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Esperienze di democrazia partecipativa

Strategie di partecipazione ‘lillipuziana’ fra teoria e pratica (gennaio1999-gennaio 2002)

La sfida per la vita della Rete di Lilliput: 1) combattere i giganti senza diventare come loro, soffocati da oligarchie ed apparati burocratici; 2) conservare la partecipazione senza leaders identificabili, e sopravvivere nell'impero dei media, che vuole leaders identificabili e/o fenomeni da baraccone.
4 dicembre 2005 - Francesca Veltri

Premessa

Il caso della Rete di Lilliput — movimento nonviolento nato all’interno della realtà dei gruppi no-global, ma dotato di precise caratteristiche che da questi ultimi lo hanno differenziato in più occasioni, non ultima quella della formazione dell’Italian Social Forum — presenta aspetti particolarmente interessanti per un’analisi di cosa significhi e quali problemi comporti cercare ai giorni nostri di creare una struttura politica alternativa alle forme dei partiti di massa tradizionali, quali sono venuti consolidandosi ai primi del novecento e poi nel corso di tutto il secolo ventesimo. Osservare i dibattiti svoltisi all’interno di questo movimento, sottolineando le innovazioni e le difficoltà incontrate nel corso della sua evoluzione, fra il 1999 (anno in cui nasce Lilliput) ed il 2002 (anno in cui si delinea il primo progetto concreto di struttura organizzativa condiviso da tutta la Rete), significa mettere una volta ancora concretamente in discussione il modo di intendere la partecipazione alla vita pubblica, il rapporto tra rappresentati e rappresentanti, tra forme di democrazia partecipativa e rappresentativa, oltre che il contenuto stesso di tali concetti.

Cos’è Lilliput ?

Figura 1: dalle singole associazioni occasionalmente cooperanti al coordinamento del Tavolo Intercampagne.

La Rete di Lilliput nasce dal progetto, ideato fra gli altri da padre Alex Zanotelli, di stabilire un collegamento fra le molteplici realtà italiane dell’associazionismo e del volontariato, in modo da riunire in una serie di azioni coordinate gruppi diversi, dai centri sociali alle associazioni religiose, ambientali, pacifiste, facendo appello alla lotta comune contro un’economia gestita da gruppi transnazionali ed accusata di essere fonte di pesanti disparità sociali a livello globale, nonché di danni ad ampio raggio in campo ambientale e di esplosioni belliche. Al di là degli obbiettivi condivisi (il raggiungimento di un’economia più giusta, la diffusione di uno stile di vita improntato alla solidarietà ed alla sobrietà) viene richiesto a tutti gli aderenti di accettare e di sposare radicalmente nell’azione pratica i metodi della nonviolenza.

Queste associazioni promotrici costituiscono il Tavolo Intercampagne, all’interno del quale, come vedremo, Lilliput muoverà i primi passi. Attraverso l’analisi di questa origine, si cercherà di mettere in luce alcune delle motivazioni che porteranno questo movimento ad elaborare una struttura organizzativa indipendente.

Attraverso il documento fondatore lanciato dal Tavolo, è possibile delineare alcune linee generali che costituiranno lo sfondo teorico dal quale Lilliput muoverà i primi passi. La dimensione trans-nazionale dei gruppi di potere e di pressione economica viene collegata ad una crisi delle istituzioni democratiche legate invece alle singole nazioni:

uno straordinario trasferimento di risorse e di poteri si è realizzato a beneficio di attori privati, in larga misura transnazionali, socialmente non responsabili e non trasparenti. Le forme della democrazia e della politica che tradizionalmente abbiamo conosciuto, legate a doppio filo agli stati nazionali, risultano così come sono largamente inadeguate a governare questi processi.1

L’accusa mossa alle forme tradizionali della democrazia è dunque che esse non siano riuscite a controllare il passaggio di potere dagli stati agli attori privati. La definizione di globalizzazione contenuta nel manifesto del Tavolo Intercampagne coincide con questa «metamorfosi di poteri».

Se la lotta per il potere si gioca ad un livello globale, si reputa allora più facile, nella prospettiva fin qui delineata, che a combattere aggregazioni economiche private multinazionali, per lo più libere da vincoli geografico-politici, siano gruppi indipendenti di pressione, a loro volta privati, ritenuti capaci di stimolare una partecipazione civile ed un coinvolgimento indipendenti dai confini delle singole nazioni.

Da un certo punto di vista si ha qui una prima contrapposizione fra il mondo dell’associazionismo e quello delle istituzioni, sentite non come ostili o nemiche, ma più semplicemente come impotenti, inadeguate. Tuttavia una simile contrapposizione è svolta per il momento quasi solo ad un livello ‘globale’. Le istituzioni, e gli organismi politici che le compongono, sono giudicate impotenti quasi solo in quanto legate ai singoli stati nazionali.

Per il momento la questione della maggiore efficacia di un modello organizzativo rispetto ad altri non è ancora sfiorata. D’altra parte sarebbe assai difficile farlo, dato che le stesse associazioni che compongono il Tavolo Intercampagne hanno caratteristiche formali profondamente diverse fra loro. Alcune hanno una struttura poco più che embrionale, altre, legate a grandi ONG internazionali, come il WWF, dispongono di organizzazioni assai più complesse. Fra di esse, Rete Radié Resch è l’unica che proponga un disegno organizzativo ‘a rete’ privo di vertici riconoscibili.

Quando nel manifesto del Tavolo si parla di potere delle associazioni, esso è riferito a due condizioni: la capacità di aprire le proprie strategie di lotta e di progetto a quanti più individui possibile (consenso militante) e quella di arrivare a coordinarsi fra loro, a livello nazionale prima, ma soprattutto internazionale. La frammentarietà dell’azione di tali gruppi è infatti sentita come uno dei suoi limiti più grandi, da cui si fa dipendere la sua scarsa incidenza sulle politiche interne ed esterne, ed è contro questo limite che il Tavolo decide di costituirsi, e di costituire la Rete di Lilliput.

Lilliput, in origine, è dunque il tentativo di allargare a livello locale la partecipazione alle iniziative del Tavolo Intercampagne, coinvolgendo tutti i singoli o le piccole associazioni non partecipanti al Tavolo attraverso la creazione di punti d’incontro locale, i Nodi della Rete.

Abbiamo già sottolineato la grande varietà di forme organizzative all’interno del Tavolo, ovvero delle associazioni che lo compongono. In questo contesto è giocoforza chiedersi perché, sia per definire il tipo di coordinamento interno al Tavolo, sia il suo allargamento a tutto il territorio italiano, ovvero Lilliput, si sia scelto di adoperare il concetto di ‘rete’, ed in che senso esso sia stato proposto. Perché, fra queste diverse strutture, scegliere proprio quella a ‘rete’ ? Come viene motivata questa decisione ?

