Blackout. Crisi del sistema energetico, dell'ambiente, della politica.

I black out elettrici, la tropicalizzazione del clima, il rilancio del nucleare, l' abbandono dell'accordo di Kyoto dimostrano la necessità di una rivoluzione del modo di produzione e di organizzazione della società
31 dicembre 2003
Vittorio Sartogo
Fonte: Altrinformazione - www.chiodofisso.org/altrinformazione/agenzia - 27 dicembre 2003

I pesci, i bambini e le nuove centrali. - Il black out elettrico, che ha colpito il nostro Paese il 26 giugno scorso, poteva sembrare, ed in effetti lo era anche, l'ennesima dimostrazione di quanto possa essere grave l'inesistenza di una politica energetica degna di questo nome, ovvero di quanto insipiente e inadeguato fosse il governo italiano. I successivi, simili episodi di Londra e New York hanno però messo in luce una situazione ben più inquietante, ovvero l'arretratezza dell'organizzazione dei sistemi elettrici nei principali Paesi capitalistici. Naturalmente, differenti sono state le cause specifiche e la situazione italiana si segnala comunque per l'improvvisazione in cui è stata ed è lasciata la politica energetica. Che cosa dire, infatti, del gran suggerimento dell'ex ministro dell'Ulivo per evitare il black out, ossia di fare il giorno prima quello che è stato fatto il giorno dopo: "scaricare l'acqua un po' più calda del dovuto per 15 giorni: i pesci si sarebbero riscaldati ma i bambini non sarebbero rimasti appesi alle giostre" (testuale: "la Repubblica", 30 giugno 2003). L'affermazione incredibile è, al solito, temperata dall'elenco dei buoni propositi profusi dall'ex governo di centro-sinistra per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il risparmio energetico, ecc. ecc.; oggi naturalmente devitalizzati dal governo di centro destra. Resta il fatto che la scelta del centro-sinistra fu anch'essa quella di cercare di risolvere il deficit elettrico avviando la costruzione di nuove centrali e liberalizzando ulteriormente il settore, ritenuto troppo dominato dal monopolista pubblico. Con frutti che non corrispondono alle aspettative, rileva oggi l'ex ministro. Che cosa ci si aspettasse, in verità, dalla consegna in mano ai privati delle decisioni strategiche riguardanti il futuro dell'energia nel nostro Paese, o anche soltanto quelle relative agli investimenti, non è ben chiaro. Forse, la sinistra tutta potrebbe rileggersi qualcosa di Ernesto Rossi, per capire le ragioni economiche, sociali e strategiche che richiesero prepotentemente la sottrazione ai privati del settore energetico, giunto, allora, a un punto di inefficienza assai pesante. Né vale oggi dire che anche il monopolista pubblico alla fine si è trasformato in un ostacolo, favorito nella sua immobilità tecnologica, produttiva e finanziaria dall'assenza di una concorrenza degna di questo nome. La riscoperta del valore del mercato e della concorrenza è possibile se si dimenticano, volutamente, le scelte compiute: la costruzione di un monopolio su cui costante è stata la pressione politica, fino alla sua trasformazione in un ingombrante carrozzone burocratico (con qualche pregio e moltissimi difetti); l'abbandono della strada che era pur stata indicata dalla Costituzione repubblicana, ovvero l'affidamento a comunità di utenti; la posizione di seconda fila assegnata alla ricerca scientifica e tecnologica; i mancati investimenti nei settori delle energie rinnovabili e per la promozione e l'utilizzo di tecnologie pulite; la totale assenza di politiche fiscali e tariffarie che agevolino il risparmio di energia sia nella produzione delle merci che nei consumi in senso lato. Quel poco, o molto a seconda dei punti di vista, che è stato fatto per alcune merci, come ad esempio l'automobile che in effetti consuma , e viene prodotta con, meno energia della sua sorella di alcuni anni fa, è completamente vanificato dall'iperbolico aumento del numero dei veicoli in circolazione. Ciò vale per un insieme di altre merci, ma non per le lampadine: quelle ad efficienza hanno avuto una stentata promozione perché, alla fine, avrebbero potuto consumare meno energia elettrica, la cui vendita è il vero affare. A dimostrazione che il core business è la vendita di energia non la sua efficienza o il suo risparmio. Ora i nodi sono venuti al pettine, anche in Paesi nei quali il settore privato o la deregulation caratterizzano i sistemi energetici, perché identica è stata la miopia di imprenditori e managers, solo attenti all'immediato ritorno in termini di profitto e disinteressati ad ogni visione almeno d'insieme, se non