Conflitti

Uccidere i civili

Secondo il codice morale dell'esercito israeliano può essere giustificato per colpire i terroristi
Nathaniel Rosen (giornalista del Jerusalem Post)
Fonte: www.peacereporter.net - 08 agosto 2006


L’uomo che scrisse il codice etico dell’Idf (Israel Defence Forces, le forze di difesa israeliane), il professor Asa Kasher, sostiene che, con le opportune precauzioni, nella presente situazione nel sud del Libano, bombardare a tappeto aree con un’alta concentrazione di terroristi può essere moralmente giustificabile, anche se questo dovesse causare vittime civili.

"Non conosco la verità degli avvenimenti” sottolinea Kasher “ma, dato che abbiamo avvisato i civili e abbiamo dato loro un tempo sufficiente per andarsene, quelli che sono rimasti, in definitiva, di non andare. Pertanto, non c’è motivo di mettere a repentaglio le vite dei nostri soldati”.
Le dichiarazioni di Kasher, in un’intervista rilasciata al Jerusalem Post, seguono la morte di nove soldati israeliani, otto dei quali caduti in un’imboscata a Bint Jbail. Israele era stato riluttante a usare l’artiglieria in quantità sufficiente per radere al suolo la capitale di Hezbollah, Bint Jbail, una strategia criticata da molti, con l’accusa di essere troppo sensibili verso il nemico e i suoi civili. Moshe Keynan, il padre di un soldato morto in un altro conflitto, ha espresso tutta la sua rabbia contro l’Idf per avere messo in pericolo la sicurezza dei propri soldati per proteggere i civili di un’altra nazione: "Dobbiamo preoccuparci che i nostri figli ritornino dai loro genitori, e dobbiamo preoccuparci delle nostre famiglie, figli e mogli, non di come apparire sulla Bbc”.
Anche Meir Indor, direttore generale dell’Associazione delle vittime del terrorismo, condivide questa visione, spingendo il governo ed i vertici militari a non esporre i soldati a pericoli non necessari: “C’è un dibattito sulla misura in cui si possono mettere in pericolo i soldati per salvare i civili. Io penso il mondo abbia già deciso che non si devono sacrificare i propri soldati, per salvare civili nemici”. L’Idf ha negato che le sue misure per prevenire vittime civili siano fonte di rischi non necessari per i propri soldati: “Stiamo prendendo le precauzioni necessarie per proteggere i civili, ma non lo faremo a spese dei nostri soldati e dei nostri civili”, ha dichiarato una fonte militare.

All’interno del dibattito, il New York Post ha riportato le dichiarazioni del ministro israeliano per la Sicurezza interna, Avi Dichter, che ha affermato che Israele non vuole bombardare senza preavviso né invadere in massa via terra perché “vengono uccise molte più persone innocenti e si subiscono molte più perdite”.
Kasher ammette che la decisione di bombardare una casa o una città è sempre abbastanza complicata, specialmente se ci sono cittadini che volevano scappare ma ai quali i miliziani di Hezbollah hanno impedito di farlo. "Dobbiamo tenere in considerazione che alcuni civili vogliono lasciare i villaggi, ma viene loro proibito: questo cambia la situazione, anche se non su grande scala. In quei casi si possono giustificare attacchi di fanteria, ma solo se questi non aumentano drammaticamente la minaccia per le nostre truppe. Qualche piccolo rischio in più è accettabile, ma non lo è più se diventa drasticamente più alto". Kasher dichiarò al Post che l’Idf agisce in base a due tipi di considerazioni morali. Il primo è il proprio codice etico, 'lo spirito dell’Idf' che è stato scritto dallo stesso Kasher con un comitato di generali nei primi anni novanta. Le linee guida enumerano valori come la sacralità della vita umana, la dignità umana, e il valore delle armi. Inoltre, l’Idf prende in considerazione il diritto internazionale, sebbene Kasher noti che il diritto internazionale sia diretto più a due stati che combattono tra di loro che, come nel caso di Israele, a uno stato che combatte contro una guerriglia o gruppi di terroristi. "C’è un ingrediente nel diritto internazionale che è ben sviluppato, per quanto riguarda le guerre classiche, ed è la distinzione tra combattenti. Ma contro il terrorismo o la guerriglia è semplicemente inapplicabile, perché le persone che combattono dall’altra parte non sono combattenti di una organizzazione militare. L’intera idea della distinzione evapora”, conclude Kasher.

Note: traduzione a cura di Francesco Navarrini

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