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il commento

La nostra scelta per la pace

19 agosto 2006 - Flavio Lotti (Coordinatore nazionale della Tavola della pace)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

La guerra è una cosa schifosa. Non solo ti spezza la vita e ti distrugge le cose. La guerra provoca cambiamenti drammatici dentro le teste delle persone. Anche di quelle che, come noi, vivono (in apparenza) lontano dal campo di battaglia. La guerra è disastrosa perché travolge tutto quello che incontra nella sua marcia, cose, case, istituzioni, principi, vite umane, sogni. Nell'immediato si notano soprattutto i cumuli delle macerie ma il disastro provocato dalla guerra è innanzitutto culturale. Le macerie si possono spazzare via in pochi giorni con una ruspa e quello che era un quartiere diventa una piazza (e in futuro magari un parcheggio, che in città non si trova mai). Le case si possono ricostruire sullo stesso posto o poco più in là. Il vero disastro resta dentro la testa delle persone.
E' impressionante constatare il disastro culturale provocato dalla guerra anche nel nostro paese. Accuse, insulti, polemiche, chi si schiera da una parte, chi si schiera dall'altra, attacchi isterici, calunnie, chi inveisce contro gli uni chi contro gli altri. Tappi in bocca per tutti i critici e i dissenzienti. La guerra è una bestia che ti scuote le viscere e ti fa vomitare il peggio di te. Così in tanti sono stati risucchiati dalla logica della guerra e sono entrati a pie' pari nel campo di battaglia.
La manifestazione nazionale per la pace in Medio Oriente che faremo ad Assisi sabato 26 agosto ci può aiutare a riflettere e a spezzare, almeno nel nostro paese, questo gioco al massacro. Se si resta prigionieri della logica della guerra non si può pretendere di costruire la pace. E il problema principale che abbiamo oggi è proprio questo: cosa possiamo fare per mettere definitivamente fine alle guerre del Medio Oriente? In che modo possiamo noi italiani, europei, cittadini del mondo, popoli delle Nazioni unite, dare una mano alla costruzione di una pace vera, giusta e duratura in quella regione così esplosiva?
La prima cosa concreta che possiamo fare è, appunto, fuoriuscire dalla logica della guerra. Chi si è arruolato (come molti dei commentatori e dei politici che affollano la carta stampata) in uno dei due schieramenti può continuare la sua guerra infinita. L'unico schieramento a cui io mi onoro di appartenere (il terzo) è quello delle vittime; che com'è noto (seppure in proporzioni differenti) stanno da tutte due le parti.
Il confronto sincero sui torti e le ragioni è molto importante e va sempre continuato. Meno interessante (anche se appassiona un po' tutti) è la discussione sui vincitori e sui vinti. Anche perché questa storia è così lunga e complessa da offrire un bel po' di argomenti a ciascuno. E, soprattutto, perché le bocce sono ancora in movimento e il risultato finale alquanto indefinito.
Chi sta sinceramente cercando la pace ha innanzitutto il problema di non essere, volente o nolente, con le parole e con i fatti, parte o complice della continuazione della guerra. Non è facile. Per questo occorre essere molto vigili e rigorosi.
Decenni di guerre e politiche di potenza, di inerzia e di omissioni hanno trasformato il Medio Oriente nella più potente delle bombe mai conosciute dall'umanità. Dalla guerra del Golfo del 1991 il pericolo è andato crescendo e, nelle ultime cinque settimane, si è reso ancora più angosciante.
Forse siamo giunti all'ultimo crocevia. Dobbiamo scegliere quale strada imboccare. Dobbiamo fare la nostra scelta tra la continuazione della guerra infinita e la costruzione di una vera pace, tra la legge della forza e la forza della legge, tra la legge della giungla e la legge dell'umanità.
Per secoli siamo stati spinti a pensare che la guerra è solo la continuazione della politica con altri mezzi. Che forse, tutto sommato, qualche volta può servire. Oggi facciamo fatica a capire che quest'idea ci sta direttamente portando al suicidio dell'umanità.
Ha pienamente ragione Valentino Parlato: «è stato fatto un primo passo che va fortemente sostenuto con le armi della politica e con la forza della cultura». Chi ha imparato la lezione deve lavorare perché la fine di questa ennesima guerra segni davvero l'inizio di una nuova fase politica caratterizzata dall'abbandono di tutti i piani e proclami di guerra, dalla rinuncia alla guerra come strumento della politica, dallo sforzo comune di affrontare pazientemente tutti i problemi irrisolti con mezzi pacifici. Per questo, con grande umiltà, invitiamo tutti ad esserci il 26 agosto ad Assisi. Per fare insieme la nostra scelta.

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