prospettica. L'obsolescenza e addirittura la decrepitezza delle reti di trasporto, tra le cause dei black out, sono simboliche di una condizione della produzione elettrica volta esclusivamente al tornaconto più diretto. Il management delle imprese elettriche si è rivelato veramente al di sotto di ogni previsione, curvo sui propri interessi, a malapena camuffati come vantaggi degli azionisti, senza alcun riguardo alle attese degli acquirenti o dei consumatori. In generale, il livello intollerabile di arretratezza messo in luce vistosamente dai black out elettrici indica che ha egregiamente funzionato, sia nel settore privato che nelle public companies, quello che Luciano Gallino chiama il principio di Peter, "in base al quale, com'è noto, ciascuno raggiunge prima o poi il livello di incompetenza che gli è congeniale". Nell'industria e nella politica. Invece di cercare di capire perché non si sono realizzati i tanto sperati investimenti nella produzione, e soprattutto nelle reti di trasporto di energia elettrica divenute estremamente fragili, nonostante le pur notevoli disponibilità finanziarie, le lobbies al potere lamentano le difficoltà che incontrano nella realizzazione di nuove centrali. E' il passo propedeutico essenziale per potersela prendere con la "gente" che vuole sempre più energia a disposizione ma non tollera la vista di un traliccio o di un'antenna, figurarsi di una vera grande centrale di produzione, o con gli ambientalisti sempre pronti a dettare regole per proteggere qualche ecosistema a scapito dei miglioramenti del tenore di vita che l'utilizzo sempre maggiore di energia produrrebbe. E, dunque, per chiedere che le regole che già ci sono si allentino, almeno temporaneamente poi si vedrà, e soprattutto per lamentare l'insufficiente uso dell'energia nucleare, ma anche del carbone e del petrolio o del gas. Ogni riserva dovrebbe essere ormai abbandonata, i passi compiuti dalla scienza dimostrerebbero che non vi è alcun pericolo nel mettere a profitto l'uranio e d'un sol colpo si raggiungerebbe anche l'obiettivo che sta a cuore a certuni - quelli che non esitano a mettere in discussione un modo di produzione e di consumo che non deve assolutamente esserlo - di ridurre drasticamente l'emissione di gas alteranti il clima. E anche le fonti fossili possono essere usate con le tecnologie attuali, che evitano il rilascio in atmosfera di anidride carbonica ed altre sostanze. Così ragiona, o sragiona, l'Amministrazione statunitense, i cui componenti hanno fatto e fanno affari o provengono addirittura dalle grandi corporations petrolifere: incentivi per il nucleare e il carbone, abbandono definitivo dell'Accordo di Kyoto, revisione delle regole di protezione ambientale, compresa quella che vietava l'estrazione di petrolio nelle riserve naturali. Fiato alle trombe del nucleare e dell'idrogeno. - Qui da noi, il nostro assai poco invidiabile governo presenta le stesse idee in una insopportabile confezione in cui la superficialità contende la palma al pressapochismo. Credono davvero che lo sfruttamento dell'atomo non comporti rischi, tant'è che suggeriscono un sito di deposito delle scorie nucleari in ciascuna delle 20 Regioni. "Visto che nessuno vuole ospitare il sito unico, abbiamo pensato di farne venti" confessa candidamente ad Erice il ministro Giovannardi, senza rendersi conto dei costi enormi che tale decisione produrrebbe, sempre a patto di trovare tali siti in località che abbiano le caratteristiche fisiche necessarie e dopo aver moltiplicato per venti l'opposizione ad essi. Né è da meno il centro-sinistra, con il presidente di Legambiente che, commentando le insensate parole del ministro, propone, con inaspettato piglio colonialista, la ricerca di un sito all'estero per stoccarvi le scorie ad alta intensità radioattiva ("la Repubblica", 22 agosto 2003). Non si arriva ancora, da parte del governo, a decidere il ripristino della messa a profitto dell'atomo, forse consapevole che la scelta è stata compiuta dopo un dibattito ampio e con una convinzione profonda sulla pericolosità della fonte. Si comincia però a sgretolarne la portata, consentendo alle imprese italiane di produrre energia nucleare all'estero. Sulla base di un ragionamento che ha la parvenza del buon senso e del realismo, ma che, al contrario, è una vera e propria mistificazione. Si sostiene infatti che il referendum del 1987 avrebbe inibito la produzione nazionale di energia dalla fonte nucleare, ma non il consumo di tale energia se fosse stata acquistata all'estero. Fu un referendum ipocrita, e in fondo stupido: l'Italia