Da Padre Orazio. Un letto per i bimbi di strada di Luanda - Angola
Un cerchio di plastica colorata e ammortizzata con un manico profumato…una ruota ed un bastone. Lo scheletro di un copertone e un ramo secco. Stessa dinamica, controlli la corsa di un oggetto circolare, lo spingi, rallenti e acceleri con lui, le gambe che si muovono con lo stesso ritmo, quasi fossero ruote della stessa locomotiva.Un cerchio di plastica colorata e ammortizzata con un manico profumato…una ruota ed un bastone. Lo scheletro di un copertone e un ramo secco. Posti e tempi diversi. Un luna park a Barcellona, 2003, campagne toscane, fine ottocento, cortili angolani polverosi, luglio 2005. Che strano, alcuni ritmi, alcune forme, alcuni suoni sempre ci affascinano. Pedrito, 10 anni, uno dei tanti bimbi anngolani accusati di stregoneria, costretto a lasciare la famiglia per non essere ammazzato, e' letteralmente rapito dalle carcasse delle ruote di un vecchissimo 4per4 che da mesi stazionano nei 640 m del centro di accoglienza Arnaldo Janssen (CACAJ=centro de acolhimento de criancas Arnaldo Janssen), alla periferia di Luanda. Pedrito è uno dei 130 bambini ospitati da Padre Orazio nel centro, una delle poche strutture che nella capitale angolana si prende cura dei minori abbandonati, perseguitati, che vivono per strada o sulla spiaggia (vedi progetto). Il centro è un’istituzione filantropica senza fini di lucro, nata nel 1993 per opera di un sacerdote argentino, padre Orazio, che con il supporto di alcune suore iniziò a prendersi cura dei bambini abbandonati di Luanda, ragazzini che percorrevano e che percorrono le vie cittadine cercando ogni giorno un modo differente per sopravvivere, da soli. Perché siamo qui, un sabato mattina, dopo una festa internazionale finita alle cinque, ancora un po’ ubriache e decisamente assonnate? Ci siamo conosciute in un paio di settimane, tutte donne e tutte con una storia diversa, Kasia, polacca, da 4 anni in Africa lavorando con i rifugiati, adesso all’UNDP come UNV; Lara, veneta impegnata in progetti di una ONG italiana, il Cies; Ilaria, veneta che dopo un anno di servizio civile in Brasile é stata catapultata qui per UNDESA. Ci siam consciute un po’ lavorando, un po’ saltando come matte a ritmo di kizomba (uno dei balli locali...in realtà si balla a 2 e non è così movimentato!)e nuotando il fine settimana. Tutte in fase di discussione, donne che vogliono capire il vero senso del loro girare... Così, sfruttando le conoscenze di Lara, da più tempo in Angola e direttamente impegnata per il Cies nei barrios poveri e nel settore educazione, abbiamo contattato Padre Orazio, e adesso, eccoci qui. Qui in un cortile di terra e fango, con un po’ di timore e molta curisità, pronte ad ascoltare i racconti e le spiegazioni, la vita del centro, e poi ad immergerci, per quel che ci si può immergere visitando un posto per 3 ore e poi tornando nelle nostre belle case, immergerci un po’ in queste mura, in queste aule, tra questi volti... Accompagante da Padre Pablo, l'altro sacerdote che da alcuni anni segue a tempo pieno il centro, entriamo in cucina e nelle camerate. Ovunque mura scure e sporche, tutto sembra avere più di 10 anni. Non ci sono mai stati soldi per la manutenzione, tutto quello che arriva al Janssen viene utilizzato per la formazione, la salute dei ragazzi, la sopravvivenza quotidiana. Nel modo di parlare, nello sguardo, Padre Orazio ci ricorda il Che. Ti fissa e allo stesso tempo è un passo piu in là. Chissà cosa pensa. Come lo hanno cambiato questi dieci anni a Luanda, a contatto con i meninos de rua, alla ricerca di aiuti, costruendo pezzo a pezzo il Jassen....E cosa significa per lui ognuno di questi ragazzini, come vive le loro vite, come soffre e gioisce assieme a loro. Un gelato, una malboro light, un giovedi sera riuniti in casa. È quasi mezzanotte. Buttiamo sul tavolo idee: Padre Orazio e Padre Pablo rispondono, suggeriscono, sorridono, pensano, chissà, chissà cosa; mah, noi intanto ci proviamo, insieme....... Seconda visita Ancora sabato, ancora al centro Janssen. Parcheggio e già vedo degli occhi che sorridono. Però nessuno si avvicina alla macchina, i ragazzini sul cortile sono in attesa degli animatori e dei catechisti che volontariamente, nel fine settimana, trascorrono qualche ora nel centro. Divisi in piccoli gruppi si avviano verso i containers, sì, i vecchi containers che servono da piccoli magazzini. Allineati uno di fianco all’altro, tra loro si sono ricavati piccoli spazi ''studio'' dove durante la settimana si realizzano anche parte delle attivitá di laboratorio. Iniziamo cosi il secondo giro tra le mura del Janssen. Questa volta non siamo sole, abbiamo coinvolto un giovane inglese esperto di malaria, Angus, e un italiano che da anni lavora in Africa, costruendo edifici per rimesse alimentari, Primo Testi. Nei braimstorming serali post lavoro, post corsa, post yoga, insomma, nelle poche riunioni che abbiamo fatto tra noi donzelle, in compagnia di una birra, una pasta, una malboro, ci e' stato chiaro da