Da un lato, il fatto di dover coordinare realtà molto diverse fra di loro, per forma e contenuti, spinge a cercare di salvaguardare l’identità di ognuna evitando di formare un nuovo contenitore che le riassorba tutte dentro di sé. Nel documento succitato «Gettare la Rete» pare inoltre di cogliere, oltre al timore di soffocare le proprie identità associative in una sigla comune, una sorta di imbarazzo e quasi di insofferenza, da parte delle associazioni, rispetto al ruolo politico che, seppure su un versante non istituzionale, il loro coordinamento andrebbe a ricoprire. Diventare più visibili, per molte di esse, significherebbe uscire da un’azione puramente privata e assumere una posizione pubblica, di interlocutore politico, che le porterebbe verso una istituzionalizzazione piuttosto temuta che desiderata. Questo timore è in gran parte dovuto all’idea, più o meno esplicitata, che istituzionalizzazione significhi perdita di partecipazione.

Come accentuare la visibilità senza riprodurre in piccolo i meccanismi della politica-spettacolo e vuota di partecipazione che viviamo ogni giorno ?2

La risposta a questa domanda è ancora ‘la rete’, che asseconda il bisogno di apparire senza apparire troppo, di esserci senza essere troppo facilmente etichettati.

Ciò che accomuna queste associazioni, al di là di tutte le loro differenze, è, da un lato propriamente teorico, la sensibilità verso problematiche ambientali, economiche e sociali reputate il frutto di un sistema non equo di distribuzione delle ricchezze; da un altro punto di vista, il fatto che ognuna di esse sia costituita da persone motivate ad impegnarsi in prima persona per intervenire su questo genere di problematiche, ovvero disponga del famoso ‘consenso militante’ di cui si è parlato prima. Che tale militanza possa prendere diverse forme, da un semplice contributo finanziario periodico ad una collaborazione più diretta, nulla toglie al senso di appartenenza più o meno esplicito derivante dal fatto di far parte dell’insieme di persone cosiddette ‘impegnate’, disposte a sacrificare volontariamente parte del proprio tempo o del proprio denaro in favore di un progetto preciso, senza un ritorno in termini di beneficio personale. La principale preoccupazione delle associazioni riunitesi intorno al Tavolo è di comunicare questo consenso a Lilliput, in modo che esso non riguardi più soltanto i propri progetti od obiettivi particolari, ma anche quelli comuni. Per favorire questo processo, si ritiene necessario renderlo il più naturale e fluido possibile, evitando dunque di chiedere ai propri aderenti di entrare a far parte di una nuova associazione, più grande e di conseguenza a rischio di divenire più burocratizzata o gerarchizzata, bensì semplicemente invitandoli a ‘collaborare’ con altri individui altrettanto motivati in uno scambio quanto più possibile libero, informale.

In questo contesto diventa più chiaro anche il riferimento alla storia della «rete di Lilliput» contenuta ne I viaggi di Gulliver, da cui la Rete trae il proprio nome: l’idea che una miriade di piccoli esseri riesca a legare con un insieme di cordicelle intrecciate ciò che appare loro come un gigante, sta a simbolizzare il potere che un insieme di individui arriva a prendere sopra organizzazioni enormi (in questo caso le multinazionali) senza bisogno di essere a sua volta un gigante di pari dimensioni, ovvero di sacrificare ad una ricerca di unità la propria individualità.

Si potrebbe dire, con Weber, che per il momento la legittimazione della Rete di Lilliput è soprattutto ‘interna’, ovvero dovuta ad un senso di appartenenza scaturito da motivazioni interiori ai propri membri, più che dall’accettazione di una struttura esterna formalizzata pubblicamente. Tuttavia, il bisogno di quest’ultima evolverà insieme al movimento stesso, come vedremo.

Si discute su Lilliput, fra ‘Nodi’ e ‘Tavolo’

Un anno e mezzo dopo la creazione della Rete di Lilliput, la sua struttura si compone come segue:

il Tavolo Intercampagne, che propone e organizza le mobilitazioni, oltre a svolgere incarichi tecnici di segreteria;

i Nodi, che agiscono a livello locale, allargando il richiamo sulle mobilitazioni, e che possono proporre a loro volta delle iniziative.

Secondo un sondaggio interno alla Rete conclusosi il 10 gennaio 2002,3 cui ha risposto la maggior parte dei Nodi, (ovvero 51 su 69), si tratta di raggruppamenti estremamente fluidi, privi nella maggior parte dei casi di uno statuto ed una sede fissa, ma capaci di organizzare riunioni abbastanza regolari. Ogni Nodo ha un referente che coordina le iniziative del gruppo, i dibattiti e le riunioni, e gestisce i rapporti telefonici o telematici con il resto della Rete. La rappresentanza diretta verso l’esterno della Rete (in occasione di manifestazioni cittadine, per esempio), viene in genere lasciata a portavoce che cambiano di volta in volta, ma anche i referenti assumono a volte incarichi di rappresentanza. L’attività locale è dedicata in particolare a problematiche ambientali o del mondo del lavoro, ed è strettamente collegata con la sensibilizzazione del proprio territorio di appartenenza verso le campagne nazionali.

Il discorso organizzativo, fin qui relativamente marginale all’interno del movimento, almeno rispetto ad altre questioni (l’approfondimento tematico sui vari argomenti alla base delle diverse campagne di Lilliput, ad esempio) si rivela più complesso ed ambiguo del previsto, nonché più essenziale, nel corso della preparazione della prima assemblea nazionale di Marina di Massa e durante lo svolgimento della stessa.

Sono i Nodi a porre decisamente la questione dell’organizzazione. La loro esistenza sul piano locale è diventata una realtà sempre più attiva ed autonoma, che a differenza di ciò che accade all’interno del Tavolo, non riconosce più la propria identità principale in una delle associazioni partecipanti, ma nella stessa Lilliput. In effetti il passaggio dal piano nazionale al piano locale sembra affievolire la necessità, per i membri della Rete già appartenenti ad altri gruppi, di preservare il carattere specifico di questi ultimi, tanto più che molti dei gruppi aderenti ai Nodi, ma non facenti parte del Tavolo, sono assai piccoli, di dimensioni e raggio d’azione inferiori a quelli di Lilliput. A ciò si aggiunge il fatto che la Rete conta anche molti aderenti individuali, privi di un’identità che non sia quella ‘lillipuziana’, anche se magari, in passato, sostenitori esterni di singole iniziative. Secondo il sondaggio succitato, si contano in Lilliput 523 aderenti singoli e circa 292 associazioni. Manca un censimento dell’intero numero dei membri, non ricavabile neppure dalla partecipazione alle votazioni, dato che ogni associazione può esprimere un solo voto.

