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«E’ stata la festa della democrazia ritrovata»

Intervista al portavoce della Monuc, la missione delle Nazioni unite nella Rdc che ha vegliato sull’andamento delle votazioni, Jean Tobie Okali. L’incognita dell’accettazione dell’esito
1 agosto 2006 - Emanuele Piano
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Jean Tobie Okali è il portavoce della Monuc, la missione Onu per la Repubblica democratica del Congo (Rdc). Creata nel 1999 all’indomani degli accordi di pace di Lusaka, in Zambia, è, con oltre 17 mila unità, la più grande operazione delle Nazioni unite sul campo. E’ anche la più costosa: oltre un miliardo di dollari ogni anno. Il suo mandato - spesso in passato ritenuto insufficiente nella protezione dei civili, ma anche degli stessi Caschi blu (77 ne sono morti in questi anni) - è sostanzialmente quello di accompagnare il processo di transizione congolese sino alla tenuta delle elezioni.

Come giudicate la tornata elettorale di domenica?

Il voto di domenica è stato per noi una grande soddisfazione e un sollievo. Complessivamente le operazioni si sono svolte in maniera ordinata. Certo, se guardiamo a quanto era successo nelle settimane precedenti alle elezioni, con attacchi, morti e tensioni crescenti, possiamo oggi dire che eravamo con il fiato sospeso. Ma la diligenza, la saggezza e la maturità dei congolesi hanno fugato ogni dubbio. Non ho problemi nel dire che quella di domenica è stata una festa di una democrazia ritrovata. Questo non vuol dire che il voto sia stato perfetto al 100%, del resto erano i primi scrutini da quarant’anni a questa parte. Ci sono state delle difficoltà logistiche e informatiche, in alcune schede dei candidati erano segnati con lo stesso numero e dei seggi sono stati dati alle fiamme. I problemi ci sono stati, ma sono stati complessivamente marginali rispetto alle dimensioni di un Paese come la Repubblica democratica del Congo.

Diversi commentatori affermano però che il voto porterà ad una nuova guerra civile...

Non sono una Mme Soleil chiaroveggente che vede all’orizzonte nubi di guerra. Quello che posso dire è che tutti i candidati hanno parlato con lo stesso linguaggio: eleggetemi perché così finirà la guerra e tornerà la prosperità. Chi dovesse eventualmente prendersi la responsabilità di riaprire un conflitto che nessuno vuole, avrebbe di fronte non soltanto l’intera comunità internazionale, ma gli stessi congolesi. Nessuno nella Rdc vuole più la guerra, né i parenti o gli amici degli oltre quattro milioni di morti, né quelle migliaia di donne violentate che non possono più guardare un uomo negli occhi. La prova è nel fatto che proprio nelle regioni maggiormente colpite dal conflitto - il Kivu, il Katanga e, più in generale, tutto l’est della Rdc - sono state quelle che hanno visto il maggior tasso di partecipazione al voto. Certamente questo è un primo passo. La Commissione elettorale ha già fissato le date per il secondo turno dello scrutinio. La Monuc chiede che il processo elettorale giunga al termine e che tutti i candidati - difficile pensare che tutti i diecimila aspiranti ai 500 posti al Parlamento pensassero veramente di essere eletti - accettino i risultati sanciti dalla Commissione elettorale.

Siete sicuri che tutti accetteranno l’esito elettorale?

Adesso che, dopo tre anni di transizione, la tappa del 30 luglio è stata affrancata, vedremo quello che succederà. La Monuc in questi anni si è sempre impegnata in un’opera di mediazione, lo stesso ha fatto Ciat (Comitato internazionale di aiuto alla transizione ndr). Per le elezioni è stato anche costituito appositamente un “Comitato internazionale dei saggi” che da sabato scorso sta incontrando tutti quelli che contano in Congo: le chiese, i politici, i media, la società civile. Il suo presidente, l’ex capo di Stato mozambicano ed ex presidente dell’Unione africana, Joachim Chissano, ha parlato della necessità che tutti accettino il risultato elettorale. Ha detto «prendete esempio da noi che dopo anni di guerra civile siamo un esempio per la democrazia continentale». La presenza di personaggi del genere è molto importante. Non credo che i congolesi possano ancora tollerare a lungo di vivere con meno di due dollari al giorno, in un Paese senza infrastrutture dove la ricostruzione è impedita dall’instabilità. La speranza è in marcia.

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