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Da Hiroshima all'Iraq e ritorno

Nel 1945 Harry Truman giustificò lo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone in nome della sicurezza degli statunitensi. Nel 2005, 60 anni dopo, George W. Bush giustifica l'occupazione dell'Iraq con lo stesso motivo
Sharon K. Weiner e Robert Jensen

Il 6 agosto è una giornata che si rivolge a molti dei cittadini statunitensi. E' la data data che chiede silenziosamente di prendere atto per aver lanciato un ordigno nucleare su Hiroshima e aver scagliato il mondo nell'era atomica, nel 1945.

Ma questa data ci obbliga anche a considerare le nostre scelte odierne quanto a libertà e sicurezza, un equazione che ci ha perseguitato fin dal 1945 e che oggi è in gioco in Iraq.

La giustificazione iniziale di Harry Truman per aver usato un arma nucleare fu che essa avrebbe salvato le vite degli statunitensi obbligando il Giappone alla capitolazione e risparmiando le vittime che ci sarebbero state con l'invasione. Ma questo argomento che le armi nucleari fossero un male necessario non stava in piedi, mentre sono aumentati dei legittimi dubbi sulla giustificazione di Truman.

Gli storici hanno dimostrato come i funzionari statunitensi sapessero che il Giappone era sul bordo del precipizio ancora prima che la bomba fosse sganciata e che Truman, in seguito, dicesse che il numero di vittime statunitensi previste in caso di invasione era stato aumentato di molto. Infatti, molti dei consiglieri militari di Truman si opponevano allo sgancio della bomba, oppure allo sgancio in aree altamente popolate.

C'è ampio consenso, comunque, su un altro scopo: il bombardamento di Hiroshima mandò un inequivoco segnale all'Unione Sovietica e al mondo che gli Stati Uniti intendevano esercitare il loro dominio nel mondo del dopo-guerra, con ogni mezzo necessario. In altre parole, lo sgancio delle bombe era una dichiarazione politica ma non una necessità militare. Una concezione certa delle politiche del dopo-guerra portò Truman ad incenerire più di 100.000 Giapponesi, per la maggior parte civili, e ad iniziare una costosa corsa agli armamenti nucleari. Portò anche la maggior parte delle successive generazioni di Americani a credere che il rischio di un olocausto nucleare fosse accettabile -- come diceva il detto, meglio morti che rossi.

La bomba su Hiroshima

Questo quasi consenso, durato 50 anni, per cui gli obbiettivi politici degli Stati Uniti valevano il rischio del nucleare, è rimasto intatto fino al crollo dell'Unione Sovietica. La guerra in Iraq ha reso chiaro che un nuovo consenso su come assicurare lo "stile di vita americano" non è solo desiderabile ma essenziale.

La guerra in Iraq è iniziata come una promessa agli Americani: se rischierete le vite dei vostri figli, potremo eliminare un leader coinvolto negli attentati dell'11 settembre e che possiede armi di distruzione di massa da usare in attacchi futuri. Quando queste giustificazioni si sono rivelate fittizie, il casus belli si è trasformato in una guerra per diffondere la democrazia e distruggere i terroristi prima che varchino i nostri confini. Questo compromesso si è rivelato altrettanto problematico, dato che gli Americani e gli Iracheni vengono uccisi in un conflitto che sta creando altri terroristi e alimentando il sorgere di un secolo anti-americano.

Le conseguenze di questo nuovo strabiliante affare che stiamo accettando, in nome del nostro stile di vita e della nostra sicurezza, stanno diventando chiare:

- Il danno economico causato da una guerra costosa, inizialmente non reso noto con onestà.

- La reputazione degli Stati Uniti all'estero che, già traballante, è stata ulteriormente degradata

- L'uso della tortura, gli omicidi mirati di civili, le estorsioni ottenute detenendo bambini e donne, tattiche che sono illegali o considerate inaccettabili nella maggior parte del mondo

- Aumento del declino morale negli Stati Uniti

- La trasformazione dell'Iraq in un campo di addestramento per i terroristi del domani, mentre aumenta l'ostilità verso gli Stati Uniti e l'Occidente nelle prossime generazioni di Arabi e Musulmani.

Un soldato Usa in Iraq



Ci vorranno forse 60 anni per capire che nel dopo 11 settembre gli Stati Uniti stanno dilapidando la buona fede del mondo e creandone uno dipendente dall'uso ripetuto della forza militare all'estero nel tentativo di garantire la sicurezza a casa? Non possiamo capire che una tale politica -- non importa quale sia la sua moralità e legalità -- è condannata a fallire?

Nel 1945 Harry Truman ci accompagnò nella Guerra Fredda con dubbie rivendicazioni sulla necessità di usare le armi nucleari. Nel 2005 George W. Bush ci ha detto che saremmo stati più sicuri dal terrorismo se avessimo continuato ad occupare un paese che non aveva connessioni con i terroristi dell'11 settembre, finché la nostra invasione e la presenza delle truppe statunitensi li ha portati in Iraq.

L'importanza di Hiroshima nell'Iraq di oggi si spinge oltre l'incoraggiarci a mettere in dubbio le giustificazioni iniziali del presidente: ci chiede di considerare se l'acquiescenza a questa offuscamento non ci poterà su un sentiero che rimpiangeremo di aver preso.

Note:

Tradotto da Carlo Martini per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando le fonti, l'autore e il traduttore.

Sharon K. Weiner è un assistente professore alla School of International Service presso la American University e può essere contattato all'indirizzo at skweiner@american.edu .

Robert Jensen è un professore associato alla School od Journalism alla University of Texas, ad Austin, e può essere contattato all'indirizzo rjensen@uts.cc.utexas.edu .

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