La ricerca di un «consenso militante» ha dunque portato le basi della Rete, i Nodi, a costituirsi come parte di un movimento autonomo rispetto al Tavolo. Si parla di movimento e non di nuova associazione, dato che su questo i pareri sono discordanti. In effetti l’idea sembra essere di mantenere la pluralità delle esperienze associative, senza tuttavia che una parte di esse, quelle riunite intorno al Tavolo, abbiano un ruolo preponderante. La maggior parte dei Nodi dimostra infatti una certa insofferenza di fronte allo schema che vede il Tavolo Intercampagne in posizione centrale, come portavoce e responsabile dell’attività dell’intera Rete, di cui essi non sono, al momento, che una sorta di estensione, un’‘emanazione’. Come abbiamo visto, tale situazione è dovuta alla particolare conformazione del Tavolo Intercampagne e della stessa Lilliput allo stato embrionale, intesi entrambi come il frutto del coordinamento fra gruppi di per sé già ben organizzati sia a livello locale che nazionale ed internazionale, autonomi, con un’identità propria da preservare, non disposti a sciogliersi in un nuovo organismo più vasto.

I membri dei Nodi dimostrano di comprendere tale preoccupazione, difatti negano di voler creare una ‘super-associazione’. Piuttosto premono dal basso per la creazione di un organismo che, pur conservando in sé una pluralità di gruppi e di esperienze diverse, definisca a livello organizzativo quali rapporti debbano intercorrere tra questi molteplici gruppi, in particolare per ciò che riguarda il problema della rappresentanza.

Nel corso della preparazione dell’assemblea e dell’assemblea stessa si delineano diverse proposte rispetto alla struttura futura di Lilliput : si va dalla possibilità di una struttura piramidale, scandita da più livelli assembleari elettivi e con un centro decisionale elettivo ben preciso (questa proposta viene elaborata e difesa soprattutto dagli aderenti al Nodo nato all’interno dell’università Bocconi4) a quella, opposta, di eliminare qualsiasi vertice e di conseguenza chiarire i rapporti tra Nodi e Tavolo, andando in direzione di una struttura a rete di tipo orizzontale. Dal dibattito emergono tre diverse proposte, schematizzate come segue5:

  1. Struttura a dimensione orizzontale : sperimentazione della partecipazione diretta e superamento della rappresentanza. In questa ipotesi il Tavolo Intercampagne si posiziona come un nodo fra gli altri della Rete.
  2. Struttura orizzontale-verticale : viene riconfermata la democrazia rappresentativa con l’elezione da parte dei nodi locali e/o dell’assemblea nazionale del proprio ‘centro decisionale’. Anche in questo caso il ruolo del Tavolo viene drasticamente ridimensionato, in quanto organismo non eletto; al suo posto il ‘centro decisionale’ dovrebbe essere costituito da un Comitato esecutivo eletto, che scelga fra i suoi membri un Portavoce destinato ad essere il rappresentante ufficiale della Rete.
  3. Il modello attuale va bene, si riconferma al Tavolo Intercampagne la responsabilità di decidere per la Rete di Lilliput ed i Nodi locali sono ‘amplificatori’ delle decisioni prese dal Tavolo.

All’indomani della prima assemblea nazionale, la Rete di Lilliput applica per la prima volta quella che, come vedremo, sarà una caratteristica importante nella presa di decisioni consensuali, ovvero il fatto che, se non c’è accordo quasi unanime del gruppo su una scelta piuttosto che su un’altra, è meglio non prendere nessuna decisione e riflettere meglio sull’argomento, in questo caso su che organizzazione darsi. Gli eventi, tuttavia, finiranno per travolgere queste esitazioni. Mi riferisco in particolare alla grande mobilitazione no-global di Genova in occasione del vertice del G8.

Le manifestazioni no-global in occasione dell’incontro del G8 costituiscono per la Rete di Lilliput la prima esperienza pubblica di una certa rilevanza, nonché il primo incontro-scontro con i sistemi dell’informazione mediatica. A questo evento Lilliput giunge senza aver definito chi debba rappresentarne le posizioni di fronte alla società italiana e internazionale.

Il contatto con realtà dotate di portavoce ben riconoscibili, all’interno del Genoa Social Forum, segna per la Rete una situazione di profondo disagio, che finirà per segnare tutti i successivi rapporti con i Social Forum locali fino al rifiuto di entrare nell’Italian Social Forum. Per dirla con le parole di uno dei membri del Tavolo, G. Bologna «noi, che non abbiamo voluto darci, per scelta, dei rappresentanti, poi ci siamo trovati quelli degli altri»6.

Si potrebbe dire che queste parole aprano una seconda fase del dibattito organizzativo interno, più matura e approfondita, che sarà al centro delle tre Assemblee Macroregionali dei Nodi del Nord, del Centro e del Sud, svoltesi a breve distanza temporale a Milano, Faenza e Roma nell’autunno del 2001.

La seconda fase della Rete di Lilliput

Le difficoltà di Lilliput nel darsi una struttura definita, oggetto di discussione per tutta la fine del 2001, fino alla seconda assemblea nazionale del 2002, nascono tanto dal confronto con le proprie origini che con le prospettive future. L’insofferenza verso la rappresentanza del Tavolo, il timore di essere soffocato da altre realtà, portano il movimento ad interrogarsi su se stesso, a lungo e senza trovare risposte definitive. La mia impressione è che alla base di tale incertezza stia soprattutto l’ambiguità del concetto di ‘rete’, aperto a più interpretazioni. Due modelli si sono scontrati in Lilliput nella prima fase della sua cosiddetta ‘emancipazione’ : da una parte quello che l’avvicinava alla struttura piramidale dei partiti politici e di alcune delle associazioni di partenza; dall’altra un progetto di struttura orizzontale, ‘a rete’.

Gettando lo sguardo sui dibattiti organizzativi autunnali, appare evidente che il primo modello è stato già abbandonato, verosimilmente in quanto sostenuto da pochi Nodi, e che il principale obiettivo è ormai di precisare le caratteristiche che il secondo modello, quello ‘a rete’, debba assumere.

