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Apriti codice, ed è business

I vantaggi economici dello sviluppo collettivo del softwareDalle università alle aziende, si scopre che l'open source rende. Qualità, flessibilità e comunità le parole d'ordine. E le istanze etiche, cacciate dalla porta, rientrano così dalla finestra
22 novembre 2007 - Carola Frediani
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

E' una poltrona per due quella che accoglie gli sviluppatori del codice aperto: smanettoni alternativi che inorridiscono di fronte all'uso di programmi proprietari e rivendicano la libertà del software - secondo l'iconografia tradizionale - ma anche imprenditori che sanno fare dei soldi. Il dualismo può ricordare un po' il Veltroni di Crozza; in realtà inquadra l'impatto violento prodotto dal movimento del software libero e aperto sulla società e l'economia. Tanto che ora si comincia a studiare l'open source come modello di business, per citare un convegno tenutosi lunedì al Politecnico di Milano.
Qui il messaggio è stato piuttosto esplicito: dimenticate le crociate ideologiche del passato, le sfumature politiche e le quisquilie sulle differenze tra free software e open source, insomma tutta la spinta etica su cui è nato il software libero: a noi interessano i vantaggi collegati all'uso del codice aperto nella produzione e distribuzione di programmi. Vantaggi per la ricerca universitaria e gli studenti, che finalmente hanno a disposizione programmi e dati reali con cui confrontarsi; per i consumatori, che possono usare applicativi per varie esigenze informatiche di base senza sborsare un euro; e per le aziende, poste di fronte a un'ampia gamma di software di qualità, personalizzabili e dai costi contenuti. Ma i vantaggi possono valere anche per quelle imprese che sul software vogliono costruire il proprio business, inserendosi nell'agguerrito mercato informatico mondiale senza fare la fine del vaso di coccio tra quelli di ferro. O ancora - e qui l'open source si ammanta di un'aura miracolosa - per la ripresa italiana, per agguantare quel treno dell'innovazione troppe volte mancato.
Tutto questo grazie all'apertura del codice, che nei programmi di tipo proprietario è invece tenuto chiuso a doppia mandata. Per essere open un'applicazione deve rendere accessibile a chiunque il proprio codice sorgente, ovvero il cuore di istruzioni di cui è composto; ma deve anche regolarne l'uso da parte degli utenti con apposite licenze, garantendone la possibilità di modifica e la redistribuzione. Senza dimenticare uno degli elementi fondanti del mondo aperto: l'esistenza di una comunità che sostiene ogni progetto.
Del resto, anche la ricerca appena presentata dal dipartimento di elettronica e informazione del Politecnico lo conferma: i progetti open sono di qualità elevata, i loro costi non sono così economici come si pensa, ma il valore aggiunto consiste nella base di utenti attivi, linfa vitale, supporto per i nuovi membri e soprattutto strumento di marketing fondato sul passaparola.
Ed è proprio questa caratteristica che fa gola alle aziende e solletica le business school: coniugare la partecipazione dal basso, la rete anarcoide di programmatori e utenti che lavorano su un programma open, alle capacità manageriali e alla forza d'urto della grande azienda. Una vena aurea inseguita da molti economisti, negli ultimi tempi, a partire dai teorizzatori della wikinomics (per citare il libro di Don Tapscott e Anthony Williams), la scienza che cerca di sfruttare la collaborazione di massa resa possibile dall'internet.
Nel variegato mondo del sorgente aperto, queste economie partecipative e ibride, fatte di sviluppatori indipendenti, community di utenti e aziende nel ruolo di patron, sono già una realtà. Soprattutto, ha spiegato al convegno Tony Wasserman, guru dell'open source e professore della Carnagie Mellon West, i progetti open di maggior successo sono sostenuti sia da aziende che da comunità: nel caso di OpenOffice, la suite concorrente di Microsoft Office, il 90 per cento del codice viene scritto da cento sviluppatori impiegati da Sun Microsystems e collocati in una stessa sede ad Amburgo. "Il valore dello sviluppo su comunità - ha ribadito Bob Alexander, executive IT architect di Ibm, altra multinazionale che da anni sostiene progetti open - sta nel fatto che fa emergere in maniera più rapida le necessità e le richieste degli utenti".
Ed è in questo accento - il valore della community, i diritti degli utenti - che quell'ardore ideologico, quell'imperativo morale del software libero, accantonato nei corsi di management, rientra improvvisamente dalla finestra: «Certo, perché ha creato una forza innovativa che ha spostato il paradigma - commenta Stefano Maffulli, esperto di software libero e già coordinatore della sezione italiana di Free software foundation Europe) - nessuna azienda ora può prescindere dall'avere una strategia al riguardo». Ovvero, l'etica entra a far parte della catena del valore dell'industria informatica. Che non ne resti stritolata resta il compito più arduo.
freddy@totem.to

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