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Scienza dal basso: si può fare! Una lezione per la sinistra

Mettere le mani sul sapere e dotarsi di propri strumenti è per la società una questione di democrazia
22 agosto 2007 - Alessandro Delfanti
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

La parola d'ordine è riappropriarsi della scienza. Tirarla fuori dai laboratori, portarla nelle piazze e vedere l'effetto che fa. Sono sempre di più, in tutto il mondo, i casi in cui la società reclama di dire la sua sulle scelte scientifiche e tecnologiche. Chiede di decidere insieme agli scienziati, certo, ma spesso chiede anche che sia riconosciuto al suo sapere una dignità pari a quella del sapere più formalizzato che ci sia: quello della scienza occidentale contemporanea. E' una questione di democrazia, certo. Anche se non tutti - nemmeno a sinistra - sono ancora disposti ad ammetterlo, la società ha il diritto di dire la sua su questioni che hanno un impatto immenso sulla nostra vita e quindi ci coinvolgono direttamente. Ma non è tutto qua.
Tra pochi giorni a Parigi si terrà un convegno internazionale dal titolo significativo: "Ricerca vivente", in un confronto aperto tra società e scienza (www.sciencescitoyennes.org). Una sessione intera sarà dedicata ai «movimenti sociali di fronte allo sviluppo tecnoscientifico», per parlare di «ruolo dei movimenti di contestazione nel sistema della produzione dei saperi» e «ricerca cittadina». Chi studia la scienza, insomma, si è reso conto che i suoi meccanismi sono esplosi, e che c'è chi fa scienza anche al di fuori dalla torre d'avorio della ricerca accademica ufficiale, che in molti casi ha dovuto arrendersi all'evidenza: in giro per il mondo ci sono soggetti sociali che, senza aver mai messo piede in un laboratorio, sono in grado di fare scienza, a volte meglio di chi la fa di mestiere, complice anche l'inedita circolazione dei saperi che fa la forza di Internet.
La storia dei movimenti nella scienza comincia probabilmente nel 1962, anno della pubblicazione di Primavera silenziosa di Rachel Carson, il libro sugli effetti degli insetticidi chimici sull'ambiente che ha dato vita al movimento ambientalista contemporaneo. A partire soprattutto dagli anni Settanta, l'ambientalismo ha influenzato la scienza e la percezione dei suoi risultati tra i cittadini (complici anche disastri tecnologici come Seveso, Bhopal, Chernobyl). Ma da allora anche altri movimenti hanno preso la parola per portare le loro idee e le loro esperienze all'interno della scienza. Il femminismo, innanzitutto, per quel che riguarda le tecnologie e la ricerca legate alla riproduzione e alla salute delle donne. Il movimento animalista e la sperimentazione, le associazioni di malati e i farmaci, i contadini e le biotecnologie; movimenti che fanno sentire forte la loro voce nell'arena in cui si decidono le politiche scientifiche, e che negli ultimi dieci anni hanno comiciato a usare anche il World Wide Web. Un esempio? L'esplosione dei blog dei malati, una arma comunicativa orizzontale (chiunque può aprirne uno e raccontare le sue storie mediche) e diffusissima, che mette in contatto migliaia di pazienti e permette loro di fare rete, conoscersi e raccogliere le forze per portare la loro influenza nei palazzi della politica e nei laboratori.
A volte poi i movimenti decidono di produrre dati scientifici veri e propri. L'esempio più vicino a noi è quello del movimento contro la Tav in Val di Susa, che sin dall'inizio ha cercato una legittimazione scientifica che gli permettesse di confrontarsi ad armi pari con la controparte e contestarne le decisioni. E così in valle cominciano a intervenire gli esperti scientifici: geologi, ingegneri, economisti e medici, che contribuiscono a creare una massa critica di dati a sostegno delle ragioni del no e metterla a disposizione di tutti (http://www.spintadalbass.org/documenti.htm). I comitati raccolgono gli studi indipendenti o quelli commissionati da Rfi, il gestore della rete ferroviaria, che erano stati accantonati al momento della progettazione esecutiva. E soprattutto producono ricerche militanti, realizzate da soggetti interni al movimento No Tav, come la denuncia dei rischi legati all'amianto dei medici di base della Val di Susa o quella sulla contaminazione delle falde acquifere dei trafori per l'alta velocità già realizzati in Toscana.
Anche le amministrazioni locali ci danno dentro: la comunità montana della bassa Val di Susa commissiona studi sui flussi di merci e passeggeri e sui risvolti economici e di viabilità causati dalla Tav. Il caso No Tav è un passo avanti su un percorso aperto già trent'anni fa con la nascita dei movimenti ecologisti e delle lotte delle associazioni di malati: la produzione e l'uso "dal basso" del sapere scientifico. Una sinergia tra movimenti e popolazioni, amministrazioni locali e ricercatori, che hanno saputo esprimere nel linguaggio della scienza una loro valutazione dell'impatto ambientale, sociale ed economico dell'opera. Dando a una lotta politica una legittimazione scientifica che è stata probabilmente una delle chiavi del suo successo.
Tra chi invece propugna la riappropriazione diretta dei saperi scientifici c'è il Critical Art Ensemble (http://www.critical-art.net, il loro sito vale una visita), un collettivo di artisti e scienziati statunitensi «dedito all'esplorazione delle intersezioni tra arte, tecnologia, politica radicale e teoria critica». Il loro L'invasione molecolare (Eleuthera, pp. 120 pagine, euro 10, liberamente scaricabile dal sito http://www.eleuthera.it), il primo tradotto in italiano, si inserisce proprio in questo percorso. Ed è un pamphlet utile per gettare uno sguardo libertario e smaliziato sulle biotecnologie, senza cadere nella trappola del luddismo che ha caratterizzato spesso l'approccio della sinistra alle scienze della vita. Un po' di sana attitudine hacker applicata alle biotecnologie non guasta, e la proposta di «biologia contestativa» del Critical Art Ensemble va proprio in questa direzione: la società deve mettere le mani sulla scienza, smontarla e rimontarla, che sia nel garage di casa propria o in piazza.
L'importante è, appunto, riappropriarsene, usarla a scopi decisi dalla fantasia e dalle necessità della società. Certo, stiamo parlando di artisti, che non ci chiedono di diventare tutti biotecnologi. Ma che nelle loro performance vogliono aprire la «scatola nera» della scienza, mostrarne il funzionamento e demistificarla, magari con un laboratorio portatile che mostri a tutti come si fa un test del Dna, come si riconosce un organismo transgenico e soprattutto come si smascherano i trucchi retorici delle multinazionali del biotech. Perché «il processo scientifico non appare mai pubblicamente, appaiono solo i suoi miracolosi prodotti. Vogliamo portare i routinari processi della scienza al pubblico. Farglieli vedere e toccare».
L'opinione tecnica dell'esperto, insomma, non basta più per prendere decisioni in un mondo nel quale lo sviluppo scientifico e tecnologico coinvolge il destino economico e biologico di milioni di persone. In fondo l'esperto che parla il linguaggio neutrale della scienza è sempre stato un falso. E non funziona più tanto bene, quando la politica lo usa per imporre dall'alto le scelte ambientali, scientifiche e tecnologiche. Un'impresa sempre più difficile: come succede sempre spesso, quelle scelte dovranno essere contrattate con tutta la società. Soprattutto se i cittadini e i movimenti confermeranno di saperci "mettere le mani", dotarsi dei propri strumenti scientifici e utilizzarli per inseguire i propri valori e i propri interessi.

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