Consultando le pagine dedicate alla questione sul sito della Rete di Lilliput, si noterà che essa fin dall’inizio definisce la propria struttura a rete come uno strumento da contrapporre efficacemente all’organizzazione, a sua volta a rete, delle imprese multinazionali, opponendola alla «struttura piramidale dei partiti di massa tradizionali, ricalcata sulla formula della fabbrica fordista»7. Per comprendere cosa ciò significhi, è necessario fare un breve passo indietro, che permetterà di introdurre meglio le questioni affrontate al presente.

Quando, fra il finire dell’ottocento ed i primi anni del novecento, iniziarono a nascere i partiti ‘di integrazione di massa’ (così chiamati per contrapporli alle precedenti esperienze dei partiti costituiti da notabili), essi, nati come reti di movimenti abbastanza informali, si caratterizzarono per lo sforzo di inaugurare una serie di novità a livello organizzativo, fra cui in particolare la professionalizzazione del ruolo del politico e la creazione di strutture permanenti, gerarchizzate. In Italia queste esperienze presero le forme di un partito di ispirazione socialista, e più tardi di uno di ispirazione cattolica, uno fascista ed uno comunista. A livello europeo, furono soprattutto i partiti della sinistra marxista a definire in modo approfondito questo modello di organizzazione politica. Esso era in effetti piramidale, e prevedeva organi decisionali ristretti, data la grande quantità di partecipanti, che rendeva impossibile consultazioni generali a livello nazionale. Inoltre, di fronte alla necessità di coordinare l’azione di masse prive di strumenti culturali che potessero permetterne l’autogestione, era giocoforza che la guida del partito fosse controllata da poche persone preparate a farlo, a cui il partito, o lo stato, dovevano garantire i mezzi di sussistenza, dato che, per usare i termini di Weber, esse non vivevano più solo per la politica, ma anche di politica8. Ciò permetteva che anche persone di estrazione popolare, scelte fra le più brillanti e formate alle scuole di partito, potessero prendere parte attiva alla vita parlamentare, ma si trattava sempre di un numero limitato di individui, a capo di quantità enormi di uomini. Naturalmente, per potersi garantire un tale seguito, era necessario che questi ultimi fossero almeno parzialmente consapevoli e soddisfatti sia degli obiettivi che dei risultati conseguiti, e disciplinassero il proprio comportamento in base alle direttive ricevute.

Questo modello, più o meno flessibile a seconda delle realtà e dei contesti in cui si sviluppò, ricevette una codificazione particolarmente severa da parte di Lenin nei primi anni del novecento, in direzione del partito-fabbrica. Lenin, (cfr. Che fare ? oppure Un passo avanti, due passi indietro) si era rifatto esplicitamente al modello della cosiddetta ‘cultura di fabbrica’, per prendere le distanze da coloro che, come Rosa Luxembourg, esigevano strutture più flessibili, considerate meno elitarie. A chi lo accusava di «concepire il partito come un’enorme fabbrica, con a capo un direttore, il Comitato Centrale»9 egli ribatteva con il distinguere fra il lato sfruttatore e quello organizzatore della fabbrica moderna, considerata come «la forma superiore di cooperazione capitalistica, che ha raggruppato e disciplinato il proletariato sulla base di un comune lavoro da svolgere»10. Perché questo lavoro fosse efficace, era a suo parere necessario sovrapporre allo slancio irriflesso delle masse un coordinamento ben preciso e solido, cui fosse impossibile sottrarsi per chiunque volesse considerarsi membro del partito.

Al di là di qualsiasi analisi più precisa di queste argomentazioni, per la quale non c’è qui lo spazio né la possibilità, resta il fatto che il modello rappresentato dai partiti politici di massa ha largamente dominato la scena pubblica novecentesca, sia che essi fossero intesi positivamente come basi fondamentali della vita democratica occidentale, senza le quali essa non si sarebbe mai sviluppata, sia negativamente come fondamento di regimi totalitari fra i più duri che la storia ricordi.

A distanza di quasi un secolo, i costituenti di Lilliput protestano contro il fatto che, pur attraverso tante trasformazioni, gli eredi dei partiti di massa della prima metà del secolo abbiano conservato anche ai giorni nostri le forme essenziali di tale struttura, ed in particolare, a) organi decisionali ristretti (le assemblee provinciali, regionali e nazionali per delegati) e b) un segretario eletto, ben definito, destinato ad essere il rappresentante fisico del partito, la sua guida ed il suo portavoce.

La fine della guerra fredda ha avuto varie manifestazioni all’interno dei partiti di massa. Il rapporto tra le basi ed i vertici dei partiti, legate dal meccanismo elettorale, si è indebolito con l’indebolirsi della presenza di militanti11, ed il sistema maggioritario ha accentuato il ruolo del leader, a capo di schieramenti più vasti, dalle posizioni più sfumate, all’interno dei quali si è irrigidita la pratica delle candidature provenienti ‘dall’alto’. Pressioni per un maggiore coinvolgimento delle basi territoriali sono venute dall’interno dei partiti stessi, per controbattere un’indifferenza sempre più diffusa fra gli stessi aderenti.

D’altra parte questo genere di struttura, oltre ai limiti, presenta un certo numero di innegabili vantaggi, proprio attraverso la rapidità di decisione ed esecuzione che nasce dal principio gerarchico su base elettiva, capace di gestire in tempi relativamente ridotti l’azione di grandi numeri di persone. L’elettività viene ancora considerata come una fondamentale garanzia democratica, dato che permette, in linea di principio, di scegliere le persone reputate dalla maggioranza più capaci e più adatte ai ruoli di guida e di dirigenza. La fiducia verso di esse, la disponibilità ad accettarne le decisioni, dovrebbe nascere proprio dalla libera scelta che sta alla radice del loro potere e che, attraverso una crescente consapevolezza dell’elettorato, lo annullerebbe venendo meno le condizioni che l’hanno creato, possibile rimedio al verificarsi della «ferrea legge delle oligarchie» di Michels.

Lilliput, come abbiamo visto, si costruisce su posizioni opposte: la risposta alla ‘crisi dei partiti’ è, per il movimento, la creazione di una struttura antitetica alla loro. Alla base di questa determinazione stanno diverse pre-condizioni che tenterò assai brevemente di analizzare.

