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Open Source, il dibattito resta sempre aperto

Si potrebbe pensare che il termine open source sia semplice da definire. Dopotutto, un sistema operativo, o un ambiente di sviluppo software, o sono open o non lo sono, giusto? Beh, credere a ciò equivarrebbe a credere che le banche facciano sempre e soltanto gli interessi dei propri clienti, oppure che esiste una sola vera religione, o che i politici siano tutti onesti.
15 aprile 2005 - Massimo Mazza

Logo dell'OSI Un apporto interessante è arrivato la scorsa settimana, quando la Open Source Initiative (OSI) ha tenuto la Open Source Business Conference a San Francisco, USA, dove ha chiaramente puntualizzato: "La proliferazione delle licenze d'uso sta diventanto un ostacolo significativo alla diffusione dell'open source; le licenze open source devono fondamentalmente soddisfare tre requisiti: a) evitare inutili doppioni tra un tipo di licenza e l'altra; b) essere chiare e comprensibili a tutti; c) essere riusabili". Riusabili nel senso che il codice deve poter essere chiaramente riusabile, sempre nei termini della licenza da cui proviene.

Le affermazioni della OSI non intendono stabilire dei rigidi paletti, quanto piuttosto fissare regole certe, chiare e riconosciute da tutti. Tali affermazioni richiedono solo un po' di buon senso da parte di tutti.

E qui il dibattito si infiamma. Molti forse ricordano le battaglie legali intentate dalla SCO contro l'IBM riguardo l'utilizzo di strani ed astrusi componenti software e sulla proprietà intellettuale. Ma non è l'unica storia, e non sarà di certo l'ultima: molti altri giganti dell'industria informatica stanno affilando le armi per farsi la guerra a vicenda: tra questi, per citarne alcuni, Microsoft, Intel, e Sun Microsystems.

La SUN, ad esempio, ha già deluso i membri della Open Source con la sua licenza CDDL (Common Development and Distribution License), che non è compatibile con la GNU-General Public License, madre del movimento Open Source e fondamento su cui venne implementato Linux.

Microsoft si muove più astutamente, utilizzando un altro approccio e affermando che il suo sistema di sviluppo .NET è aperto e flessibile, ed è il migliore sul mercato. Peccato che la Sun potrebbe dire le stesse cose per il suo J2EE. In pratica, ogni grossa compagnia può sostenere che il suo sistema open source è il migliore; prendiamo come esempio la Dell Computers, che fattura circa 80 miliardi di dollari all'anno: essa sostiene che il suo sistema, utlizzando Linux, è open. Cosa significa? Open è casomai il sistema operativo, non l'insieme hardware-software.

A questo punto allora la Microsoft potrebbe ribattere che il suo sistema operativo è quello che ha il maggior numero di applicativi disponibili, e quindi un PC Dell con installato Windows sarebbe altrettanto open. È inutile dire che asserzioni siffatte sarebbero accolte con invettive varie dagli aderenti al movimento Open Source.

L'organizzazione OSI è perfettamente cosciente di tutta questa confusione, ammettendo che la sua definizione non traccia confini perfettamente definiti; ammette altresì che stanno sorgendo varie scuole interpretative e di pensiero, ma ribadisce fermamente che "le licenze open source sono scritte per essere al servizio dei normali utenti, non degli avvocati, e che devono essere comprensibili da utenti, non da avvocati pronti a cavillare su ogni singola parola".

Sta di fatto che per il momento la parola sta agli avvocati. Se non altro si evita uno scontro tipo Sfida all'O.K. Corral e duelli all'ultimo sangue tra utenti delle opposte fazioni.

Come si vede, la storia è complessa, coinvolge il futuro di molte aziende che operano nell'ICT, e probabilmente terrà banco ancora per diverso tempo a venire. Comunque, tutti sperano serva per rivitalizzare un mercato che oramai era divenuto monopolio di poche grosse aziende mondiali.

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