L’Unione Africana denuncia l’omicidio di Saif al-Islam e invoca una transizione pacifica
Un comunicato ufficiale del presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua), Mahmoud Ali Youssouf (Gibuti), «condanna fermamente l’uccisione della figura politica libica Saif al-Islam Gheddafi», un «atto che rischia di minare ulteriormente gli sforzi per una transizione politica credibile e inclusiva in Libia». Il politico «presenta le proprie condoglianze alla famiglia e a chi è stato colpito dal crimine, e sottolinea l’imperativo di risolvere le controversie politiche con mezzi pacifici e nel rispetto del diritto». Alle autorità libiche viene chiesto di fare chiarezza sulle circostanze dell’uccisione e di processare i responsabili.
Saif al Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi, è stato ucciso a Zintan da un commando ultra-professionista che non ha lasciato tracce. E’ stato così eliminata una figura politicamente scomoda per entrambi i poteri che si contendono la Libia dal 2011, anno dell’operazione militare condotta dalla Nato e da alcune monarchie del Golfo.
La Commissione dell’Ua chiede «moderazione e calma a tutti gli attori politici» e reitera «l’impegno continuativo dell’Unione nel sostegno al popolo e alle istituzioni della Libia nello sforzo di una risoluzione durevole, consensuale e pacifica della crisi politica e di sicurezza che colpisce il paese dal 2011».
E quindici anni fa, durante i bombardamenti della Nato sulle città libiche, nell’operazione «Unified Protector» avviata il 19 marzo, l’Unione africana cercò di agire da mediatrice fra la Jamahiryia araba libica e i gruppi in rivolta (armata). In particolare, nel mese di aprile. Il governo libico accettò le proposte africane per porre fine alla guerra ma l’opposizione, rappresentata dal National Transitional Council (Ntc) e assistita dalle potenze occidentali e del Golfo, le respinse perché non prevedevano l0allontanamento di Muammar Gheddafi. A Bengasi gli inviati dell’Ua furono anche assaliti da manifestanti.
Ma poche settimane prima, alla vigilia dell’intervento militare Nato Golfo, due paesi africani – il Sudafrica e il Gabon – da membri di turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu avevano votato a favore della risoluzione 1973 la quale stabiliva fra l’altro una no-fly zone, violata già il giorno successivo... dagli aerei francesi per primi e poi da tutta l’Alleanza atlantica. Si era invece astenuto il Brasile, insieme a Germania, India, e Cina e Russia le quali però non avevano posto il veto – anche se in seguito lamentarono l’uso strumentale della decisione del Consiglio.
I paesi dell’Africa occidentale hanno subito gravissimi effetti collaterali dalla guerra libica del 2011 e dalla crescita dei gruppi estremisti nel paese nordafricano. Effetti jihadisti sottolineati già nel 2013 da un negletto studio per l’Europarlamento, richiesto dal suo Comitato affari esteri, che dava conto di una massiccia circolazione nel Sahel delle armi saccheggiate dall’arsenale libico e di quelle inviate dal Qatar (che nel 2011 aveva anche preso parte ai bombardamenti). Il Mali alla fine del 2011 aveva già un terzo del territorio occupato da islamisti come Aqim, Ansar Dine, Mujao.
Quanto al Qatar, il rapporto per l’Europarlamento citava una fonte anonima dei servizi segreti francesi (la Dgse – Direzione generale della sicurezza estera), secondo la quale molte delle armi fornite dall’emirato ai ribelli in Libia erano finite nelle mani di gruppi terroristici in Sahel. Diverse note erano state mandate – invano – all’Eliseo per avvertire delle «attività» internazionali del Qatar e del suo emiro, grande amico dell’allora presidente Nicolas Sarkozy - il primo a partire con le bombe sulla Libia.
La notizia della morte di Saif al Islam ha suscitato i commenti di cittadini saheliani, in calce a media locali: «I nemici lo hanno ingannato. Non bisogna mai confidare negli occidentali»; «Hanno ucciso quello che poteva essere il potenziale presidente»; e anche «Macron ha colpito».
Forse un riferimento, come fa il media spagnolo Atalayar, a un recente incontro segreto a Parigi propiziato da Francia e Stati uniti e svoltosi pochi giorni prima dell’esecuzione mirata. Partecipanti libici: Saddam Haftar, figlio del maresciallo che controlla l’Est del paese, e Ibrahim Dbeinabh (consigliere per la sicurezza del primo ministro di Tripoli Abdul Hamid Dbeibah) per l’Ovest. Motivo: discutere dell’unificazione nazionale, compresi petrolio, esercito e potere finanziario. In questa stabilizzazione forzata guidata da Francia e Stati uniti ci sarebbero vari obiettivi strategici: sicurezza energetica e investimenti, contenimento dei fenomeni migratori, marginalizzazione russo-cinese. E l’assassinio a Zintan, per tempistica, modalità operativa da professionisti di servizi di intelligence stranieri e oscuramento di ogni responsabilità, suggerirebbe secondo il media un’operazione di «pulizia politica» per facilitare l’accordo franco-americano, anche eliminando il terzo incomodo che poteva suscitare nostalgia per la sicurezza economica e la stabilità sovrana del paese pre-2011, oltre a un’alternativa anti-islamista e anti-milizie.
Atalayar sottolinea poi un rischio possibile per i paesi subsahariani, sulla base dei precedenti: un’ulteriore instabilità nel Sahel.
Anche la Russia condanna «con la massima fermezza»i fatti di Zintan, chiedendo un’inchiesta tempestiva che porta all’individuazione e alla punizione dei responsabili. Anche l’Unsmil, la Missione Onu di sostegno alla Libia, condanna l’accaduto, sostenendo che l’uccisione mirata mina il diritto e chiede un comportamento responsabile a tutte le parti.
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