I partiti di integrazione di massa, alle loro origini, erano caratterizzati da due aspetti: a) un grande numero di aderenti, che in alcuni periodi della loro storia superò il milione, e b) un dislivello culturale abbastanza netto fra basi e vertici. Lilliput, alla sua nascita, si trova nella condizione opposta: numeri piccoli (all’ultimo censimento risultavano circa cinquecento aderenti singoli e trecento associazioni), capacità di autogestione della propria attività politica da parte dei membri, maggiore omogeneità culturale. Si tratta insomma delle caratteristiche che Weber aveva riconosciuto come aperte alla possibilità di un’auto-amministrazione non gerarchica, ed a cui perfino Michels concedeva il dubbio di riuscire a sfuggire alla sua legge sulle oligarchie, quando diceva che «una cultura maggiore significa maggiore capacità di controllo»12, auspicando che anche le grandi masse potessero un giorno aprirsi a questa possibilità. Paradossalmente, si potrebbe dire che una simile associazione sembra portata a sviluppare una legge opposta, ovvero che, dati questi elementi di partenza, essa tenda a sviluppare l’incapacità dei propri membri ad accettare su di sé un controllo ristretto, sia pure temporalmente limitato, con candidature aperte a tutti. Data la sostanziale somiglianza fra gli strumenti posseduti, è difficile accettare che qualcuno possa essere più qualificato a diventare guida o dirigente, dunque lo sbocco quasi naturale va in direzione di una democrazia diretta il più ampia possibile. No alle gerarchie, no alla struttura piramidale, no agli organi decisionali ristretti ed al leader identificabile. Le decisioni dovrebbero essere sempre prese in comune a maggioranza qualificata. Il metodo del consenso, utilizzato per favorire questo risultato, è abbastanza tipico delle organizzazioni di questo genere, infatti è stato fatto proprio anche dagli altri gruppi no-global.

Il metodo del consenso è un metodo decisionale alternativo a quello basato sull’approvazione a maggioranza semplice o relativa. Nel momento in cui una proposta viene presentata, essa può raccogliere da parte dei singoli membri un consenso pieno, (ovvero l’approvazione), un consenso parziale, (ovvero l’accettare che il gruppo la porti avanti, pur essendo personalmente contrari e dunque rifiutando il proprio appoggio concreto), un dissenso, (ovvero il rifiuto totale di essa come di cosa contraria ai propri principi, al punto da non riconoscersi in un gruppo che la portasse avanti). Se la maggioranza esprime un consenso pieno, ma esiste una minoranza dissenziente, il metodo del consenso prevede un’ulteriore discussione per venire incontro quanto più possibile alle difficoltà della minoranza, riformulando il testo in modo da superarne il dissenso. Nel caso in cui esso continuasse, e la minoranza fosse ampia, sarebbe responsabilità del gruppo abbandonare la proposta, piuttosto che farla approvare con un numero limitato di voti di margine. Si avrebbe allora il consenso sull’abbandono. Se invece, di fronte a proposte di mediazione, la minoranza dovesse ridursi ulteriormente, la proposta passerebbe e gli oppositori potrebbero astenersi dal parteciparvi o (se lo ritengono necessario) abbandonare il gruppo.

Si assiste dunque ad una nuova interpretazione del concetto di ‘rete’, diverso da quello che ne aveva dato il Tavolo Intercampagne. Non si tratta più di pensare la rete come un’alternativa ad una struttura indipendente, bensì come un nuovo genere di struttura. Per dirla in altre parole, dalla ‘rete di associazioni’, ciascuna dotata del proprio apparato organizzativo, spesso assai simile alle criticate strutture di partito, si passa ad una ‘associazione a rete’.

Una simile struttura, legata a consultazioni generali di tutti i membri, appare storicamente vincolata a limiti ben precisi, ovvero al mantenimento delle condizioni minime di partenza (il piccolo numero e l’omogeneità culturale). La democrazia diretta praticata all’interno di Lilliput, nel tentativo di dar vita ad una struttura a rete che ricorda quelle dei sindacati ai loro inizî, rischia di bloccarne lo sviluppo, a meno che non vengano trovate soluzioni alternative, ad esempio attraverso l’uso di strumenti telematici (un esempio è il progetto «Democrazia a bolle» cui si accennerà in seguito). Per il momento, a leggere i documenti prodotti a riguardo, l’impressione è che i lillipuziani rifiutino l’idea del binomio «aumento dei membri-crisi della rete», a tal punto da non aver mai posto il problema in questi termini, (tanto più che bisogna ancora vedere, nei prossimi anni, se il movimento andrà incontro ad un effettivo allargamento o ad un calo di partecipazione). D’altra parte, questo problema sembra essersi inserito in modo implicito nel dibattito interno a Lilliput in cui si è discusso il modo migliore di formalizzare la ‘rete’ come struttura interna del movimento, e di ‘svezzare’ quest’ultimo dalla guida del Tavolo. Uno dei temi su cui lo scontro tra posizioni diverse è difatti apparso più vivo, è stato quello riguardante l’organizzazione delle assemblee (generali vs per delegati).

Dopo Genova, mentre il Tavolo assume una posizione di attesa, distinguendo fra una propria esistenza indipendente da Lilliput, in quanto luogo d’incontro fra associazioni ben precise, ed il suo ruolo nei confronti di Lilliput, per il quale si rimette alle decisioni assembleari, inizia il percorso delle tre Assemblee Macroregionali, la cui esperienza sottolinea una volta ancora la necessità di arrivare a definire luoghi identificabili e chiaramente riconosciuti di decisione e di rappresentanza.

Le indicazioni provenienti dalle tre Assemblee Macroregionali possono essere sintetizzate in tre diverse proposte, che presentano alcuni punti in comune ed altri di profondo dissenso.

I punti in comune sono:

  1. il ruolo del Tavolo, come elemento autonomo che tuttavia ha un ruolo di garante per ciò che riguarda il rispetto del Manifesto lillipuziano che esso stesso ha creato, di consulente scientifico e di propositore di temi di discussione e campagne. Si auspica il suo allargamento a tutte le associazioni coinvolte in Lilliput e non solo a quelle promotrici.
  2. il ruolo dei Gruppi di Lavoro Tematico (GLT), organi a livello locale, aperti a tutti, di discussione ed approfondimento scientifico di tematiche ben precise, sulle quali — e solo sulle quali — hanno ciascuno il diritto di organizzarsi in riunioni nazionali per elaborare proposte e, previo consenso dell’Assemblea generale, di prendere decisioni rappresentando pubblicamente la Rete di Lilliput rispetto alla propria area di competenza.
  3. il ruolo della Segreteria, vista come un organismo puramente tecnico destinato ad occuparsi della mailing list, della tesoreria, della logistica degli incontri etc. gestita da persone stipendiate.

