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Make Naj Not War

La riforma delle Forze armate in senso professionale è stata la chiave di volta tecnica di questa inedita belligeranza italiana/europea
14 gennaio 2017 - Rossana De Simone
Fonte: scritto da Gregorio Piccin - 14 gennaio 2017

 

Ad ogni orientamento di politica estera corrisponde, anche oggi, una particolare organizzazione delle Forze armate e del comparto industriale di riferimento.
Dal 1991 l’Italia è un paese oggettivamente belligerante e schierato su scala planetaria sia in ambito Nato che a livello bilaterale con gli Stati Uniti. Dopo la fine della guerra fredda (momento storico davvero propizio per una concreta politica di disarmo) gli Stati uniti hanno rilanciato la loro struttura militare planetaria e la loro leadership nella Nato.
Questa struttura militare globale viene da subito imposta come piattaforma di proiezione e standard industriale dove la capacità di “proiezione” corrisponde ad uno stato di guerra permanente e lo “standard industriale” comporta lo sviluppo della tecnologia di punta, il rilancio della corsa agli armamenti e il salvataggio dei fatturati del comparto messi in crisi dalla sopraggiunta fine della guerra fredda.
Circa l’80% del mercato globale di armi e sistemi d’arma è monopolizzato dalle industrie occidentali (54,4% Usa e 25,5% Europa) : risulta abbastanza chiaro su chi ancora poggi la responsabilità per la corsa agli armamenti e per la belligeranza permanente. Se il mercato globale dei sistemi d’arma è ancora dominato da società statunitensi ed europee, tra le prime dieci aziende del settore ben tre sono europee: Airbus group (franco-tedesca), Bae Systems (inglese) e Finmeccanica (italiana).
La Nato e le sue guerre sono fondamentali per far crescere i fatturati del comparto su entrambe le sponde dell’Atlantico e anche l’ipotesi remotissima di un esercito (professionale) europeo sarebbe inevitabilmente legata al mantenimento e sviluppo delle capacità industriali che garantiscono proiettabilità e digitalizzazione, a loro volta legate ad un profilo belligerante e neocoloniale.

La riforma delle Forze armate in senso professionale è stata la chiave di volta tecnica di questa inedita belligeranza italiana/europea.
E’ nel quadro della partecipazione alla prima guerra del Golfo del 1991, che si comincia a prospettare chiaramente la necessità, per il nostro paese, di dotarsi di un esercito professionale reclutato esclusivamente su base volontaria.

“…Il modello Rognoni, fortemente influenzato dal Concetto strategico dell’Alleanza atlantica emerso dal vertice di Roma del 1991, affrontava i temi del riassetto e delle nuove funzioni delle forze Armate e degli obiettivi di medio e lungo periodo dell’intera politica di difesa. In esso, per la prima volta, la capacità di proiezione della forza assumeva una centralità assoluta. Lo strumento militare era ufficialmente divenuto uno strumento che il governo poteva legittimamente utilizzare in politica estera…” .

La vecchia postura territoriale e difensiva basata sulla leva, che gli Stati uniti avevano organizzato e sostenuto in Europa in funzione anti-sovietica era quindi obsoleta ed assolutamente inservibile per i nuovi scopi e le nuove dottrine. In buona sostanza bisognava rapidamente passare ad una nuova postura proiettabile/offensiva basata necessariamente sul volontariato professionale.
Esiste una letteratura ufficiale che comprova funzioni, scopi, obiettivi ed appunto “necessità” della professionalizzazione europea delle forze armate.
In Italia, già dai primissimi anni novanta, si approntò il così detto Nuovo modello di difesa (NMD) per arrivare rapidamente, nell’arco di circa un decennio, alla sospensione definitiva della leva.
L’ipotesi della professionalizzazione vinse praticamente a tavolino in primo luogo perché prospettò la promessa di liberare i giovani italiani dal fardello della leva obbligatoria (salvo “imporla” indirettamente ai disoccupati e ad una particolare fascia di territorio nazionale come unico sbocco occupazionale); in secondo luogo perché questa “riforma”, a suo tempo, mise d’accordo un po’ tutti:

a) gli statunitensi che la esigevano per potere disporre, come già visto, anche delle forze armate italiane direttamente o indirettamente nei loro piani strategici post 89’;
b) tutti i partiti rappresentati in parlamento con l’unica eccezione del Prc;
c) le aziende del comparto industriale militare per ovvie ragioni legate all’aumento di commesse con alto valore tecnologico e quindi all’aumento dei dividendi per manager e azionisti (con i sindacati di categoria confederali in una posizione sempre opaca e sulla difensiva nonostante il calo costante dell’occupazione);
d) il Terzo settore che vedeva comunque in parte risarcito il suo serbatoio di forza lavoro (prima garantito dall’obiezione di coscienza) con l’istituzione del Servizio civile nazionale e con una corposa esternalizzazione del servizio pubblico. Lo stesso Terzo settore che oggi “suggerisce” al governo Renzi l’istituzione della “leva civile” (implicitamente parallela all’esercito professionale stesso).

Il prodotto finito è quello che conosciamo oggi e che viene riconfermato nel Libro bianco della difesa: un moderno corpo di spedizione, integrato negli standard Nato (statunitensi), proiettabile ovunque nel mondo in un contesto operativo multinazionale interforze.
Una riorganizzazione e ridimensionamento della leva non venne nemmeno preso in considerazione.
Ad ogni tipo di esercito corrisponde un uso peculiare e l’uso di quello professionale (strutturalmente molto più costoso) è di tipo offensivo da spedizione.
L’esercito professionale trae il suo stesso senso d’esistere dall’essere impiegato come corpo di spedizione e occupazione, come il più adatto a svolgere questi compiti.
Le forze di occupazione, per loro stessa definizione, hanno la missione di presidiare e combattere permanentemente o temporaneamente in territori situati al di fuori dei confini nazionali.
La potenza o le potenze che invadono tali territori devono essere in grado di gestire avamposti, basi, aeroporti, rifornimenti e quindi devono disporre dello stesso personale per anni senza ricorrere alla mobilitazione generale che si dà in caso di guerra ufficialmente dichiarata (l’abitudine di formalizzare i conflitti è stata infatti abbandonata). Ecco quindi la necessità di una ferma volontaria di almeno quattro anni.
Come ci fanno notare due autori dell’Istituto affari internazionali:

“…Possedere capacità militari integrabili e bene equipaggiate è una pre-condizione, necessaria ma non sufficiente. Oggi, infatti, conta se queste capacità sono effettivamente impiegate, possibilmente al massimo livello di complessità, incluse operazioni combat. Se invece le capacità restano, per scelta politica, inutilizzate, allora diventano inutili come strumento di sostegno della politica estera e dello status internazionale dell’Italia. Non siamo più ai tempi della Guerra fredda, quando bastava “mostrare i numeri” ovvero presentare capacità teoricamente disponibili, anche a prescindere dal loro effettivo impiego. Oggi non è più così…”

In parole povere: oggi dobbiamo sparare con tutto quello che possiamo produrre “…al massimo livello di complessità…” oppure di questo esercito professionale non ce ne facciamo proprio niente.

Dagli statunitensi, vale la pena ripeterlo, non abbiamo mutuato soltanto il nuovo modello organizzativo per le forze armate ma anche le modalità del così detto procurement e più in generale la capacità dell’industria bellica di determinare la politica estera e militare.
Anche da noi alcuni generali o ammiragli, a fine carriera, entrano nell’orbita dell’industria (magari passando per il Ministero della difesa); i soldati professionalizzati in congedo se non riescono a collocarsi nella Polizia di stato trovano impiego come contractors nella florida industria mercenaria, i tecnici che redigono le analisi di scenario e le dottrine da cui discende la politica militare ed estera sono organici agli stessi settori industriali di cui sopra.
Il processo di “privatizzazione della guerra” è tanto più normale e naturale se si pensa che anche in Italia, a partire dagli anni novanta, in quasi ogni documento che si occupa di programmi ed acquisizioni viene sempre formalizzato e sottolineato il concetto che le capacità militari (offensive e di proiezione) di uno stato ne determinano il rango, lo status ed il prestigio a livello internazionale. Non si tratta, come già chiarito, di una mera esibizione di potenza: perché rango e status del nostro paese possano aleggiare alti nel firmamento della così detta Comunità internazionale questa potenza deve essere impiegata, dimostrata sul campo, spesa insieme ai nostri partner Nato. Ma questa logica ottusa è la stessa delle gang malavitose: noi dobbiamo sempre dimostrare disponibilità e capacità di combattimento nonché fedeltà cieca al nostro capo bastone. In cambio riceviamo una strizzata d’occhio e qualche volta la premiante illusione del comando . Tuttavia fuori dalla gang, nel resto del mondo, ciò che stiamo raccogliendo non sono rispetto e prestigio ma diffidenza, risentimento e odio.
Questa situazione è foriera di gravissime ipoteche sul nostro futuro: si pensi alla enorme area di destabilizzazione che abbiamo creato in Medioriente, nei Balcani e sulle sponde del Mediterraneo così come alla nuova guerra fredda verso la Russia voluta dagli Stati uniti (resta da vedere, in questo senso, a cosa porterà effettivamente la distensione promessa dal nuovo presidente Trump).

