Conflitti

Incroci turchi

24 luglio 2007
Ennio Remondino
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Come accade a tutti, è spesso una singola immagine a trattenere nella memoria un evento, una situazione, una complessità. La mia immagine delle sorprendenti elezioni turche è il volto della bella signora Erdogan, la moglie del premier vincitore, sempre incorniciato dal velo. Donna che applica il diritto femminile di piacere, nella scelta accurata di veli grandi firme, e di lunga veste islamica, ma di sartoria, che nasconde attirando però l'attenzione. L'islam e la modernità, l'islam e la democrazia, l'islam e i diritti umani, a partire da quelli delle donne. E' questa la scommessa della nuova Turchia interpretata dal partito islamico moderato di Tayyip Erdogan. Tradizione islamica all'interno di un sistema di libertà che al momento partono dall'economia, qui in pieno sviluppo, ma che dovranno camminare molto oltre e ancora a lungo. Per fortuna di tutti, persino sua, Erdogan vince, ma non stravince. Più dodici per cento di voti, e 20 seggi in meno. Magia del sistema elettorale turco che impone uno sbarramento al dieci per cento, per poter entrare in Parlamento. Difficile immaginarlo in Italia, anche se l'idea d'avere a che fare con quattro partiti soltanto, esercita un certo fascino. Il problema resta quello, qui come a casa, di quali partiti. In Turchia, le organizzazioni politiche chiamate a governare il paese, saranno questa volta tre. I Repubblicani di tradizione laica che ospitano una sparuta presenza di sinistra socialdemocratica, e la formazione ultra nazionalista che fa da riferimento alle formazioni eversive dei Lupi Grigi. A compensare questa novità preoccupante, l'entrata in Parlamento di 23 indipendenti d'origine kurda, a dar voce alle tante esigenze ancora disattese di quell'importante minoranza. Per le curiosità, in chiave italiana, la nominalità stessa dei partiti. Qui hanno dato le piste a FassinoRutelli-Veltroni creando da tempo il Partito democratico, che si autodefinisce apertamente di destra. Anche Mussi e dissidenti arrivano secondi con la Sinistra democratica. Per il resto è il fascino della grande proposta: Partito della felicità. Eccezionale. Partito giovani, rilancia un avventuroso capo partito che anni addietro possedeva televisioni e radio e cercava di fare il «berluschino» asiatico. Poi si sale verso l'ideale: Partito della madrepatria, Partito della retta via, Partito per la giustizia e lo sviluppo. Altro che nostra politica botanica o calcistica. Nuovo scenario politico, quello che si profila in Turchia, chiamato a collaudare i suoi equilibri già tra qualche settimana, con l'elezione del nuovo capo dello stato. Due terzi di consensi per eleggerlo e, dati i nuovi risultati, la necessità per Erdogan di trovare un compromesso con l'anima laica o nazionalista del paese. Alleanze che saranno rivelatrici.
Una mediazione che coinvolgerà anche la presenza silenziosa ma incombente dell'apparato militare, che s'auto proclama garante della laicità dello stato. Un Presidente della repubblica come garante e «figura terza», scelto fuori dei partiti, com'era stato sino a oggi, o il vertice dello stato anch'esso espressione della politica, come avrebbe voluto Erdogan' Attorno a questo quesito fondamentale ruota in realtà l'intero equilibrio istituzionale della Turchia che si sta andando a disegnare.
Terza questione che entra in campo, la definizione più netta del ruolo internazionale della Turchia. Dall'alleanza occidentale di modello Nato in chiave antisovietica del recente passato, all'obiettivo di un'adesione all'Ue tutto da definire, ma ritenuto essenziale come treno di crescita, nell'attesa di decidere. Parallelo interessante con quella parte d'Europa che entra nell'Unione guardando soprattutto all'alleanza militare d'oltreoceano, più che al continente di cui fa parte. La Turchia comincia in Europa ma cresce in Asia e non ama più gli alleati d'oltre Atlantico. Tra Nato e Ue, alla fine, la scelta potrebbe essere quella di una sorta di «Non allineamento» di modello jugoslavo.
Infine il fronte dell'economia. Indirizzo strategico internazionale bel delineato, nel campo dell'energia. La Turchia già è, e ancora più si prepara a essere, il transito essenziale di gas e petrolio dal Caucaso necessario alla sete del nostro sviluppo. In cambio sta incassando un prodotto lordo di 400 miliardi di dollari l'anno e forti investimenti esteri. I soldi scommettono su Erdogan, si potrebbe dire. La Turchia che già sta abbastanza bene, altrettanto. Difficile capire cosa cambierà per quella vasta parte della popolazione rurale o dei centri urbani isolati del nord est a povertà kurda quasi esclusiva.
La tutela dell'enorme e ricco apparato militare sulla laicità dello stato, è l'ultimo enigma della Turchia di dopodomani. Apparato poliziesco e di controllo gigantesco, apparato giudiziario molto tifoso, garanzia dei diritti civili messa spesso in discussione da ben organizzate e protette organizzazioni eversive e criminali come quella dei Lupi Grigi. Erdogan sa, ma sino a oggi, non ha colpito. Assasinii eccellenti, da don Santoro al giornalista turco-armeno Hrant Dink, che hanno dei killer ma che non vedono alla sbarra i mandanti noti. Poi il fantasma della guerra nel nord dell'Iraq, a caccia dei «santuari» della guerriglia indipendentistica del Pkk e del fantasma di Ocalan in carcere.
Visto che siamo partiti dal velo della signora Erdogan, vediamo un attimo la questione femminile che emerge da queste elezioni. Raddoppio della quota rosa presente nella Grande assemblea del popolo. Anche in questo caso, la percentuale di crescita non coincide con la rappresentanza femminile reale, che si ferma a sole 41 onorevoli donna. Resta la stupefacente realtà di una donna chiamata a presiedere la Corte costituzionale, una Montezemolo al femminile a capo della locale Confindustria, un'ex premier e una capo partito, che noi in Italia neppure riusciamo ancora a immaginare. A sinistra, posso testimoniare, nulla, neppure al femminile. Sto parlando della Turchia, ovviamente.

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