I punti di disaccordo riguardano invece la struttura degli organismi di natura decisionale per le linee strategiche generali di Lilliput, e si delineano nelle seguenti tre proposte: Figura 2: la proposta organizzativa emersa dall’assemblea di Milano. I quadrati rappresentano i nodi, i punti rappresentano i referenti

MILANO (regioni Centro Nord) propone due tipi di assemblea nazionale: a) la prima biennale, aperta a tutti, delibera sulle strategie per l’arco dei due anni successivi; b) la seconda, annuale, per portavoce dei singoli nodi, delibera sulle scelte strategiche dell’anno in corso. Propone inoltre la creazione di un Gruppo di snodo, formato da portavoce delle Ass. Macroregioni e dei Gruppi di lavoro tematici, per facilitare le decisioni rapide (consultandosi con il resto della Rete) e per organizzare la rappresentanza della Rete presso istituzioni e mass-media, indicando dei portavoce che devono agire sotto stretto mandato ed a rotazione continua. Figura 3: la proposta dell’assemblea macroregionale di Roma.

ROMA (regioni del Sud) propone un solo tipo di assemblea nazionale, annuale e per portavoce. A sua volta sostiene l’idea del Gruppo di snodo, o Nodo dei Nodi, con la composizione e le funzioni già viste nel caso di Milano.

FAENZA (regioni del Centro) propone una sola assemblea nazionale, libera, aperta a tutti, annuale, deliberante, unico organismo decisionale della Rete in ambito di direttive generali. Nella sua proposta il Gruppo di Snodo ha una funzione esclusivamente tecnica e di servizio (gestire il web, elaborare le proposte dei Nodi, dei GLT, del Tavolo) in collaborazione con la Segreteria, che fa parte di esso pur essendo caratterizzata dal fatto di essere gestita da personale stipendiato. Figura 4: la proposta dell'assemblea macroregionale di Faenza

Come si può vedere, lo scontro è soprattutto incentrato sulla struttura da dare all’Assemblea nazionale, e sui poteri decisionali e rappresentativi che il Gruppo di snodo debba o meno assumere.

La presenza di organi decisionali più ristretti di quanto non sia un’assemblea composta da tutti i ‘lillipuziani’, era stata inizialmente lasciata ai pochi Nodi che, come abbiamo visto nella primissima fase del dibattito, sostenevano un modello più simile a quello partitico. Dopo il netto rifiuto di quella posizione, l’altra rimasta in gioco era quella favorevole a decisioni prese dall’intera maggioranza della Rete nel suo insieme. Adesso tale posizione non è più univoca come allora, e ciò si deve, è ipotizzabile, anche all’aumentato numero di partecipanti a Lilliput, segnalata come in crescita anche a causa dell’effetto ‘post-Genova’.

La proposta di Roma, fra le tre, è quella che si mette più risolutamente sulla strada dei Portavoce, distinguendoli tuttavia dai Rappresentanti, in quanto mandatari e non autonomi nelle proprie decisioni, posizione condivisa almeno in parte da Milano, la cui proposta cerca tuttavia di mediare maggiormente fra l’istanza della partecipazione diretta e quella della partecipazione delegata. In entrambe le posizioni il processo decisionale appare ripartito a vari livelli di immediatezza e di complessità, che trovano soluzione nel rapporto tra Assemblea-assemblee e Gruppo di snodo, organo ben più ristretto delle Assemblee per delegati, destinato a formulare scelte improvvise, pur in seguito ad un contatto (via e-mail o telefonico) con il resto della Rete. Si immagina tuttavia che questo contatto, anche ammettendone la possibilità reale, non servirebbe che ad esprimere un dissenso od un consenso non argomentabile, tanto più in un lasso di tempo così breve. Esso avrebbe gli stessi limiti dei sondaggi informatici, i quali erano stati guardati con perplessità all’interno di Lilliput, dato che offrivano solo la possibilità di esprimersi pro o contro una proposta, non di discuterla. Diversa la proposta offerta dal progetto «Democrazia a bolle», ancora in fieri, che, sulla scia di metodi decisionali già in uso presso alcuni settori del movimento per il free-software, offrirebbe ai lillipuziani la possibilità di formulare sul sito delle idee sotto forma di ‘bolle’, che cambierebbero di colore, di densità, di volume e di temperatura a seconda di quanto consenso ricevono, della disponibilità all’impegno su cui possono contare e dell’interesse che suscitano. Per ogni bolla proposta ciascuno ne può aggiungere una alternativa, che nel caso dovesse risultare più accettata della bolla originale, finirebbe per sostituirla. Si tratta però di un processo la cui eventuale efficacia richiede tempi abbastanza lunghi, dunque inadatto per le urgenze.

Dall’altra parte resta la proposta di Faenza, che va invece in direzione di una radicale democrazia diretta, priva di mediazioni di alcun genere, dotata di un’unica Assemblea deliberante, quella generale, ed in cui il Gruppo di Snodo non esiste se non come organo di puro servizio, per facilitare i rapporti con i singoli Nodi. Anche questa proposta ammette tuttavia, previo assenso dell’Assemblea, la possibilità deliberativa per i GLT, gruppi che, seppure aperti a tutti, sono più piccoli e più gestibili dell’Assemblea Nazionale. Resta il problema che le possibilità di partecipare attivamente a più di un GLT è quasi impossibile, e che questi gruppi, pur restando aperti a tutti, raccolgono soprattutto persone già particolarmente motivate e competenti su determinati temi, rischiando dunque di creare, involontariamente, delle élites all’interno della Rete.

L’Assemblea nazionale del gennaio 2002 ha, fra gli altri compiti, quello di arrivare ad una prima decisione riguardo alle tre proposte organizzative uscite dalle Macroregionali. In questa prospettiva si sceglie — tramite consultazione via rete — di far precedere l’Assemblea Nazionale da un’assemblea più ridotta, ristretta ai portavoce dei singoli nodi accompagnati al massimo da un osservatore per ciascun nodo. L’assemblea dei Portavoce viene incaricata di proporre un piano organizzativo che rappresenti una sorta di mediazione fra i tre modelli macroregionali. Tale piano sarà poi sottoposto al giudizio dell’Assemblea Nazionale aperta a tutti, come la precedente, ed in cui tutti hanno diritto di parola e di opinione.

Oltre ai Portavoce ed agli Osservatori è presente all’assemblea ristretta anche il gruppo di persone che ha sintetizzato i risultati delle Macroregionali, nel tentativo di facilitare lo sviluppo dei lavori. La difficoltà di gestire una discussione allargata su temi tanto complessi ha fatto preferire l’idea che l’incontro nazionale aperto a tutti non serva che ad esprimere un parere su quanto svolto a livello più ridotto. L’importanza di entrambi i momenti è tuttavia palese, dato che proprio da questa Assemblea Nazionale uscirà il primo tentativo concreto di dare un’organizzazione strutturale alla Rete di Lilliput, destinato a restare in prova fino al successivo incontro nazionale. Figura 5: la struttura organizzativa approvata nell'assemblea nazionale di Marina di Massa.

