Intervista

Qui la ricostruzione non è mai cominciata

Nessuno qui riesce ad immaginarsi un futuro.
4 luglio 2009
Carmine Basile (presidente ARCI Abruzzo, abruzzo@arci.it)

A quasi tre mesi dal sisma a che punto è la ricostruzione ?

Di ricostruzione non si può ancora parlare. Manca una stima completa dei danni e finora si è provveduto solo a mettere in sicurezza gli edifici di valore storico. Nelle abitazioni in cui il danno è stato lieve , sono i privati ad intervenire. La Protezione civile si sta infatti occupando del progetto Nuove case, cioè della costruzione di nuovi insediamenti abitativi.

Stanno cominciando adesso i lavori di scavo per consentire le gettate di cemento, ma è ovvio che è già molto tardi visto che qui ad ottobre le imprese non lavorano più perché le condizioni atmosferiche non lo consentono . Né si comincerà a lavorare seriamente prima della fine del G8, visto che tutti gli sforzi sono concentrati in quell’area. Probabilmente a fine settembre ci sarà la consegna simbolica di un piccolo nucleo di abitazioni , assolutamente insufficienti per far fronte al fabbisogno. E’ passato il progetto non della new town, perché le condizioni del territorio non l’avrebbero consentito, ma di tanti micro quartieri nuovi , adiacenti ai confini della città, nonostante l’opposizione della popolazione e degli Enti locali. Nel frattempo le scosse continuano . La gente non solo ha paura a rientrare nelle case anche se dichiarate agibili , ma mancano le infrastrutture che consentano di riprendere una vita normale. Nel centro storico l’acqua non arriva e in molte zone non c’è il gas , i negozi sono ancora tutti chiusi. Per fare la spesa ci sono due centri commerciali o i banchetti messi abusivamente per strada con merce a prezzi proibitivi. E tuttavia, i cittadini la cui casa è stata considerata agibile , non hanno più diritto ad accedere alla tendopoli , dove magari sono alloggiati parenti o amici , né ai pasti che lì vengono forniti. Se nel primo mese c’ è stata abbondanza di tutto , oggi persino l’acqua viene razionata.

I cittadini e gli Enti locali sono coinvolti nelle scelte ?

L’unico ente che viene almeno formalmente coinvolto è il Comune , che però è fortemente condizionato dalla mancanza di una sede e quindi consiglieri e funzionari lavorano in posti di fortuna. La Provincia è stata completamente esautorata , mentre la Regione continua a latitare. Per i cittadini organizzarsi è complicatissimo . Non solo sono sparpagliati tra i vari campi con grosse difficoltà a comunicare, visto che per accedervi è necessario il passed, i controlli sono rigidissimi , ma soprattutto ci sono migliaia di cittadini sparsi negli alberghi della costa , isolati da tutto. Esistono circa venti comitati coordinati tra di loro , che non sono nati nei campi , dove anzi hanno grande difficoltà ad entrare per organizzare anche una semplice assemblea. Nelle tendopoli l’unico contatto esterno è quasi sempre con gli esponenti della Protezione civile . Spesso è lo stesso Bertolaso che vi si reca per raccontare quali miracoli il Governo sta compiendo per loro ed i cittadini, privati della possibilità di confrontarsi con gli altri , gli affidano le loro speranze.

Quanta gente vive ancora nelle tendopoli e con quali sono i disagi anche psicologici ?

Secondo i dati della Protezione civile , nelle tende vivono ancora circa 23.000 persone . La maggior parte dei cittadini dei 49 comuni colpiti sono stati sfollati negli alberghi sulla costa. Lì vivono una condizione ancora più drammatica di chi è rimasto nelle tende : completamente sradicati dal loro territorio e dalla loro comunità , mal tollerati dagli albergatori che vedono ridursi i turisti , senza nessun contatto con chi è rimasto. Nelle tende sono rimasti soprattutto anziani, incapaci di adattarsi alla vita di un grande albergo, dove molti non hanno mai messo piede in tutta la loro vita . La depressione è un fenomeno diffuso . Prima del terremoto gli anziani potevano contare su una rete familiare protettiva ed accudente , che aveva sopperito alla mancanza di strutture a loro dedicate.

Oggi questa rete si è frantumata . Le loro giornate sono assolutamente vuote . Non sono stati organizzati momenti di socializzazione. La Protezione civile ha fatto arrivare da fuori psicologi che poco sanno di queste comunità, mentre i servizi sociali locali sono stati esautorati. Nei campi non è facile nemmeno il rapporto con i volontari , troppo spesso privi di competenze specifiche e di un’adeguata formazione. Il senso di distanza con gli sfollati è anche simbolicamente reso evidente dalla divisa che sono costretti ad indossare : il cittadino è riconoscibile grazie al pass , il volontario grazie alla divisa.

Come è stata accolta la decisione di tenere il G8 all’Aquila ?

Per gli abitanti è una vera iattura . I disagi si stanno già moltiplicando e chi può se ne andrà. Gli altri resteranno confinati nelle tende , mentre i controlli sono diventati quasi ossessivi. Hanno chiesto che in questi giorni sia bloccata ogni attività , anche fuori dalle zone rosse , che qui sono due : quella a cui non si può accedere perché non è ancora stata messa in sicurezza e quella destinata al G8 ( un’area di 5 km dal centro operativo). Si parla di divieto di usare automobili , di divieto di uscire dalle tende o dalle case se non per motivi documentati , insomma una specie di coprifuoco.

Quali sono le principali attività dell’Arci Abruzzo in questa emergenza ?

Siamo impegnati soprattutto in due progetti : in collaborazione con Rai 3 abbiamo realizzato una biblioteca stabile ed una itinerante . Su un autobus fisso chiunque può prelevare il materiale che gli interessa, mentre un altro mezzo gira per i campi distribuendo libri e giochi per i bambini. Ci tengo a precisare che siamo gli unici volontari che sono riusciti ad essere esonerati dall’uso della divisa e questo conta nel rapporto con gli sfollati. L’altro progetto , Ricostruiamo insieme , è rivolto agli immigrati , Insieme alla Caritas formiamo servizi di informazione e supporto logistico a un pezzo di umanità che viveva nella provincia e che, irregolare , era letteralmente scomparso dalla mappa degli aiuti. Ma il grande problema a cui non riusciamo a rispondere data la limitatezza delle nostre forze è il vuoto culturale e di socializzazione. Non ci sono attività aggreganti , manca un programma di attività di animazione, i giovani finiscono per trovarsi la sera nei piazzali dei centri commerciali.

Tutto ciò la aumenta la sensazione di isolamento e la sfiducia. Nessuno qui riesce ad immaginarsi un futuro.

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