 

Il “nuovo” Libro bianco per la difesa
Nel quadro sinteticamente delineato il Libro bianco della difesa è un esempio altissimo di malintesi e rimozioni. Non ha nemmeno il merito della franchezza che si riscontra in analoghi documenti di dottrina e programmazione statunitensi.
Il Libro bianco prodotto dal Ministero della difesa nel 2015 si apre con un’analisi del mondo piuttosto pretestuosa: l’estero è inteso come una selva di minacce multiple simmetriche, asimmetriche, ai nostri interessi nazionali, al nostro modo di vivere, alla nostra sicurezza. Esilarante risulta quindi la nostra auto-rappresentazione che ci ritrae come pacifici osservatori in questa selva oscura ed incomprensibile, assolutamente non corresponsabili per il caos che ci circonda, intenti nel provvedere soltanto alla nostra legittima difesa di fronte all’irrazionalità dei conflitti e dei disastri umanitari/ambientali che rischiano di colpirci come eventi atmosferici imprevisti.
In effetti in questa realtà capovolta non c’è niente da fare se non accucciarsi sotto all’ombrello atlantico e cercare di svolgere al meglio la nostra funzione di gregari fedeli, trasformando con ciò il vero problema in una finta soluzione.
Il Libro bianco della difesa si profila come una disposizione alla guerra permanente, tecnologicamente avanzata, aggiornata ed agganciata al comparto industriale di riferimento (Finmeccanica e non solo), con un occhio di riguardo al risparmio sul personale . Più macchine compatibili con gli standard di proiezione globale della Nato e meno uomini.
Si tratta semplicemente di un investimento corposo nel capitale fisso a scapito di quello variabile esattamente come avviene in qualunque grande impianto produttivo e, guarda caso, esattamente come avviene nel comparto industriale militare internazionale da oltre trent’anni.
Pensiamo ad esempio ad uno dei programmi militari più promettenti per l’industria bellica nazionale/europea: la digitalizzazione del campo di battaglia. Una vera gallina dalle uova d’oro.
Anche in questo caso, il nostro programma di digitalizzazione prende le mosse da programmi elaborati e sviluppati dal Pentagono da almeno due decenni ed elevati a nuovo standard Nato a partire dal summit di Praga nel 2002.
In quella sede si stabilì di acquisire in tempi ristretti alcune capacità giudicate prioritarie per il raggiungimento e mantenimento della superiorità strategica tra cui la così detta Network Enabled Capability (NEC). L’acronimo significa letteralmente “abilitare la capacità di rete” affinché in essa possano combinarsi ed interagire elementi dottrinali, procedurali, tecnici ed umani appartenenti ad organizzazioni diverse.
In cosa consiste il concetto di digitalizzazione del campo di battaglia espresso dalla NEC? E’ molto semplice: si tratta di trasformare ogni unità delle forze armate (di terra, di mare, di aria, di spazio siderale compreso ogni singolo soldato) in una pedina digitale interattiva del più grandioso e realistico videogioco mai immaginato.

E’ davvero interessante vedere come il programma “Forza NEC”, declinazione italiana del nuovo standard Nato, prenda le mosse nel 2007 sotto l’impulso dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola, al tempo Capo di Stato Maggiore. In perfetta coerenza con uno degli obiettivi di “Forza NEC” (riduzione quantitativa del personale a fronte di una maggiore efficacia) lo stesso ammiraglio, approdato al Ministero della Difesa, elabora nel 2012 la sua riforma delle forze armate che ridurrà considerevolmente il personale e destinerà più risorse alle acquisizioni.
Va chiarito che per “Forza NEC” ed il preesistente programma “Soldato Futuro” sono stati preventivati 22 miliardi di euro in circa vent’anni ma il tipo di programma rende i preventivi di spesa alquanto aleatori e destinati ad aumentare anche considerando i costi delle esercitazioni .
Il finanziamento di “Forza NEC” non spetterà, come spesso accade in questo genere di onerosi programmi, al ministero della difesa ma a quello dello sviluppo economico.
Di certo sappiamo che tutto il programma è stato assegnato a Selex Sistemi Integrati (Finmeccanica) con il ruolo inedito di prime contractor ossia con il ruolo di coordinatore e rappresentante di tutti i partner industriali coinvolti di fronte all’Amministrazione difesa.
Non solo:

“…Un ulteriore elemento della nuova filosofia netcentrica è il cosiddetto “approccio a spirale”, secondo il quale un programma di procurement viene strutturato per fasi, dette spire, in modo da raggiungere i risultati gradualmente ed avere anche maggiore flessibilità e libertà di subire eventuali aggiustamenti/correzioni a lavoro già avviato, e nel contempo poter vedere sul campo i primi “frutti” molto più celermente rispetto a quanto accadeva con un progetto tradizionale (…) Il processo di innovamento a spirale in un certo senso è senza fine, perché i progressi tecnologici sono continui, specie in alcuni settori, a partire da quello elettronico e informatico, e non è pensabile rinunciarvi per “concentrare” l’ammodernamento in un periodo di tempo limitato e poi attendere lustri o decenni prima di avviare nuovi aggiornamenti. Questo andava bene (si fa per dire) un tempo, oggi è semplicemente inaccettabile…”

Ecco perché parlo di gallina dalle uova d’oro. Un costosissimo processo di acquisizione “…senza fine…” è il miglior contratto in bianco, senza concorrenti in mezzo ai piedi, che l’industria bellica nazionale potesse desiderare. Ecco il vero capolavoro dell’ammiraglio Di Paola che, dopo una carriera spesa al servizio delle forze armate e del loro “prestigio internazionale” e dopo avere agganciato ad infinitum questo prestigio alle capacità industriali nazionali (e non solo), è stato chiamato a servire il paese come consulente di Finmeccanica. Un vero matrimonio d’acciaio.

Con queste evidenze appare poco utile ridursi a chiedere il taglio di alcuni sistemi d’arma come i mal funzionanti F35 o le fregate FREMM. Concentrare ed esaurire l’attenzione solo su alcuni “gingilli”, per quanto assurdamente costosi, proietta di fatto un pericoloso cono d’ombra sul sistema nel suo complesso, sui suoi meccanismi e ci impedisce di comprendere quale sia il reale problema di fondo e di quanto debba essere articolata una realistica riduzione del danno. Tanto più che i cacciabombardieri Eurofighter Typhoon, prodotti da un consorzio europeo in cui spicca Finmeccanica, svolgono le stesse funzioni di supremazia aerea e capacità nucleare degli F35 e sono oggetto di lucrose commesse verso le monarchie del Golfo nostre alleate.