Il modello approvato da questa Assemblea Nazionale è il seguente:

Elementi di base della Rete

Nodi: i Nodi sono l’elemento fondante della Rete, consentono il radicamento della Rete nella realtà locale e contemporaneamente portano nel locale la dimensione nazionale e globale. Sono luoghi di ricerca, proposta e azione.

Punti Lilliput: un singolo gruppo od individuo che aderisce al manifesto in una zona in cui non esistono Nodi, ed essendo da solo non può ancora formare un vero e proprio nodo.

Organi decisionali della Rete

Assemblea Nazionale: l’Assemblea Nazionale si tiene annualmente, è libera ed aperta a tutti. È riservata ai Lillipuziani in fase deliberante. Orienta le strategie, verifica il lavoro dei GLT, promuove nuove iniziative e campagne. È l’unico organo decisionale della Rete (a parte i GLT per ciò che riguarda i singoli ambiti tematici). Opera tuttavia con possibilità predefinite di delegare le decisioni a sotto-assemblee parallele, simultanee o meno a quella generale, per portavoce e osservatori e/o per temi. Utilizza metodi decisionali orientati al consenso.

Gruppi di lavoro tematico: i GLT nascono dalla Rete, sono a partecipazione aperta a tutti. Il momento di delibera è riservato ai lillipuziani. I GLT godono di ampia autonomia e, se ratificati dall’Assemblea Nazionale, hanno potere di rappresentare la Rete sui temi di propria competenza.

Organi tecnici e di servizio della Rete

Segreteria: svolge un ruolo tecnico-organizzativo (gestione sito web, mailing list, tesoreria, logistica, etc.). È formata da due persone retribuite, grazie tanto all’auto-tassazione libera dei membri di Lilliput che a finanziamenti ottenuti tramite iniziative della Rete come feste, incontri, vendita di prodotti legati all’immagine di Lilliput, etc. I due membri della Segreteria sono nominati a termine dall’Assemblea.

Magroregioni/incontri laboratorio: si ritengono utili per la Rete luoghi d’incontro generali che precedono e/o si aggiungono alle assemblee nazionali e tematiche.

Gruppo di Snodo: funge da elemento di raccordo e servizio tra i Nodi, la Segreteria ed il Tavolo. Propone ed organizza le Assemblee Nazionali, coordina l’attuazione delle decisioni assembleari, collega fra di loro i vari elementi della Rete indicendo consultazioni rapide in modo da facilitare i processi decisionali di emergenza. Affida la rappresentanza della Rete verso l’esterno ai luoghi della Rete ritenuti di volta in volta più adatti. Ne fanno parte: 1 portavoce di ogni GLT, 2 portavoce del Tavolo Intercampagne, 4 portavoce delle aree macroregionali dei Nodi (2 Nord, 1 Centro, 1 Sud).

Tavolo Intercampagne: può essere considerato un luogo autonomo dalla Rete ma ‘in’ Rete, in quanto garante del Manifesto, consulente culturale e scientifico, destinato a svolgere un ruolo di accompagnamento e di sostegno nei confronti della Rete stessa.

Conclusioni

Da dove nasce il dibattito sull’organizzazione e la democrazia partecipata all’interno di Lilliput ?

Per scoprirlo abbiamo ipotizzato che esso in parte dipendesse da pre-condizioni inerenti alle dimensioni ed all’omogeneità del movimento, oltre che da caratteristiche propriamente teoriche. L’ostilità di Lilliput verso le strutture gerarchiche tipiche dei partiti politici, impedendo alla Rete di adottare un modello di struttura già consolidato, la spinge a dare inizio al dibattito vero e proprio, nel tentativo di crearne uno diverso.

In questo modo siamo arrivati ad una seconda domanda: che genere di conseguenze ha avuto questo dibattito ?

Vediamo meglio la situazione. I due punti su cui soprattutto verteva lo scontro con il modello partitico erano, si è detto, l’eccessiva personalizzazione dei movimenti politici istituzionali, ed il fatto che avessero organi di decisione e di rappresentanza ristretti, piramidali. La questione sta dunque nel fatto che Lilliput sia riuscita o meno ad affrancarsi da questi aspetti, formalizzando una struttura orizzontale ‘a rete’ credibile, contrapposta a quella verticale ‘a piramide’.

Rispetto al primo punto, quello della personalizzazione, si è evitato di avere un unico portavoce, sia pure a tempo limitato: a seconda delle situazioni, il Gruppo di snodo è tenuto ad individuare gli organismi da cui debba uscire un portavoce ogni volta diverso, siano essi i GLT, le sotto-assemblee, dei Nodi specificamente coinvolti su particolari problemi legati al proprio territorio, etc. Teoricamente la decisione su quanto ogni dato portavoce è tenuto a comunicare dovrebbe essere ratificata da una consultazione almeno telematica dell’Assemblea generale, ovvero di tutti i membri, sempre per il tramite del Gruppo di snodo; c’è tuttavia il rischio che gli organismi da cui il portavoce è scelto possano avere un peso eccessivo, ma questo è un problema di ambito decisionale, che riguarda piuttosto il secondo punto. Al momento i vari portavoce nazionali, in quanto individui, non hanno in effetti alcuna importanza rappresentativa legata alla propria persona. A giudicare dal sondaggio del gennaio 2002, anche a livello dei singoli Nodi i portavoce sono figure nominate di volta in volta. Resta però una certa confusione con la figura del referente, che invece appare più presente e stabile. Sebbene i suoi incarichi siano prevalentemente di collegamento, dal sondaggio appare che i referenti locali assumano a volte anche incarichi di rappresentanza. Questo d’altra parte dipende anche dal fatto che, come abbiamo visto, la maggior parte dei Nodi, fra quelli (i 3/4 della Rete) che hanno risposto al sondaggio, non ha uno statuto né regole di funzionamento fisse. A livello locale, dunque, la presenza di eventuali figure dominanti non è impossibile.

Per ciò che riguarda i suoi rappresentanti fisici Lilliput è dunque riuscita nell’intento di non averne nessuno fisso a livello nazionale, in modo da evitare qualsiasi deriva leaderistica. Il problema degli organi decisionali l’ha invece messa di fronte a maggiori ambiguità, anche solo ad un livello puramente formale.