subito: per scrivere qualche progetto serio c’è bisogno di pareri tecnici, gratuiti e professionali. Detto fatto, infatti nulla accade per caso: Angus lavora da poco più di un mese nelle Nazioni Unite, assieme a Kasia, nel Global Fund, ed è un giovane e quotato biologo esperto di malaria. Primo è un modenese simpaticissimo, 'ho incontrato sull’aereo per Luanda, in Aprile, e oggi scopro che il suo cantiere confina con il centro di padre Orazio. Coincidenze casuali, forse. Forse non porteranno a nulla. Eppure mi confermano che davvero tutti abbiamo un essenza, uno spirito che ci può allontanare o avvicinare. Energia, Spirito Santo, anima del mondo, ognuno la chiama come vuole, ma c’è, e vale la pena imparare ad ascoltarla. Analizziamo gli scoli, le fognature. Molti solo bloccati, in 10 anni le pulizie superficiali sono servite a ben poco. Tubi scoperti e rotti, scoli bloccati dall’esterno (certo a nessuno va bene accogliere i resti delle latrine di 130 meninos de rua), tombini che nascondono, letteralmente, tonnellate di merda (scusate) sulle quali si erigono i due capannoni con le camerate e le cucine. Un giro attorno al pozzo, il pozzo da cui tutti i giorni si attinge, a mano, l'acqua (il generatore che dovrebbe pomparla è rotto da 6 anni. E non ci sono i soldi per acquistarne uno nuovo. L'acqua dell acquedotto arriva raramente al centro. E anche le tubature non sono poi così ben tenute...). Le due grande taniche d’acqua, in tutto 10mila litri, sono interrate, soggette a infiltrazioni di sapone, latrine, risciaquature ecc. La lavanderia. Quando c’è acqua a sufficienza e sapone i ragazzi lavano i propri vestiti, gli stracci della cucina, gli stracci utilizzati come asciugamani. Il problema è la disinfezione, praticamente nulla. Il sogno? Una lavatrice con acqua bollente. Ma poi, dove trovare l'acqua e dove l' energia? Forse basterebbe poter pagare un paio di signore in più per pulire e lavare ogni singolo cm del Jassen. Le camerate. Vetri distrutti e mosquiteros tagliati. Pareti umide, complici i buchi di cui il tetto di lamiera ed eternit è pieno. Materassi ricoperti di plastica, letti in ferro che si susseguono a gruppi di otto, fino a raggiungere il centro della struttura, dove la camerata si interrompe, sostituita dai bagni. Bagni? Più o meno, più meno che più, latrine aperte, docce che iniziano a cadere a pezzi, odori intensissimi che testimoniano la presenza di una colonia di batteri su piastrelle del pavimento e sui muri di cemento neri di sporco e umidità. La cucina scura, unta, sporca. Pulire e un'impresa, le pareti assorbono tutto, l'acqua non c’è, il tetto è bucato... le due cuoche fanno miracoli, miracoli che non sono sufficienti. Gli scoli strabordano, rendendo il pavimento un luogo perfetto per zanzare e batteri. Piatti e pentole si puliscono a fatica, si cuoce tutto su fornelli vecchissimi, unica opzione bollire o friggere i cibi... Il campo 80per80 ecco la dimensione della terra che il centro da alcuni mesi ha a disposizione. Oggi è un cumulo di sterpaglie circondate da un alto muro. Un pozzo, nel mezzo del campo, è delimitato da pozze di acque stagnanti letteralmente ricoperte da larve di zanzare. Solo dopo una disinfezione radicale si poterebbero erigere qui nuove strutture, per le camerate e per la cucina. In ogni caso l’investimento dovrà essere ingente. Ristrutturare il vecchio centro o cercare di erigerne uno nuovo... Nel campo gli educatori vorrebbero predisporre un’area per le colture, dove produrre la verdura e la frutta necessaria a tutti gli abitanti del Jassen, e dove tenere regolari lezioni di giardinaggio e coltivazione. E poi vere aree per giocare a calcio e basket, muovendo in modo sano il corpo, abituando tutti a stare in gruppo, ad unirsi per raggiungere un obiettivo... Molte le domande che rotolano nella mente. Gli occhi di Pedrito, di Joao, di Paisino, ci dicono di fare qualcosa. Il Jassen non e un centro perfetto. Molti criticano i metodi spesso duri, quasi violenti. Altri sottolineano che gli aiuti ricevuti non sono stati amministrati bene. Difficile giudicare. Quel che è certo e che 2 sacerdoti presenti quasi a tempo pieno, alcuni educatori, un paio di guardie, due cuciniere, non possono fare miracoli. Cercano di amalgamare ragazzini completamente differenti, un 60% che da anni vive per strada, fuggito da casa per le violenze sessuali subite dai familiari, per le botte, per la fame, per semplice mancanza di spazio nella baracca; oppure arrivati dalle province ancora in fasce, fuggiti da campi minati, dagli eccidi dell’ Unita. Improvvisamente soli in una Luanda immersa nel traffico, nei rumori, nel caos.... Questo 60% di bimbi e ragazzi minori impara a fatica a convivere con minori spesso piccolissimi, 5/6/7/8 anni, accolti nel centro perché accusati di stregoneria. Cosa abbiano di demoniaco queste trottole che saltellano nel centro di Padre Orazio, e difficile capirlo. Non vogliamo giudicare, non ha senso. Solo cercare di dare una mano. Insieme.
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