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Rivoluzione digitale

Un'altra porzione di etere è in vendita

Rete superveloce, accessibile anche nelle zone remote e senza fili. Secondo l'intesa congiunta del ministero della difesa e delle comunicazioni entro febbraio saranno stabilite le modalità per la commercializzazione. E Fastweb si prenotaLa buona notizia è che una parte delle frequenze usate dal Ministero della Difesa saranno smilitarizzate. La cattiva notizia è che il governo Prodi continua sulla strada delle privatizzazioni. Questa volta tocca alla tecnologia «senza fili»
29 dicembre 2006 - Benedetto Vecchi
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Il primo, positivo, effetto collaterale dell'annuncio del progetto Wi-Max è che una parte delle frequenze utilizzate finora dal Ministero della Difesa saranno «demilitarizzate» e diventeranno di «pubblico dominio». L'altra conseguenza, anch'essa potenzialmente positiva, è che l'accesso «veloce» a Internet sarà alla portata di tutti. Dalle valli della Val D'Aosta a Pantelleria, tutti i possessori di un computer dotati di una scheda apposita potranno infatti collegarsi al Web senza usare né il doppino telefonico, né una «rete dedicata», né avranno bisogno di cavi a fibra ottica per scaricare e inviare materiali velocemente.
Se il progetto del ministero delle comunicazioni si svilupperà così come ha dichiarato il ministro Paolo Gentiloni il diritto di accesso veloce al cyberspazio dovrebbe infatti essere garantito a tutti.
Come è noto, negli ultimi anni, non sono mancate analisi e voci critiche sulla presenza anche in Italia di un «digital divide», occultato però dalle statistiche sulla diffusione del personal computer, che non fanno sfigurare il nostro paese dal confronto con i cugini europei o i lontani parenti statunitensi. Secondo queste voci critiche, tuttavia, in Italia c'è una congrua minoranza che acquista, dietro pagamento di un canone, presso un grosso provider - da Telecom a Tiscali, da Fastweb a Vodaphone - la possibilità di sfruttare le potenziali delle reti adsl o simili. Dall'altra, una quota considerevole della popolazione che non ha altra strada che il vecchio, e lento, doppino telefonico. Nel comunicato di lancio del progetto WiMax è scritto a chiare lettere che il collegamento senza fili sarà garantito a tutti. Ma è proprio sulla portata di questo diritto universale, o meglio della sua traduzione operativa che si addensano molte nubi nere.
Infatti, nell'accordo tra il Ministero delle comunicazioni e quello della difesa viene sì definita la percentuale di «etere a bassa frequenza» che sarà demilitarizzata (dal quindici al venti per cento), ma viene altresì annunciato che dal giugno 2007 in poi quella stessa percentuale sarà messa in vendita a tranche per un valore, di ogni blocco, dai 100 ai 150 milioni di euro. Il ricavato della vendita servirà, ha sostenuto il ministro Gentiloni, per potenziare i ripetitori WiMax. La strada indicata sembra essere dunque quella dell'asta, così come è accaduto per i cellulari Umts, con il risultato di privatizzare ulteriormente ciò che dovrebbe rimanere un bene comune, l'etere.
Il progetto WiMax può quindi essere considerato come il contesto all'interno del quale trovare la via d'uscita da una realtà - quella delle comunicazioni digitali - caratterizzata da saturazione (i telefoni cellulari, i personal computer e i notebook) o da stagnazione (la rete). E non è forse un caso che due imprese che molto hanno investito in collegamenti senza fili - Fastweb e Simens - hanno salutato con quasi entusiasmo l'annuncio dell'accordo. Ieri, maliziosamente, il tam-tam di Internet segnalava il buon andamento in borsa di Fastweb dopo l'annuncio di WiMax.
La vendita delle licenze può tuttavia tradursi in una vera e propria debacle per le imprese, come è già avvenuto per i telefoni cellulari Umts. I quali dovevano favorire la vendita di servizi per acquisire immagini, suoni e quant'altro: cellulari e servizi che per un lungo periodo non hanno avuto un mercato, visto che la gratuità dell'acquisizione di immagini e suoni è considerata oramai una condizione necessaria per sfruttare qualsiasi tecnologia.
Il progetto WiMax è considerato il fratello maggiore della tecnologia Wi-fi, che consente appunto il collegamento senza fili alla rete. Finora, però, la distanza tra il computer e il punto di accesso era molto limitata - poche centinaia di metri, un chilometro nel migliore dei casi -, mentre con il WiMax l'area coperta è calcolata in chilometri quadrati (lo standard adottato in Italia copre cinquanta chilometri) e questo consentirebbe con un solo ripetitore centrale la copertura di città come Roma, Milano, Napoli. A riprova delle potenzialità di questa tecnologia ci sono i laboratori valdostano, dove da due anni è in pieni un progetto pilota nella valle di Champoluc, e della città di Cremona. Esperimenti che contengono l'accesso gratuito alla rete.
Un'altra incognita per lo sfruttamento economico di questa porzione dell'etere è data dal fatto che spesso i software necessari sono open source o free. Nel caso della vendita a privati di licenze d'uso si assisterebbe al paradosso di software praticamente gratuiti per servizi a pagamento. Un paradosso che sicuramente sarà sottolineato e combattuto dagli attivisti che criticano la privatizzazione dei beni comuni.
Ma se questi sono gli scenari possibili, rimane il fatto che la scelta del governo di centrosinistra non segnala una inversione di rotta. WiMax si presenta infatti come un ulteriore tassello di quelle privatizzazioni che certo non hanno dato quei risultati auspicati dal mainstream neoliberista. Per di più, si mettono in vendita quelle porzioni di etere che erano sfuggite alla logica di mercato. Ma c'è anche da rivelare come una tecnologia - il wireless - sviluppata per consentire collegamenti a Internet e per comunicazioni rigorosamente low coast e critica verso la cultura mercantile oramai dilagante nel web sia ormai diventata una merce da mettere all'asta.

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