L’organo decisionale e deliberante per eccellenza è costituito dall’Assemblea Nazionale, che si riunisce fisicamente una volta l’anno, ed è composta da tutti i membri di Lilliput. Durante questo incontro dovrebbero essere stabilite le direttive per tutto l’anno in corso. Tuttavia, dato il problema di gestire discussioni complesse cui parteciperebbero migliaia di persone, già postosi come abbiamo visto per lo stesso dibattito organizzativo, si prevede la possibilità per l’Assemblea nazionale di convocare sotto-assemblee parallele per delegati o sotto-assemblee tematiche dei GLT, di cui ella dovrebbe poi ratificare o meno le decisioni programmatiche.

Il rischio è che, se le dimensioni numeriche di Lilliput dovessero aumentare, le difficoltà di affrontare discussioni in Assemblee generali crescerebbero a loro volta, e dunque l’Assemblea si troverebbe a dover solo esprimere un parere sulle decisioni prese nei sotto-gruppi. Naturalmente, finché è possibile avere in assemblea un dibattito serio su queste decisioni, arrivando eventualmente anche a modificarle, verrebbe comunque salvaguardato un ruolo importante a tutti i membri. Sarà interessante vedere, nel corso delle prossime assemblee generali, se e quante volte saranno convocate sotto-assemblee parallele, e quante decisioni prese all’interno dei sotto-gruppi verranno effettivamente rielaborate, anche solo parzialmente, dal gruppo nel suo insieme, quante rifiutate, quante semplicemente ratificate. Naturalmente andrà anche valutata la possibilità opposta, ovvero che la Rete, invece di aumentare, subisca una crisi di partecipazione che finisca per rendere meno importante da un punto di vista concreto l’intero dibattito organizzativo, che ha tuttavia, come abbiamo visto, una sua rilevanza già in sé, per i suoi aspetti teorici.

Nel caso si ponessero più avanti delle problematiche non previste nella seduta d’inizio anno, e venisse richiesto un intervento, la Rete, a meno di occasioni particolarmente significative, non dovrebbe intervenire. Altrimenti si potrebbe arrivare ad una consultazione generale telematica, oppure ad una riunione straordinaria dell’Assemblea. Quest’ultima eventualità sarebbe tuttavia inadatta a delle decisioni urgenti, data le difficoltà logistiche ed organizzative proprie ad un convegno del genere, che necessitano tempo per essere risolte. D’altra parte, una consultazione telematica molto rapida non permetterebbe una reale possibilità di avanzare e discutere proposte, bensì solo, nel caso funzionasse efficacemente, di esprimere un consenso o un dissenso su proposte già preparate. A questo proposito, è stato proposto di evitare che Lilliput si occupi delle cosiddette ‘urgenze’, e affronti piuttosto problematiche sulle quali ci sia il tempo e il modo di avviare discussioni il più ampie e partecipate possibile.

© Francesca Veltri, 2002. La copia letterale e la distribuzione di questo testo nella sua integrità sono permesse, a condizione che sia mantenuta questa nota.

Francesca Veltri è stata allieva della Scuola Normale Superiore di Pisa, della Scuola Superiore S. Anna di Pisa e dell’Università di Pisa. Ha pubblicato alcuni studi sulle influenze del catarismo medievale nel pensiero politico di Simone Weil. Si interessa di democrazia partecipativa e comunicazione politica non istituzionale all’interno di un progetto finanziato dal CNR. Sulle dinamiche organizzative di Lilliput ha pubblicato due lavori successivi a questo testo: «“Non si chiama delega, si chiama fiducia”: la sfida organizzativa della Rete di Lilliput», in P. Ceri (a cura di) La democrazia dei movimenti, Rubbettino 2003, e «Analisi di strutture politiche alternative alla forma partito all’interno dell’universo new-global: il caso della Rete di Lilliput,» in F. Raniolo (a cura di) Le trasformazioni dei partiti politici, Rubbettino 2005.
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1 Gettare la Rete, p. 1, su www.retelilliput.org. Salvo diversa indicazione, tutti i documenti citati successivamente potranno essere rintracciati su questo sito, in attesa che si compia il trasferimento completo dei materiali al nuovo sito della Rete di Lilliput.

2 Ibidem

3 Primo censimento della Rete di Lilliput, su www.retelilliput.org in Documenti, sezione Dibattito interno ed organizzazione.

4 cfr. su www.retelilliput.org Materiale preparatorio per la prima assemblea nazionale: Contributo del gruppo 34-Università Bocconi al documento ”Una vita da rete” in Documenti, sez. cit.

5 Lo schema delle tre posizioni è ripreso da quello contenuto in I assemblea nazionale: testi interventi relatori. Sintesi del lavoro svolto dal Gruppo di Lavoro n° 5 (una vita da rete) in Documenti, sez. cit.

6 G. Bologna, Introduzione all’assemblea macroregionale del Sud, in www.retelilliput.org Documenti, sez. cit.

7 M. Meloni, Strategie lillipuziane, in AA.VV. Voci per un lessico post-fordista, p. 301, Feltrinelli, Milano, 2000, da cui il brano è stato tratto.

8 G. Sivini, Socialisti e cattolici in Italia dalla società allo stato, in Sociologia dei partiti politici, a cura di G. Sivini, ed. il Mulino, Bologna 1971. Cfr. anche D. Della Porta, I partiti politici, ed. il Mulino, Bologna, 2001.

9 Cfr. B. Souvarine, Stalin: un approccio storico del bolscevismo, trad. di Gisèle Bartoli, p. 108. Adelphi, Milano, 1983.

10 V. I. Lenin, Un passo avanti, due passi indietro, p. 314, in Opere Scelte in II volumi, a cura dell’Istituto Marx-Engels-Lenin, edizioni in lingue straniere, Mosca, 1946.

11 cfr. F. Raniolo, La partecipazione politica, il Mulino, Bologna, 2002.

12 R. Michels, Democrazia formale e realtà oligarchica, in Sociologia dei partiti politici, op.cit. p.44.

Allegati

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    L'articolo affronta la sfida della Rete di Lilliput: superare il modello del partito di massa, derivato dal partito-fabbrica, rigidamente organizzato in maniera verticistica, per proporre un modello a rete, non verticistico, non centralistico. L'articolo mette in luce gli elementi che possono permettere l'esistenza di un tale modello (l'uguaglianza di competenze, falla nella legge delle oligarchie di Michels), ma anche gli elementi di difficoltà (la comunicazione mediatica, che parla solo il linguaggio della sovraesposizione di un leader-etichetta).
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