è circondata da Paesi con centrali nucleari attive e perciò non è affatto al riparo dai rischi e dalle conseguenze di eventuali incidenti. Tanto vale, allora, riaccoppiare allo svantaggio di essere ai piedi delle centrali il vantaggio di usarne i prodotti. Ossia, bisogna finalmente dire le cose come stanno, senza le ipocrisie della sinistra, e cioè che la prerogativa di questo governo, consiste nello straparlare credendo che straparlino tutti gli italiani. Le cose però stanno ben diversamente. L'uscita dell'Italia dalla produzione dalla fonte nucleare segnò un momento importante del dibattito sull'energia, peraltro per un certo tempo guidato dal quell'eminente personalità che fu Paolo Baffi, in quanto fu apertamente e severamente messo in discussione il modello energetico fino ad allora seguito, fondato sulla produzione concentrata in mega impianti, la cui maggiore complessità è essa stessa fonte di insicurezza, su reti di trasporto a grandi distanza scontando le conseguenti notevoli perdite, sul mancato utilizzo delle fonti rinnovabili, sull'opportunità di non legare le generazioni future a scelte irreversibili che ne avrebbero potuto impegnare seriamente l'esistenza. Se, poi, i governi che si sono da allora alternati alla guida del Paese si sono limitati ad acquistare in Francia l'energia supplementare di cui c'era bisogno (tanta, il 16% del fabbisogno), evitando con cura non solo di dar seguito alle indicazioni emerse nel dibattito referendario ma anche di elaborare uno straccio qualsiasi di programmazione dell'energia, allora l'ipocrisia è la loro. Del resto, i black out inoppugnabilmente testimoniano il fallimento delle politiche fin qui seguite. Ed è necessario forse ricordare che tutti i principali Paesi occidentali, compresi gli Usa, hanno abbandonato la strada, che sembrava maestra, della costruzione di ulteriori reattori autofertilizzanti e hanno da tempo scoperto la vulnerabilità del sistema. La fiducia del pubblico, secondo il gergo del marketing, è ai minimi. E pour cause. Può essere che la sordina messa finora al nucleare derivi, per le imprese, dal basso prezzo del petrolio più che dalla convinzione dei rischi cui espongono le popolazioni e che, in prospettiva, tale prezzo diventi meno conveniente e ridia fiato al nucleare. Ciò spiegherebbe il riaccendersi della voglia di nucleare cui abbiamo assistito in queste settimane, ma non lo giustificherebbe. Produrre energia senza scorie e in quantità illimitata è un mito che in profondità permea la nostra società tecnologica e che sospinge la scienza lungo sempre nuove strade, è il caso dei reattori di nuova generazione, il cui problema di fondo resta pur sempre la destinazione delle scorie radioattive, di durata inimmaginabile, anche oltre i 20mila anni; sono i casi, per ora allo stato teorico, del progetto EA, amplificatore di energia e dei vari processi di fusione allo studio in Europa, tra i quali il reattore Tokamak, del progetto Iter (International thermonuclear experimental reactor). Il sogno, ovviamente, deve potersi alimentare nelle scelte che originano dalle società umane; la sua trasformazione in processi produttivi dovrebbe però soggiacere a dibattiti nei quali entrano anche altre determinanti, la finitezza delle risorse, la giustizia, l'equità e nel caso del nucleare, la libertà. Ossia i principi della precauzione e della responsabilità. Più di recente si è affacciata l'ipotesi che la società del futuro possa essere la società dell'idrogeno, ma vi è l'inconveniente che il petrolio o il carbone verrebbero impiegati nella sua produzione con il conseguente rilascio di CO2. In questo caso i vantaggi deriverebbero dalla concentrazione, per così dire, dell'inquinamento nel solo momento della produzione, con la possibilità di poter confinare i gas di emissione , irrealizzabile nel caso di gas provenienti da milioni di punti di consumo (tipicamente le automobili). Perplessità ulteriori nascono dalla circostanza che allo studio dell'Unione europea dedicato alle prospettive dell'impiego dell'idrogeno, guarda caso intitolato "il nostro futuro", abbiano contribuito le grandi case automobilistiche e petrolifere. E', comunque, ben curioso constatare che da un lato la debolezza della politica europea e nazionale dell'energia deriva dalla pressione, finora vincente, di aziende petrolifere e automobilistiche e dall'altro che proprio queste stesse imprese sono chiamate a progettare il nostro nuovo futuro. All'insegna dell'idrogeno si profila la rinascita del carbone e il ringiovanimento del petrolio, hanno denunciato Greenpeace