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Bangalore può morire di tecnologia

L'allarme è delle istituzioni scientifiche locali: i rifiuti tecnologici indiani sommati a quelli importati dagli Stati Uniti stanno distruggendo l'aria e l'ambiente
2 novembre 2004
Punto Informatico

Bangalore (India) - Il nome di Bangalore è ormai da anni legato all'Information Technology e all'industria dell'alta tecnologia che proprio nella grande città indiana trova uno dei poli di massima vivacità del mondo. Ma è una città che potrebbe morire per una sorta di autodistruzione indotta dallo smaltimento davvero poco intelligente della tecnologia.

Stando ai consulenti dell'Istituto per la gestione dell'ambiente e la ricerca sulle politiche ambientali, ente di ricerca che fa parte del Consiglio per il controllo delle emissioni del governo locale, Bangalore è diventata una bomba ecologica a causa dei rifiuti tecnologici.

"Se non ci svegliamo subito - ha dichiarato un esponente dell'Istituto - nei prossimi cinque anni tutto questo si ritorcerà contro di noi".

Il problema centrale sta nell'enorme quantità di materiale tecnologico che viene gestito nell'area di Bangalore e nell'assenza pressoché totale di impianti di smaltimento adeguati. Sono centinaia le imprese spesso improvvisate che fanno riciclaggio dell'e-waste nell'area urbana, utilizzando perlopiù sostanze chimiche altamente tossiche ed inquinanti per ottenere dai rifiuti hi-tech materiali da rivendere. Non solo, gran parte dell'hardware dismesso sia dai riciclatori che da enti, aziende e privati, finisce nella normale catena dello smaltimento, ossia viene bruciato a basse temperature, liberando quindi nell'aria una serie di sostanze dannose come la diossina. Tonnellate di materiale tossico finisce anche nelle discariche abusive che circondano la città: l'infiltrazione nel terreno di componenti chimici tragicamente tossici raggiunge i massimi livelli.

Secondo l'Istituto, sono più di mille le diverse sostanze dannose che vengono oggi liberate nell'ambiente senza alcun controllo. Basti pensare che nel corso di un anno si stima che la produzione di rifiuti tecnologici a Bangalore comprenda 1000 tonnellate di ferro, altrettante di plastica, 350 di rame, 300 di piombo, 43 di nickel e 0,23 di mercurio. Si tratta di numeri in continuo aumento e strettamente legati allo sviluppo del distretto tecnologico di Bangalore. "I risultati - hanno spiegato gli esperti - sono allarmanti anche perché non esistono regole certe e non ci sono sistemi di smaltimento scientifici".

Le conseguenze sulla salute di sostanze come il berillio, il piombo o il mercurio liberate nell'ambiente e nelle acque, sono da molti anni conosciute e gravissime: dall'infarto a danni irreversibili al fegato il quadro è assolutamente preoccupante.

A tutto questo si aggiunge, come già accadeva in Cina e in altri paesi asiatici fino a qualche tempo fa, l'importazione di rifiuti hi-tech occidentali, in particolare americani.

Con grandi risparmi economici, infatti, le industrie americane esportano in molti paesi l'e-waste prodotto negli Stati Uniti. Ciò accade perché proprio gli USA sono tra i pochi paesi a non aver firmato la Convenzione internazionale di Basilea sui rifiuti nata proprio per contrastare le esportazioni di sostanze tossiche: sebbene l'India l'abbia firmata, la mancata adesione degli USA non impedisce l'importazione di questi materiali.

"Entro sette anni - ha dichiarato un portavoce della coalizione Toxic Links, una organizzazione non governativa - si avrà il caos. Il Governo tende a reagire ma non riesce a prevenire. Lavora con i suoi ritmi. Si sono svegliati ma la risposta è troppo lenta".

E c'è qualche altro esperto che prevede entro pochi anni una emergenza ambientale in tutta l'area.

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