Da Hiroshima all'Iraq e ritorno
Il 6 agosto è una giornata che si rivolge a molti dei cittadini statunitensi. E' la data data che chiede silenziosamente di prendere atto per aver lanciato un ordigno nucleare su Hiroshima e aver scagliato il mondo nell'era atomica, nel 1945. Ma questa data ci obbliga anche a considerare le nostre scelte odierne quanto a libertà e sicurezza, un equazione che ci ha perseguitato fin dal 1945 e che oggi è in gioco in Iraq. La giustificazione iniziale di Harry Truman per aver usato un arma nucleare fu che essa avrebbe salvato le vite degli statunitensi obbligando il Giappone alla capitolazione e risparmiando le vittime che ci sarebbero state con l'invasione. Ma questo argomento che le armi nucleari fossero un male necessario non stava in piedi, mentre sono aumentati dei legittimi dubbi sulla giustificazione di Truman. Gli storici hanno dimostrato come i funzionari statunitensi sapessero che il Giappone era sul bordo del precipizio ancora prima che la bomba fosse sganciata e che Truman, in seguito, dicesse che il numero di vittime statunitensi previste in caso di invasione era stato aumentato di molto. Infatti, molti dei consiglieri militari di Truman si opponevano allo sgancio della bomba, oppure allo sgancio in aree altamente popolate. C'è ampio consenso, comunque, su un altro scopo: il bombardamento di Hiroshima mandò un inequivoco segnale all'Unione Sovietica e al mondo che gli Stati Uniti intendevano esercitare il loro dominio nel mondo del dopo-guerra, con ogni mezzo necessario. In altre parole, lo sgancio delle bombe era una dichiarazione politica ma non una necessità militare. Una concezione certa delle politiche del dopo-guerra portò Truman ad incenerire più di 100.000 Giapponesi, per la maggior parte civili, e ad iniziare una costosa corsa agli armamenti nucleari. Portò anche la maggior parte delle successive generazioni di Americani a credere che il rischio di un olocausto nucleare fosse accettabile -- come diceva il detto, meglio morti che rossi.
Questo quasi consenso, durato 50 anni, per cui gli obbiettivi politici degli Stati Uniti valevano il rischio del nucleare, è rimasto intatto fino al crollo dell'Unione Sovietica. La guerra in Iraq ha reso chiaro che un nuovo consenso su come assicurare lo "stile di vita americano" non è solo desiderabile ma essenziale. La guerra in Iraq è iniziata come una promessa agli Americani: se rischierete le vite dei vostri figli, potremo eliminare un leader coinvolto negli attentati dell'11 settembre e che possiede armi di distruzione di massa da usare in attacchi futuri. Quando queste giustificazioni si sono rivelate fittizie, il casus belli si è trasformato in una guerra per diffondere la democrazia e distruggere i terroristi prima che varchino i nostri confini. Questo compromesso si è rivelato altrettanto problematico, dato che gli Americani e gli Iracheni vengono uccisi in un conflitto che sta creando altri terroristi e alimentando il sorgere di un secolo anti-americano. Le conseguenze di questo nuovo strabiliante affare che stiamo accettando, in nome del nostro stile di vita e della nostra sicurezza, stanno diventando chiare: - Il danno economico causato da una guerra costosa, inizialmente non reso noto con onestà. - La reputazione degli Stati Uniti all'estero che, già traballante, è stata ulteriormente degradata - L'uso della tortura, gli omicidi mirati di civili, le estorsioni ottenute detenendo bambini e donne, tattiche che sono illegali o considerate inaccettabili nella maggior parte del mondo - Aumento del declino morale negli Stati Uniti - La trasformazione dell'Iraq in un campo di addestramento per i terroristi del domani, mentre aumenta l'ostilità verso gli Stati Uniti e l'Occidente nelle prossime generazioni di Arabi e Musulmani.

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