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Dalle piantagioni di tè all'impero delle bibite gassate d'Oriente la strana vita del più famoso miliardario cinese

Zong Qinghou: un'infanzia nei campi della rivoluzione culturale e a vendere gelati. Oggi in causa col suo socio, la Danone
17 luglio 2007 - Sabina Morandi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Quindici anni a spaccarsi la schiena nei campi dove era stato spedito perché proveniva da una famiglia "sbagliata" durante la Rivoluzione culturale. Poi, di ritorno nella sua città natale, eccolo a pedalare intorno alle scuole vendendo gelati con un carretto, precocissimo esperimento di imprenditoria privata nella Cina della transizione verso il social-capitalismo. Vent'anni dopo Zong Qinghou è al numero 840 nella classifica degli uomini più ricchi del pianeta stilata da Forbes, con la sua impresa lanciata alla conquista dei mercati internazionali. Fosse occidentale sarebbe l'incarnazione del sogno americano ma Zong Qinghou è un cinese doc e i media internazionali non sono affatto teneri con lui, soprattutto da quando ha osato sfidare i pesi massimi dell'industria delle bibite, la Coca Cola prima e la Danone poi.
Ma cominciamo dall'inizio, da quando cioè questo volitivo autodidatta - «giusto un diploma», dichiara orgogliosamente ai giornalisti - torna nella nativa Hangzhou e avvia la sua piccola rivendita di gelati e bibite. All'inizio degli anni Novanta fonda la Wahaha, parola cinese che suona come la risata di un bambino, proprio nel momento in cui il business delle bollicine registra un boom stratosferico nel paese. Inutile dire che la neonata Wahaha è un nano rispetto a giganti come la Coca Cola, rientrata in Cina nel '79 appena il governo ha riaperto gli scambi con l'estero, Ma nel '96 Zong fa la mossa vincente: si allea con Danone, la multinazionale francese degli alimenti e dell'acqua minerale. Hangzhou-Wahaha, al 51 per cento francese e al 49 cinese, conquista rapidamente il mercato diventando il marchio più noto nell'intero paese. Nel 2004 Wahaha registra profitti per 1,3 miliardi di dollari con un parco di prodotti che vanno dall'acqua minerale alle bevande gassate passando per i succhi e gli integratori, il futuro dell'industria secondo il lungimirante imprenditore.
Il successo però talvolta dà alla testa, almeno secondo i suoi detrattori occidentali. Per gli asiatici Zong è invece un manager rampante che cerca di espandersi come i suoi colleghi di ogni latitudine e non teme di misurarsi con avversari di tutto rispetto. Ecco perché, all'inizio del nuovo millennio, Zong decide di lanciare la Future Cola. «Quando abbiamo deciso di sfidare la Coca e la Pepsi ci hanno presi per pazzi» ha dichiarato al Taipei Times «ci vedevano come un uovo che si accanisce contro una roccia». Per un anno alla Wahaha hanno lavorato duro per sviluppare la propria Cola «anche se alla fine assomiglia più alla Pepsi che alla famosa bevanda». La chiamarono Fei chang Cola, ovvero Straordinaria cola, che però, pronunciata all'inglese, suonava molto simile a Future Cola. Con la sua lattina rossa e la scritta bianca con svolazzo d'ordinanza, la nuova bibita tallonava da vicino la concorrente americana.
Inizialmente l'abile Zong decise di evitare le grandi città dove il richiamo del prodotto straniero è fortissimo: nella stessa Hangzhou dove Wahaha è il secondo più grande contribuente, le gare per le concessioni importanti erano state già tutte vinte dalla multinazionale di Atlanta. Così la Future Cola ha scommesso sullo sterminato entroterra dei villaggi, dove anche pochi centesimi in meno fanno la differenza. In breve nella Cina occidentale e centrale la Future Cola ha sbaragliato le concorrenti piazzandosi saldamente al primo posto nelle vendite. Solo a quel punto Zong decide di tornare nelle città e di tappezzarle di cartelloni pubblicitari. E poi si butta alla conquista degli States. Sì, avete capito bene: la Future Cola sbarca a New York e a Los Angeles affidandosi a una piccola ditta di import/export di Chinatown e, invece di misurarsi con i colossi delle bollicine nella costosissima arena pubblicitaria, si infila nelle comunità della diaspora utilizzando l'appeal patriottico e si conquista una piccola ma redditizia fetta di mercato. Nel frattempo, grazie alla fusione con la Danone, Wahaha rinnova gli impianti ed espande la produzione -attualmente ha stabilimenti in 28 province cinesi.
Seguendo il modello delle partnership con le imprese straniere, la direzione della nuova consociata viene affidata a Zong, indefesso assaggiatore di ogni nuova bevanda ideata dai ricercatori e innovativo organizzatore - sua è l'idea di introdurre un sistema di incentivi per i dipendenti. Il matrimonio franco-cinese procede senza scossoni fino alla primavera scorsa, quando improvvisamente scoppia la crisi. In aprile la casa madre accusa Wahaha di avere messo in moto un'operazione parallela finalizzata a vendere con il proprio marchio i prodotti della Danone. A sua volta Wahaha accusa la multinazionale francese di volere mettere le mani su attività dell'azienda - come appunto la Future Cola - che non erano comprese nella joint venture. La crisi precipita quando Danone intenta un'azione legale contro la compagnia cinese davanti a un tribunale di Los Angeles.
La reazione di Zong Qinghou è rapida quanto spettacolare: rassegna immediatamente le dimissioni dalla presidenza della consociata accusando i francesi di trattare i lavoratori cinesi «esattamente come facevano i colonizzatori d'inizio secolo e come facevano i giapponesi durante la guerra». Subito dopo intenta a sua volta un'azione legale contro la multinazionale francese accusata di non avere versato tutti i soldi previsti dal contratto per la cessione del marchio. Difficile prevedere come andrà a finire questa disputa commerciale che rischia di trasformarsi in incidente diplomatico anche perché, oltre a essere davvero un osso duro, Zong è un abilissimo stratega in grado di mettere a frutto la popolarità faticosamente costruita facendo leva sul patriottismo e sul malcelato razzismo di molti soci occidentali. Non è un caso infatti che, all'inizio di giugno, la dogana cinese abbia sequestrato 118 mila bottiglie di Evian (marchio Danone) nelle quali sarebbero state riscontrate concentrazioni troppo alte di batteri. Che sia vero o no il messaggio è chiaro: Pechino non ha intenzione di abbandonare il proprio miliardario più famoso al suo destino.

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