e Wwf; come sempre le vecchie scelte vengono riverniciate con qualche pennellata simil ambientale Ad uno stadio ancor più teorico vi è il progetto di ottenere l'idrogeno dall'acqua utilizzando l'energia solare per separarlo dall'ossigeno, cui in particolare lavora l'Enea. Lo stato dell'arte non consente di valutarne la portata, in termini di efficacia della risposta ai problemi energetici attuali. L'irrilevanza della strage termica. - Ma l'estate 2003 verrà ricordata anche per la grande ondata di caldo umido e di siccità che ha colpito il nostro Paese e mezza Europa. Anzi, proprio questa sembra essere stata la causa del picco raggiunto nei consumi di energia elettrica, che ha contribuito a provocare il black out e, purtroppo, molte migliaia di vittime nella parte più debole della popolazione europea. E qui il discorso non è semplice perché è difficile stabilire una connessione lineare, diretta, immediata tra attività umana e modifica climatica di una singola stagione. E' difficile, cioè, stabilire un sistema di equazioni che dia conto del fenomeno misurandone l'influenza direttamente proveniente dalle attività umane. A questo si appigliano quanti sostengono che non c'è una correlazione dimostrabile matematicamente tra le attività umana e l'alternarsi delle stagioni e le caratteristiche specifiche delle medesime, e pertanto non è possibile dedurne un limite per quelle stesse attività. Certamente chi inquina, chi sparge veleni nell'aria o nell'ambiente, deve essere colpito ma non è responsabile della siccità o del caldo o delle alluvioni. Con una certa contraddizione, questi sostenitori dell'irrilevanza della emissione di sostanze inquinanti ai fini del cambiamento climatico sono anche, in genere, fautori dell'utilizzo dell'uranio nella produzione di energia elettrica, in quanto appunto energia pulita, anzi pulitissima ! In realtà, come da tempo dimostrano vari scienziati, l'attività umana non solo influisce sul cambiamento climatico. ma ha addirittura modificato la struttura delle alte atmosfere, rialzando di alcune centinaia di metri la tropopausa che si estende tra i 9 e i 18 chilometri dalla superficie terrestre e che rappresenta la fascia di separazione fra la troposfera e la stratosfera. Occorreranno ulteriori dati, ma è tuttavia indubitabile da questo breve cenno e da tanti altri che se ne potrebbero fare che l'attività umana influisce sul cambiamento climatico con modalità assai chiare, quali l'aumento dell'effetto serra e dunque del riscaldamento della Terra. E le stesse compagnie assicurative non hanno molti dubbi, sopportando l'inatteso aumento dei costi economici dovuti a disastri naturali. Del resto, non vi è alcuna altra causa accertabile che spieghi l'aumento appunto dell'effetto serra e il contestuale parallelo aumento dei processi di desertificazione, di riduzione dei ghiacciai, di assottigliamento dello strato di ozono, di innalzamento della tropopausa, ecc. ecc. Come questo cambiamento si traduca in modifiche stagionali specifiche, o in eventi estremi come oggi si definiscono la siccità e le alluvioni, va ancora indagato e sarebbe atto di grande responsabilità dei più scettici membri della comunità scientifica, in cui non speriamo, se si abbandonasse l'ipotesi dell'irrilevanza e si accumulassero più conoscenze possibili su fenomeni che avranno comunque una grandissima importanza nel nostro prossimo futuro. Ad aggravare la situazione, è di recente affiorata la convinzione che ci possa essere assai minor tempo di quanto non si supponesse per diminuire l'effetto serra attraverso la sostituzione dei combustibili fossili, che non può non essere graduale e, per così dire, lenta. E' stata la stessa comunità scientifica statunitense ad avanzare l'opinione che le crisi climatiche possano essere repentine e a sorpresa, inaspettate e "veloci". Vedremo l'anno prossimo se l'estate sarà uguale, o meglio, o peggio a quella di quest'anno, ma intanto cerchiamo di prevenire i danni di un autunno nel quale piogge torrenziali scivolino velocemente sul terreno reso compatto dalla siccità o liscio dalla cementificazione. Un altro modo di produzione è possibile. - La vera, drammatica situazione che anche i black out hanno squadernato, la vera sfida di fronte alla quale si trova l'umanità è rappresentata dall'enorme contraddizione esistente tra i consumi orientati a una crescita illimitata e apparentemente incomprimibile e la scarsità della disponibilità di energia, la finitezza delle risorse fossili, la rischiosità delle tecnologie pesanti. Con l'aggravante dell'ineguale accesso a quegli