Prospettare e chiedere una riduzione della spesa rivolta alle tecnologie offensive di punta senza toccare la forma professionale delle forze armate è come avere una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria.
L’esercito professionale è strutturalmente concepito per la proiezione e l’offesa, cerca di stare al passo con gli standard statunitensi/Nato, più in generale risponde alle esigenze dei comparti industriali di riferimento i cui profitti sono secondi solo a quelli stellari della speculazione finanziaria e delle mafie.
L’esercito professionale è la chiave di volta della privatizzazione della guerra. Senza di esso la belligeranza del nostro paese non si potrebbe esprimere in ambito Nato né tanto meno in solitaria mentre Finmeccanica dovrebbe ripensare le sue politiche industriali.
Con questo orizzonte di guerra persino la Fiom valuta meritorio l’operato dell’attuale amministratore delegato Moretti e propone una ricapitalizzazione della nuova “one company" attingendo dalla Cassa depositi e prestiti.
Per fare cosa? Per rinsaldare l’orizzonte bellicista di Finmeccanica nel mentre si cede tutto il know how per la conversione energetica del paese e per ripensare i trasporti e la logistica?
O si affrontano questi nodi tutti insieme, in maniera organica, conseguente, con una prospettiva programmatica solida oppure diciamolo chiaramente: della guerra non possiamo proprio fare a meno e la truppa professionalizzata è il migliore strumento che abbiamo per farla.
Non di secondaria importanza inoltre sono le ricadute interne legate alla professionalizzazione delle Ff.aa: dal 2004 il 100% del reclutamento dei nuovi poliziotti è riservato a chi abbia svolto almeno 5 anni di mestiere delle armi nelle forze armate .
Questa (contro)riforma è stata introdotta per offrire un minima quota occupazionale a tutti quei soldati che non siano riusciti ad entrare in servizio permanente nelle Ff.aa.
Ma questa operazione di militarizzazione della polizia si inserisce in un quadro già piuttosto fosco: durante i tre giorni di scontri a Genova, nel luglio 2001, si è inceppato lo show mediatico che vuole mostrarci le forze di polizia come protagoniste politacally correct da fiction tv e noi abbiamo potuto vivere e vedere per un istante cosa potrebbero effettivamente diventare ogni giorno, visto e considerato che nessun provvedimento degno di questo nome è stato intrapreso per modificarne lo stato di fatto, visto che la tortura non costituisce reato e visti (tra gli altri meno noti) i casi di omicidio come quello di Cucchi e Aldrovandi coperti da una indegna omertà di corpo.
Senza incorrere nell’errore grave di pensare che chiunque indossi una divisa sia un macellaio dormiente in attesa di essere autorizzato ad agire e considerando quindi che nelle Ff.aa e nelle forze di polizia esistono comunque persone ragionevoli, non animate da pulsioni squadriste, che sicuramente obbediscono ma solo entro certi limiti è un fatto incontrovertibile che la professionalizzazione militare riduce di molto il numero di queste persone. E’ una questione oggettiva piuttosto che soggettiva.

Con la leva, i soldati della truppa erano prestati a quel servizio per un anno: la loro vita, la loro occupazione, il loro reddito, i loro orizzonti erano prima e dopo quell’anno. Per loro, in definitiva, la naja era una parentesi.
In un esercito professionale i soldati della truppa fanno di quel servizio un mestiere, il mutuo della casa lo pagano con lo stipendio del ministero della Difesa e con le missioni all’estero, la caserma è parte integrante della loro vita e quella occupazione è spesso l’unica occupazione possibile nella speranza legittima che la ferma “precaria” (volontario in ferma prefissata di quattro anni - VFP4) si trasformi in “posto fisso” (volontario in servizio permanente - VSP).
Gli arruolamenti vivono una crisi di vocazione nonostante la disoccupazione e ben due ministri della Difesa (Martino e Mauro) sono arrivati a suggerire la possibilità di arruolamento per gli extracomunitari con la carota della cittadinanza.
La “ricattabilità” sociale del soldato è l’ingrediente principale della professionalizzazione.
Si è di fatto trasformata la truppa in un corpo sociale materialmente separato dalla società e questo risulta essere uno dei tanti gravi arretramenti democratico-costituzionali dell’epoca che stiamo vivendo.
Il moderno esercito professionale (dal punto di vista democratico in realtà molto più “antico” di quello di leva) ha vinto a tavolino anche perché si è dimostrata la soluzione più collaudata e sicura che gli anglo-americani hanno sviluppato nel corso del secolo scorso. E’ la formula, elevata già da tempo a standard Nato, che garantisce ai governi un’ottima gestibilità del personale militare, anche e soprattutto in caso di morte sul campo dei soldati. La retorica e pomposità dei funerali di Stato accompagna ogni volta la salma del ragazzo di turno con un grande, ipocrita non detto: era un volontario, era il suo mestiere e la responsabilità dei mandanti politici, finanziari ed industriali può così sfumare.
Per tutte queste ragioni la professionalizzazione come modello organizzativo per le forze armate andrebbe abbandonata in funzione di una coraggiosa riforma complessiva del comparto ispirata ad un più generale riassetto della politica estera e di recupero di sovranità democratica (e nazionale).

