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Per ridurre «i costi della politica», il principio di minima partecipazione

16 settembre 2007 - Francesco R. Fieri - Giovanni Allegretti
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Il Consiglio dei ministri ha appena approvato un disegno di legge per tagliare i «costi della politica». Il provvedimento propone una diminuzione tra il 20 e il 30% di giunte e consigli di ogni livello, una sensibile riduzione dei parlamentari e un quasi dimezzamento del governo. Cui si somma un'ulteriore riduzione dei consigli di amministrazione delle società partecipate dal settore pubblico, il divieto per le stesse di trasferire denaro agli enti controllanti o a partiti politici, e una stretta sulla pletora di consulenti a supporto dei vari organi. Beppe Grillo rincara la dose e mette in moto un movimento.
Sovviene un pensiero di Voltaire: «nessuno aveva nulla da obiettare sui privilegi dei nobili in Francia fin quando essi assicuravano un governo alla nazione». Seguendo tale chiave di lettura, potremmo chiederci se i privilegiati di cui si colpiscono le «carrozze blu» abbiano smesso di assicurare un governo alla nazione. Autorevoli studi dimostrano come ciò sia avvenuto dagli anni '80 per il parlamento e dagli anni '90 per gli enti locali. Aule di eletti che spesso lamentano svuotamenti di potere. Ma a chi è stato ceduto il potere che i rappresentanti lamentano di non avere piu'? La risposta sta nella stessa dichiarazione del ministro Santagata, quando (subito dopo gli organi della democrazia rappresentativa) individua gli ulteriori bersagli dei tagli nei consigli di amministrazione di società di diritto privato, nonché consulenti e tecnici.
Credendo nell'attualità di Voltaire, parrebbe che non solo la democrazia rappresentativa non abbia assicurato un governo, ma anche che abbia delegato una parte non piccola delle sue funzioni, delle sue inefficienze e dei suoi privilegi a soggetti non eletti dai cittadini. Del resto, anche la recente proposta referendaria è inquadrabile in un contesto di sfiducia verso una capacità di riforma della classe politica.
La crisi della democrazia rappresentativa non riguarda solo l'Italia. Da tempo molte città nei due emisferi del pianeta si misurano con teorie ed esperienze di democrazia partecipativa proprio per tentare di invertire il segno delle trasformazioni. Laddove diritti e doveri di cittadinanza sono concepiti in stretta relazione con il volume della spesa pubblica e la dimensione del welfare state, i tentativi di innovare la democrazia avvicinando agli abitanti il governo della cosa pubblica sono nati prima dove la cittadinanza era debole, poi si sono diffusi dove essa era in decadenza. A tal punto che perfino il prematuramente defunto «trattato costituzionale europeo» prevedeva, accanto a un articolo che declamava il fondamento della democrazia rappresentativa, un secondo articolo dedicato alla democrazia partecipativa. I Bilanci Partecipativi sono oggi uno strumento diffuso in oltre 1200 città dove co-responsabilizzazione civica, ravvivamento della fiducia nelle istituzioni e problemi della spesa pubblica vengono affrontati insieme.
Si potrebbe coniare un principio di minima partecipazione immaginando che la dimensione possibile di ogni livello di governo sia legata alla dimensione della partecipazione dal basso. Ad esempio, invece di sopprimere le circoscrizioni, si potrebbe disporre che la presenza di ogni circoscrizione debba essere legittimata dalla partecipazione di almeno un certo numero di abitanti a processi pubblici di scelta, e definirne il numero in rapporto alla popolazione del rispettivo territorio. Dopodiché, se si volesse contrarre il numero dei consiglieri comunali, si potrebbe dire che, dato un livello minimo di membri, eventuali estensioni debbano essere legittimate dalla partecipazione di un certo numero di cittadini (da individuare come in precedenza). Per le province sarà lo stesso, potendo disporre della facoltà di estendere la dimensione dei propri organi di governo in relazione alla partecipazione nei comuni del territorio. E così via fino alle regioni.
Tutti i livelli di governo decentrati, per riappropriarsi dei privilegi tagliati, dovranno recuperare pubblicamente il proprio ruolo, innovando e governando assieme ai cittadini fino, forse, a non cercare più nemmeno i privilegi di prima. Se i tagli proposti dal governo permettessero di recuperare 500 milioni di euro, perché la spesa possa tornare ad espandersi al livello originario - secondo il suddetto principio di minima partecipazione - sarebbe necessaria la parecipazione di milioni di cittadini, che (in tal caso) mai legittimerebbero una ripresa dei costi della politica.
Un ultimo attacco ai governi decentrati avviene sotto forma di erosione delle basi imponibili degli enti locali: Ici scontata agli enti ecclesiastici, alle onlus, alle famiglie numerose, e poi una generica riduzione uguale per tutti, abitazioni di pregio e case popolari. Ma anche provvedimenti che hanno colpito l'imposta sulla pubblicità, finanziarie che hanno inibito l'uso delle addizionali Irpef. Tutti questi provvedimenti segnano la competizione del governo centrale con quelli locali, dove il primo limita le fonti di prelievo fiscale dei secondi finendo per contribuire alla demolizione della politica locale. Nei paesi scandinavi sovente i governi locali hanno come fonte di finanziamento le imposte sulle persone fisiche. Da noi, si invitano i Comuni a pianificare la cementificazione del proprio territorio per aumentare i proventi derivanti da Ici e oneri di urbanizzazione per poter mantenere un minimo di servizi alla persona.
Supponiamo si giudichi eccessiva la pressione fiscale dei livelli locali, il principio di minima partecipazione potrebbe essere applicato anche in questo caso. La norma potrebbe così recitare: le aliquote delle imposte locali possono essere ampliate del 10% se partecipa almeno un certo numero di cittadini a progetti di destinazione delle stesse risorse. In generale, dati «n» livelli di governo, ognuno di essi può vedere accresciuto un margine di autonomia quanto più riesce a generare consenso coi cittadini o con i livelli di governo inferiori. Un principio romantico, ma molto concreto che, una volta tradotto in norma, potrebbe garantirebbe autonomia, responsabilità diffusa, ma soprattutto governi democratici nei territori. Nonché una rinnovata fiducia dei cittadini nella politica. Può valere la pena tentare?

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