stessi beni che discrimina la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. In questo contesto, che richiederebbe un salto di qualità nel dibattito culturale e politico, le élites al potere rispondono nel modo in cui si è accennato, evitando in ogni caso di costruire un costo di produzione dell'energia che prenda in considerazione, oltre alle attività direttamente volte alla produzione del bene, quelle azioni che la società deve compiere per attenuarne l'impatto, almeno in termini di inquinamento e di diminuzione delle risorse non rinnovabili. La carbon tax, o altre misure del genere sono viste come il fumo negli occhi; molto meglio fare qualche guerra per cercare di controllare tutto il petrolio disponibile. Dove ciascuno sarà da par suo, chi schierando una poderosa forza militare, chi, come noi, con sotterfugi per aggirare la Costituzione e qualche migliaio di soldati. Restano allora i palliativi della costruzione purchessia di nuove centrali, in modo da prendere tempo e allontanare il momento in cui si dovranno fare altre scelte. Sperando magari che vada bene e se ne debbano occupare le future generazioni. Nel frattempo, si riscopre l'esistenza di tecnologie dolci o leggere che possono ridurre i consumi a parità di servizi erogati, permettere l'utilizzo del sole, del vento, dell'acqua, delle biomasse, addirittura consentire la nascita di piccole centrali "fai da te" (per dirla all'ingrosso), ossia favorire la cosiddetta generazione distribuita o microgenerazione. Con effetti ambientali e di oculato uso delle fonti fossili e di avvio dell'utilizzo delle fonti rinnovabili che non è qui il caso di elogiare ancora una volta. Il fatto è che realizzare questi obiettivi non è facile come elencarli, richiede tempo, soldi e un cambiamento culturale assai consistenti. Il caso delle marmitte catalitiche, dei pannelli solari, delle centraline termiche, della stessa raccolta differenziata, e via enumerando, provano che queste iniziative, per avere successo, richiedono preparazione, conoscenze diffuse, qualificazione degli installatori e manutentori, controlli che mancano attualmente e che costano. Anzi, costeranno sempre di più, quanto più sofisticate si facessero nel tempo le nuove forme tecnologiche e organizzative. E' la strada da battere, beninteso, ma con consapevolezza e senza la faciloneria con cui la propone il nostro governo e, senza l'acritica superficialità con la quale l'Unione europea si affida al mercato e alla risposta squisitamente tecnologica. Dimenticando le persone viventi. E' chiaro che vi è del comico nell'invito dei governanti al risparmio e alla riduzione dei consumi, come ha rilevato Carla Ravaioli ("il manifesto", 3 luglio 2003), ancor più comico se si pensa che, sulla scia degli Stati Uniti, anche qui da noi si voleva proporre, qualche mese fa, di ipotecare le case di proprietà per disporre di somme da spendere: essendo appunto il consumo e l'iperconsumo l'obiettivo che fa girare l'economia con te, secondo l'espressione berlusconiana. Ma è altrettanto chiaro che se vuole passare alla cose serie, occorre come è stato pur ricordato in questi mesi, promuovere una vera e propria "rivoluzione culturale", con la ripresa di temi, argomenti, progetti che sono stati iniziati e poi abbandonati o che vivono in esperienze delle quali il grande pubblico è tenuto all'oscuro. Né bisognerebbe esitare nel collegare direttamente la crisi energetica e ambientale allo sviluppo cui è giunto il capitalismo e alla necessità di ricercare un altro modo di produzione e di organizzazione della società. Il punto - si dice - non è la sostituzione di un modo di produzione con un altro che non si sa che cosa sia. Non sarà certo una riedizione del "socialismo reale" Ma non può essere nemmeno un riformismo altrettanto astratto e con l'aggravante di considerare il capitalismo occidentale "l'unico ma anche - lo dico senza esitazione - il più umano dei regimi oggi possibili" (Giorgio Ruffolo, "la Repubblica", 23 agosto 2003). La grande speranza è semmai che si riapra un dibattito sull'insostenibilità sociale e ambientale del modello energetico dominante e un incontro tra forze e soggetti differenti del tipo di quello che ha messo in mora l'acritica fiducia nelle virtù taumaturgiche dei processi di globalizzazione.

Note: __________________________________________________

Articoli correlati

PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Sito realizzato con PhPeace 3.5.10 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies - Diritto di replica - Posta elettronica certificata (PEC)