cristianesimo

    6 luglio 2013 - Enrico Peyretti

    Libri
    Sulla storia e il concetto
    di “era costantiniana” del cristianesimo
    Scheda di Enrico Peyretti

    Gianmaria Zamagni, Fine dell'era costantiniana. Retrospettiva genealogica di un concetto critico, Prefazione di Giuseppe Ruggieri, Il Mulino 2012, pp. 197, euro 17,00
    battute 5817

    Nel contesto della riforma della Chiesa, riproposta all'attenzione dalla ricorrenza cinquantenaria del Concilio, 2012-2015, cade anche l'anniversario secolare dell'editto di tolleranza di Milano del 313, con cui l'imperatore Costantino diede alla Chiesa la libertà condizionante che poi, con Teodosio, divenne quella protezione-vincolo, origine della lunga era costantiniana, che arriva ai nostri tempi e solo ora forse declina.
    Con questo accurato lavoro, Gianmaria Zamagni interviene tempestivamente, risalendo ad alcuni maggiori studiosi cattolici che, con sollecitudine ecclesiale, sebbene in posizioni «liminali» nella Chiesa, lungo il Novecento hanno indagato, sotto il profilo storico o quello teologico, il concetto di fine dell'era costantiniana. Questo modello di lunga durata, nel rapporto Stato-Chiesa, appare, negli autori presentati, non solo obsoleto, sebbene non davvero superato, ma addirittura pericoloso per la Chiesa e per la fede.
    Marie-Dominique Chenu, Friedrich Heer, Étienne Gilson, Emmanuel Mounier, Jacques Maritain, Ernesto Buonaiuti, Erik Peterson, sono gli studiosi di cui Zamagni esamina le opere riguardanti questo concetto critico. Erik Peterson (189-1960), per esempio, «denuncia l'origine tutta mondana degli epiteti monarchici di Dio», con una prima traslazione dal piano politico a quello teologico, e una seconda che, viceversa, riveste il sovrano terreno di attributi metafisici o divini.
    Lo storico viennese Friedrich Heer (1916-1983), cattolico antinazista, che soffre in prima persona l'annessione del suo Paese al Reich hitleriano, riflette, dopo la guerra, sulle dinamiche profonde della storia d'Europa. Egli vede quel modello politico-teologico ripresentarsi dall'epoca di Costantino a quella di Carlo Magno. Nel XII secolo molte istituzioni cominciano a rivendicare la propria autonomia rispetto al Sacro Impero, nel pluralismo comunale e intellettuale, fino all'Umanesimo europeo. Ma la tragedia europea, nonostante ciò, si verifica nei totalitarismi del Novecento: in senso stretto, per Heer, l'Europa occidentale post-greca, originata nell'impero di Costantino, sta «tra Costantino e Hitler».
    I totalitarismi moderni hanno potuto con facilità associarsi la croce cristiana, segno leggendario per Costantino di vittoria militare, già usata, come denunciava Erasmo, nelle insegne di guerra dei signori e nelle bandiere delle nazioni, per non dire delle crociate, di cui il cristianesimo paga il prezzo oggi. Inevitabile per noi pensare all'ostinato utilizzo puramente politico dell'immagine di Cristo crocifisso, ancora oggi voluto da nazionalismi, regionalismi e clericalismi.
    Gli autori francesi di questa serie, come Mounier e Maritain, pur riconoscendo in parte qualche effetto benefico di quel modello costantiniano, in cui un cristianesimo aveva permeato la vita civile e politica, lo vedono non solo obsoleto, da superare in una «nuova cristianità», ma anche (Gilson) illusorio, perché è illusione la realizzazione attuale del regno di Dio, a cui la storia tende, ma che solo oltre la storia verrà del tutto.
    Marie-Dominique Chenu (1895-1990), teologo domenicano, è colui che più direttamente influì sul Concilio con l'idea del superamento della “era costantiniana”. Egli giudicava che eventi come il Rinascimento, la Riforma, la Rivoluzione e la secolarizzazione, esigevano «un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo», che sarebbe un ritorno al vangelo: non si tratta di fare un “mondo cristiano”, ma di porre fermenti cristiani nel mondo che autonomamente si costruisce. Del resto, già negli ordini mendicanti del XIII secolo, il mito di Costantino aveva lasciato il posto al modello della comunità primitiva di Gerusalemme.
    Si nota con interesse che tra i riferimenti imprtanti di Chenu c'è anche Mario Gozzini, lo studioso fiorentino morto nel 1999, del quale il teologo domenicano cita alcuni scritti del 1961 in argomento. Chenu indica anche la rivista Testimonianze, del gruppo animato da Ernesto Balducci, come segno di una sensibilità e consonanza che andava allargandosi.
    Con parole forti, Chenu paventava «l'odore di muffa del sacro romano impero per l'unificazione dell'Europa». Eppure, anche dopo il Concilio, abbiamo sentito certi vertici cattolici chiedere che nelle carte ufficiali si dichiarassero le “radici cristiane” europee: ma quanto cristiane le radici dell'Europa? e radici soltanto cristiane?
    Tanti altri passi di un cammino di pensiero e di spiritualità troviamo nel libro di Zamagni: in Buonaiuti, in Maritain. È significativa, nell'occasione del Congresso eucaristico mondiale a Monaco di Baviera nel 1960, la discussione in Germania, in cui entrò anche Ratzinger, sulla Machtkirche, la chiesa delle grandi manifestazioni di massa, esibizione di identità tra società e Chiesa.
    Nella Prefazione, Giuseppe Ruggieri cita Karl Barth, che scrive nel 1935: «La cristianità (...) non volle più patire. Sotto il pretesto del bene dell'umanità essa aveva deciso di mettersi a suo agio». Già nella Kirchliche Dogmatik, nel 1932, Barth aveva visto che la pacificazione costantiniana ebbe un ruolo negativo sulle stesse formulazioni dogmatiche dei concili del IV secolo. Come altri cristiani tedeschi, Barth vede una somiglianza tra, da un lato la protezione data alla Chiesa da Costantino, a partire dall'editto di Milano, e poi da Teodosio e via via nei secoli dell'imperium christianum, e, dall'altro, la condizione del «cristianesimo positivo» tedesco, che legittimava il regime nazista, a differenza della Chiesa confessante, che voleva vivere delle «sole forze dell'evangelo».
    Il Concilio avvertì e volle, non senza contrasti e residui, quell'abbandono della fede nell'impero, abbandono che in realtà è un passo faticoso, tuttora incompiuto. Sarà un motivo di riflessione importante e di conversione comunitaria nei prossimi anni di ripresa del Concilio.

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