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    La proprietà intellettuale è davvero proprietà?

    La scardinante era digitale induce il WIPO ad una decisione importante. Potrebbero saltare i torrioni di un castello ormai obsoleto, luogo di nascita di mostri come il DMCA o la Legge Urbani
    6 ottobre 2004 - Andrea Rossato
    Roma - Ieri l'Assemblea generale della World Intellectual Property Organization (WIPO) ha adottato una risoluzione che impegna la WIPO a dare la massima considerazione ad un documento, presentato da Argentina e Brasile ed al quale hanno aderito numerosi paesi in via di sviluppo, sui rapporti tra proprietà intellettuale e sviluppo, assumendo l'impegno di organizzare un seminario internazionale e di inserire tale tema nell'agenda della prossima sessione dell'Assemblea generale da tenersi nel settembre del prossimo anno.

    La decisione, benché non abbia una portata rivoluzionaria, è estremamente rilevante, anche per la sede nella quale è stata adottata. La WIPO è infatti l'organizzazione nel cui ambito è stato adottato il WIPO Copyright Treaty del 1996, che ha dato poi origine al Digital Millenium Copyright Act ed alla direttiva europea 2001/29/CE sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione. In esso, per la prima volta, si decise di dare protezione giuridica alle misure tecnologiche poste a difesa del diritto d'autore e, piú in generale, di innalzare notevolmente il livello di protezione concesso ai titolari dei diritti di sfruttamento economico delle opere intellettuali: DMCA, bollini SIAE ed, in ultima analisi, il decreto Urbani-Carlucci hanno ascendenti comuni...

    Ciò segnala quindi un punto di svolta, che si unisce al successo già ottenuto dai paesi in via di sviluppo in ambito WTO con la dichiarazione di Doha del 2001, nella quale si affermava che la protezione della proprietà intellettuale deve favorire, e non porsi in contrasto, con l'obiettivo della salute dei cittadini di tutti i paesi del mondo, anche in quelli piú poveri, che non possono permettersi di pagare le costose licenze per i brevetti sui farmaci, in particolar modo su quelli salva-vita.

    Nel documento in questione si legge, ad esempio, che "la protezione della proprietà intellettuale è uno strumento per promuovere l'innovazione, il trasferimento e la disseminazione della tecnologia e non può essere vista come un fine in sé".

    Vi si legge anche che "essendo l'accesso all'informazione e la condivisione della conoscenza elementi essenziali per incentivare l'innovazione e la creatività nella società dell'informazione, aggiungere nuovi livelli di protezione alla proprietà intellettuale nell'ambiente digitale significherebbe ostacolare la libera circolazione dell'informazione e minerebbe la possibilità di creare nuovi strumenti per promuovere l'innovazione e la creatività, attraverso iniziative come i "Creative Commons". Cosí come deve essere oggetto di grande attenzione il dibattito sull'uso di misure tecnologiche di protezione in un ambiente digitale".

    Che questi temi entrino a far parte del dibattito in sede WIPO è quindi il segnale che qualcosa, nell'odierna disciplina della proprietà intellettuale, non va. Ed il maggior artefice di tale disciplina ne prende atto.

    Nel mondo fisico la proprietà è fine a se stessa. E ciò per la natura stessa del mondo fisico: se qualcuno mi prende il cibo io non potrò nutrirmi. Il consumo di beni fisici è, come dicono gli economisti, rivale ed esclusivo. Ma nel mondo delle idee, e nello spazio digitale, il consumo dei beni e delle idee cessa di essere rivale. Se qualcuno duplica un mio file, o fa propria una mia opinione, io non cesso di avere quell'idea o quel file. Usare la retorica e la terminologia della proprietà per dare giustificazione alla costante espansione del diritto d'autore e dei brevetti è quindi un'operazione truffaldina.

    La WIPO dimostra oggi di averlo capito o, comunque, di volerne discutere. E Giuliano?

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