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In relazione alla denuncia di PeaceLink

Base Nato/Usa: comunicato di Rifondazione Comunista di Taranto

Crediamo che l’attenzione debba essere focalizzata principalmente su quello che c’è e non su ciò che si presume. Non vorremmo cioè, che se si dovesse rivelare priva di fondamento la notizia della requisizione del porto mercantile, perchè proprio di questo si tratterebbe, vista la consistenza della VI Flotta (41 navi, 175 aerei, 21mila fra marinai e civili), l’auspicata mobilitazione per scongiurare il rischio nucleare venisse a cadere.
8 marzo 2004
Enzo Pilò

La presenza della NATO a Taranto è tornata, nuovamente, a far discutere la comunità tarantina dopo la denuncia di Peacelink di un probabile spostamento della VI Flotta da Gaeta nel nostro porto mercantile. Si sono registrate su questa indicazione una serie di prese di posizione quasi tutte allarmate, tranne quella, come sempre coerente nel suo oltranzismo atlantista, dell’onorevole Ostilio.

Sono stati ripresi gli allarmi riguardo al rischio della presenza di navi e sottomarini a propulsione nucleare sia per la sicurezza della popolazione civile, che per la decisiva mazzata finale a una prospettiva di sviluppo dell’area portuale. Per noi è scuramente positivo che vi sia stata una reazione negativa della maggioranza dell’opinione pubblica e delle forze politiche del centrosinistra, ma crediamo che l’attenzione debba essere focalizzata principalmente su quello che c’è e non su ciò che si presume. Non vorremmo cioè, che se si dovesse rivelare priva di fondamento la notizia della requisizione del porto mercantile, perchè proprio di questo si tratterebbe, vista la consistenza della VI Flotta (41 navi, 175 aerei, 21mila fra marinai e civili), l’auspicata mobilitazione per scongiurare il rischio nucleare venisse a cadere.

Il rischio nucleare e la possibilità di attentati o azioni di ritorsione sono già presenti nella nostra città, proprio perché la base di Chiapparo è una base NATO.

Quello che già sappiamo, infatti, è che Taranto è un centro di comando della NATO, che la nuova base navale è stata realizzata con una notevole partecipazione finanziaria della NATO, che già da almeno due anni operano le forze di pronto intervento europee integrate nella NATO e che, cosa ormai nota da tempo, il nostro porto militare è uno degli undici in Italia considerati a rischio nucleare.

Su questo il movimento pacifista tarantino, fra il 2000 e il 2001, ha sviluppato ben più di una mobilitazione occasionale: ha dato corpo ad una vera e propria campagna che ha portato alla consegna del Piano di emergenza nucleare da parte della Prefettura, di un ordine del giorno del consiglio comunale (votato all’unanimità) che impegnava la Giunta Di Bello a chiedere che il Prefetto realizzasse le esercitazioni di evacuazione della popolazione civile e a realizzare un tavolo interministeriale per affrontare il rischio connesso ai mezzi a propulsione nucleare. In più il Sindaco Di Bello pagò una consulenza ad un ingegnere nucleare per valutare la possibilità di centraline di monitoraggio intorno alle basi militari, ma dei risultati non si è più avuta notizia.

Le proteste e le mobilitazioni,soprattutto studentesche, arrivarono fino all’allora ministro della Difesa Mattarella che, in visita all’Arsenale di Taranto, assicurò, mentendo, che non vi erano pericoli.

La Marina Militare, dal canto suo, si era impegnata a rendere pubblico, come previsto dalla legge, il nuovo piano di emergenza nucleare giacchè quello presentato dal Prefetto era ormai non più attuale.

Per fare il punto della situazione, quindi, oggi siamo di fronte al fatto che la base navale ad uso NATO è stata completata e sarà consegnata ufficialmente in giugno dal Presidente della Repubblica; che le esercitazioni di protezione civile non sono mai state realizzate; di centraline di monitoraggio non se ne parla proprio; non sappiamo se nei bunker scavati a 30 metri di profondità saranno custodite armi nucleari; il nuovo piano di emergenza non è stato realizzato e la Prefettura e le istituzioni locali sono gravemente inadempienti.

Rifondazione Comunista rimane fortemente impegnata nella lotta contro la militarizzazione del territorio, non solo per i rischi connessi alla presenza delle basi sul nostro territorio ma anche, e soprattutto, per le scelte criminali di guerra permanente e di rapina contro i popoli che queste presenze sottendono.

Al centrosinistra chiediamo una chiara scelta di rottura con le politiche perseguite dal governo Berlusconi, ma anche dai governi precedenti, con una svolta nelle politiche militari che vadano nel senso della difesa territoriale e della riduzione degli armamenti.

In questo senso chiediamo che l’impegno politico e sociale di chi si esprime in questi giorni su questa vicenda venga messo immediatamente a disposizione su fatti concreti e azioni coerenti verso i rischi, già reali, che sono ben presenti sulla nostra popolazione ormai da diverso tempo.

Per il Partito della Rifondazione Comunista

Circolo E. CHE Guevara TA

Enzo Pilò

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