La riduzione del danno
Una riforma delle Forze armate dovrebbe essere coerente ed organicamente collegata alla revisione sostanziale della nostra politica estera e industriale.
Questa riforma dovrebbe contemplare, come già detto, l’abbandono della professionalizzazione e la reintroduzione della coscrizione obbligatoria e della obiezione di coscienza ma evitando accuratamente di operare un nostalgico ritorno al passato.
La vecchia organizzazione militare (elefantiaca, clientelare ed inzuppata di nonnismo) era infatti ingessata dai piani strategici statunitensi del secondo dopoguerra che ne immaginavano una unica funzione: fanteria d’arresto da contrapporre all’eventuale dilagare dell’Armata rossa.
La prospettiva era quella ed il mondo era bipolare ossia diviso in due blocchi ideologici variamente articolati e a tratti compenetrati. Un ritorno a quel passato sarebbe operazione impossibile perché il mondo oggi, a ventisette anni dal crollo del muro di Berlino, è inequivocabilmente multipolare.
Risulta sempre più chiaro che le vere minacce all’incolumità e al patrimonio dei cittadini sono rappresentate dal dissesto idro-geologico, dalle alluvioni, dai terremoti, dai disastri eco-ambientali e dagli incendi.
Di fronte a tali minacce sarebbe opportuno che la logistica e l’organizzazione venissero rivolte e convertite, in prevalenza, ad un nuovo concetto di difesa territoriale/ambientale, che metta le Forze armate nelle condizioni di gestire sia aspetti di manutenzione e messa in sicurezza ambientale sia soprattutto le sempre più ricorrenti e spesso contemporanee fasi d’emergenza integrandosi, col supporto di uomini e mezzi, all’azione della Protezione civile e del corpo dei Vigili del fuoco.
Solo in questo senso sarebbe ragionevole studiare e promuovere la formazione di un nuovo esercito costituzionale, di leva, aperto a donne e uomini.
Ciò di cui si parla non è l’esercito-carrozzone della guerra fredda, che chi ha fatto la “naja” può ricordare, bensì una nuova organizzazione molto più leggera dal punto di vista militare: la massa di oltre trecentomila soldati che attendevano di difendere il paese da una più che improbabile invasione sovietica sarebbero oggi ancora più inutili di allora.
La leva dovrebbe poter dirottare la maggioranza dei coscritti e delle coscritte verso il servizio civile no-profit/pubblico e la Protezione civile (in fondo un anno da dedicare alla collettività non mi pare un’imposizione così illiberale).
La Protezione civile, che oggi si basa sul volontariato (con grossi limiti oggettivi), avrebbe a disposizione da una parte un organico che le consentirebbe di intervenire anche nella manutenzione ambientale in maniera efficace e continuativa, dall’altra il supporto di logistica, mezzi e personale che l’esercito potrebbe dispiegare nelle fasi di emergenza acuta. L’integrazione di cui parlo, potrebbe produrre risparmi consistenti e consentirebbe sinergie d’impiego in grado di colmare una cronica carenza di mezzi dedicati alle emergenze ambientali e di ridurre la irrazionale moltiplicazione delle responsabilità, delle competenze, dei comandi, dei dirigenti, delle centrali operative, degli eli-aereoporti. Potremmo avere a disposizione uno strumento popolare, meno costoso e più efficace di salvaguardia e difesa del territorio.
Da ex-amministratore locale di un piccolo comune montano soggetto al divampare di piccoli/grandi incendi boschivi (non dolosi), potrei fare diversi esempi in questo senso . Ma come non pensare anche al ricordo positivo che ebbero i terremotati friulani della massiccia, fattiva e prolungata attività di soccorso, rimozione delle macerie e messa in sicurezza operata dall’esercito di allora e confrontarla con il ricordo, certo meno caro, dei terremotati abruzzesi, dove il moderno esercito professionale venne sostanzialmente impiegato per sorvegliare la loro cattività nelle tendopoli?
Ciò di cui parlo è quindi un esercito che, senza perdere le sue capacità militari di difesa, sia nei fatti dual use ; dove lo sviluppo dei sistemi d’arma sia esclusivamente rivolto alle contromisure difensive piuttosto che a macchine e assetti da supremazia aero-spaziale e navale e dove le specializzazioni si sviluppino attorno agli aspetti ingegneristici e medici; dove le esercitazioni non siano costosissime e provocatorie messe in scena di conflitti continentali targati Nato come la recente Trident Juncture ma molto più semplicemente manovre integrate esercito/Protezione civile.
Un esercito in grado di essere dispiegato all’estero, in un nuovo contesto di relazioni internazionali, in missioni di esclusiva e sostanziale interposizione e di competente supporto logistico-medico-umanitario anche nelle crisi ambientali.
Riportare la forma ed il senso delle nostre forze armate nell’alveo costituzionale, al di là dell’aspetto etico, dovrebbe quindi permettere un enorme risparmio di risorse e di logistica ed un più utile e razionale impiego di mezzi e uomini per affrontare le “minacce” di cui sopra.
Volendo recuperare anche l’aspetto etico, che per chi scrive è preponderante rispetto a quello meramente strumentale, credo sia indispensabile recuperare un approccio organico e propositivo alla questione che sappia andare oltre la contestazione (storicamente ridotta ai minimi termini) e che permetta di intervenire sulle nostre pesantissime responsabilità di guerra.

Non penso sia possibile isolare la politica estera da quella militare e più in generale dalla definizione di nuovi piani per l’energia, l’industria e l’agricoltura, per i trasporti e la mobilità, per il rifornimento strategico delle materie prime.
Tutto ciò nella più ampia prospettiva di costituire un polo neutrale all’interno dell’Europa stessa con forti capacità di attrazione sia verso paesi europei non legati al mantenimento di politiche neocoloniali, sia verso il mediterraneo, sia verso paesi ubicati in altri continenti ricchi di risorse ma alla ricerca di nuove tecnologie, di scambi equi e di cooperazione: un grande, incerto ma indispensabile ricollocamento strategico.
Il tema di una riforma strutturale dello strumento militare dovrebbe essere posta come punto costituente al pari della revisione dei trattati di Maastricht e Lisbona, della struttura e natura della Bce, ossia di tutte le questioni che hanno a che fare con il recupero ed il rilancio della sovranità democratica e popolare. Per ciò che riguarda l’Italia questa riforma consentirebbe di agire su diverse questioni:
1) renderebbe le forze armate strutturalmente inservibili alla Nato e ad operazioni di guerra e occupazione;
2) “accontenterebbe” il terzo settore con la reintroduzione dell’obiezione di coscienza (istituto di civiltà universale e linfa vitale del no profit);
3) permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilità con la Protezione civile;
4) permetterebbe di aprire un ragionamento meno bellicista sul futuro di Finmeccanica;
5) porterebbe ad un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d’impiego;
6) imporrebbe una revisione/rescissione degli accordi bilaterali che regolano la cessione di territorio nazionale per basi e strutture straniere;
7) ci obbligherebbe a ridefinire una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla difesa in armi degli interessi strategici con ciò ridimensionando le cause delle tragiche migrazioni umane a cui stiamo assistendo.

La coscrizione obbligatoria non elimina la possibilità di un uso anticostituzionale delle forze armate ma di certo lo inibisce verso l’interno e lo potrebbe impedire verso l’esterno. Una riforma che punti alla reintroduzione della leva come più sopra accennata potrebbe incontrare un consenso inaspettato e trasversale anche a livello politico. Di certo, all’interno del processo di privatizzazione della guerra, quello delle forze armate è uno dei punti in cui le contraddizioni possono essere agite con intelligenza perché il tema è sentito e la disaffezione strumentale verso di esse è notevolmente cresciuta. Anche all’interno delle stesse Ff.aa aleggia un comprensibile malumore per la pesante politica di tagli al personale in favore delle macchine (e dei profitti industriali).
La crisi economica, l’incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare hanno già modificato la fiducia popolare nel tricolore armato spedito a destra e a manca per il mondo al seguito degli statunitensi.
Certo si parla solo di percezioni e sensazioni diffuse che pure il Ministero della difesa ha captato nel momento in cui, all’interno del Libro bianco, definisce la possibilità di un intervento nelle emergenze ambientali.
Ma questo intervento diventa fantomatico se pensiamo a quale sia l’esercito di cui stiamo parlando: un corpo di spedizione costantemente impegnato in missioni di guerra e occupazione/presidio, in costose esercitazioni Nato, ma soprattutto grande consumatore di prodotti industriali ad alta tecnologia.

Se si agisse sulla sfiducia strumentale in questo esercito prospettando una alternativa credibilmente più utile, razionale e meno costosa si potrebbe incrociare anche il favore di quegli enti locali e dei loro sindaci che in tutti questi anni si sono trovati ad affrontare le emergenze ambientali e gli eventi calamitosi con mezzi inadeguati.
L’effetto potrebbe essere dirompente o comunque certamente in grado di increspare non poco la linearità del folle piano egemonico che continua a sovrastarci indisturbato.

Nota importante: questo testo è stato ricavato da un più ampio saggio contenuto nel libro “Frammenti di guerra. industria e neocolonialismo in un mondo multipolare”, ed. KappaVU http://shop.kappavu.it/?product=frammenti-di-guerra-industria-e-neocolonialismo-in-un-mondo-multipolare

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