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E’ evidente che la Us Navy non racconti infatti la verità sull’incidente dell’USS Hartford

L'orecchio subacqueo di Echelon è nei sommergibili della Us Navy

I sottomarini a propulsione nucleare sono anche potenti strumenti di intelligence capaci di intercettare i cavi a fibre ottiche.
15 settembre 2004 - Piero Mannironi
Fonte: La Nuova Sardegna 16/7/2004

Oltre le tante risposte non date c’è una domanda non fatta. E’ evidente che la Us Navy non racconti infatti la verità sull’incidente dell’USS Hartford , che il ministero della Difesa italiano, chiamato in causa direttamente dal comando della Sesta Flotta americana, preferisca tacere su quanto è accaduto nell’ottobre dello scorso anno nel mare della Maddalena e che infine il governo continui a far finta di niente sul fatto che, nel 1987, l’Italia abbia detto no al nucleare, ma tolleri che nella Sardegna nord orientale ci sia un deposito di armi atomiche di un paese straniero e che dei sommergibili a propulsione nucleare vadano tranquillamente in giro in un parco naturale internazionale. La domanda, quella che nessuno oggi si pone, è dunque questa: per quale motivo lo “Zio Sam” vuole oggi potenziare la base di Santo Stefano e quindi aumentare la presenza dei suoi sommergibili nel Mediterraneo? Che ci faceva, per esempio, il sommergibile Hartford nel Mediterraneo, visto che la sua base è a Grotton, nel Connecticut, e il vascello appartiene alla Seconda Flotta dell’Atlantico? La logica della geopolitica direbbe che aumentare la presenza di sommergibili d’attacco nel Mediterraneo è una scelta incongruente e comunque non comprensibile. L’“Impero del Male”, cioé quella che un tempo era l’Unione Sovietica, non esiste infatti più da quindici anni e l’avamposto della Maddalena non ha quindi più il peso strategico di una volta. Almeno apparentemente. Quale armata del mare può infatti contrapporsi in quest’area ai “gendarmi del mondo”? La risposta è semplice: nessuno. A allora? Un modo per cercare di capire è quello di verificare gli adattamenti tecnologici e di armamento che gli americani fanno sui loro sommergibili per renderli funzionali ai nuovi scopi strategici. Comincinciamo dalla classe Los Angeles, alla quale appartiene anche l’Hartford. Questo tipo di sommergibili nucleari nacque nella seconda metà degli anni Settanta. In quegli anni di “guerra fredda” Washington era rimasta choccata dalla notizia che l’Urss stava per varare due tipi di sommergibili a propulsione nucleare - gli Alfa e i Victor I - capaci di lanciare missili strategici e di viaggiare all’incredibile velocità di 40 nodi in immersione. Un colpo terribile per il prestigio degli americani che credevano di avere la marina migliore del mondo sia per efficienza e sia per tecnologia. I cervelloni del Pentagono corsero subito ai ripari e commissionarono alla General Dynamics un sommergibile a propulsione nucleare che avesse almeno le caratteristiche tecniche di quelle dichiarate dai sovietici. Il risultato fu l’SSN Los Angeles, che fu varato nell’autunno del 1976. Da allora oltre sessanta battelli di quel tipo hanno lasciato i cantieri di Newport. Questo tipo di sommergibile, capace di essere operativo fino a una profondità di trecento metri, può viaggiare in immersione fino a 30 nodi, e all’inizio venne armato con i micidiali missili “Sub Harpoon”. Nel gergo militare, immaginifico e allo stesso tempo crudo, i Los Angeles vengono chiamati hunter killer. Cioé, assassini di cacciatori. La concezione iniziale è quindi quella di un sottomarino specializzato nella caccia ad altri sommergibili. Ma, si sa, i mezzi devono adattarsi alle esigenze strategiche. Ecco che così, nei primi anni Ottanta, avviene la prima modifica. Mentre i “giganti” della classe Ohio tengono nel loro ventre d’acciaio i missili balistici (SSBN) Tridenti I e Trident II, per i Los Angeles si pensa a un nuovo impiego. La chiave è rappresentata dai missili da crociera Cruise, non intercettabili dai radar perché capaci di viaggiare a bassissima quota, seguendo i rilievi del suolo. Questi ordigni volano a una velocità di 800 chilometri orari e hanno un’autonomia di circa 2.500 chilometri. Per questo motivo vengono chiamati “missili di teatro”. Nel sostanziale equilibrio raggiunto da Usa e Urss nell’armamento balistico, gli americani giocarono la carta dei Cruise con testata nucleare. I sommergibili della classe Los Angeles vennero così riconvertiti, e su ogni vascello furono costruite dodici rampe verticali per ospitare i SLCM Tomahawk. Al Pentagono, con una lugubre enfasi li chiamarono: «L’arma dell’ultimo atto». Che significa? Semplicemente questo: in caso di conflitto atomico, i Tomahawk a testata nucleare multipla sarebbero stati lanciati dai sommergibili della classe Los Angeles dal mare del Nord, dal Mediterraneo e dall’Oceano Indiano. Invisibili ai radar e perciò non intercettabili, avrebbero dovuto colpire obiettivi civili e militari. Insomma: se l’Urss avesse “bucato” le difese americane con i missili balistici, non avrebbe vinto la guerra perché i Tomahawk avrebbero poi spazzato via tutto. In parole povere: la guerra atomica non poteva essere vinta da nessuno. Nel 1984-85 cominciano a circolare nell’arcipelago della Maddalena i primi sommergibili della classe Los Angeles con armamento atomico. La notizia filtrò quasi per caso dalla Nato e il clima politico in Italia subito si incendiò. Gli americani all’inizio negarono tutto, ma alla fine preferirono chiudersi dietro un silenzio blindato, in attesa che la bufera si placasse. E infatti, dopo pochi anni, le polemiche si spensero. Da cacciatori di sommergibili, quindi, i Los Angeles diventarono anche strumenti strategici importantissimi sul fronte impalpabile della “guerra fredda”. La seconda conversione dei sommergibili d’attacco Usa avviene nella seconda metà degli anni Ottanta. L’idea è semplice: i sottomarini possono diventare strumenti formidabili per lo spionaggio. E infatti l’USS 691 Memphis viene ritirato dal servizio attivo nel 1989 per essere impiegato come piattaforma sperimentale. In pratica, si provavano nuove sofisticate tecnologie finalizzate a intercettare tutti i tipi di comunicazione. Fino ad allora, gli americani avevano avuto due sommergibili-spia. Uno, il NR-1, venne varato nel lontano 27 ottobre 1969. Lungo appena 45 metri, è ancora oggi il più piccolo sottomarino a propulsione nucleare del mondo. Si tratta di un vero e proprio laboratorio subacqueo, dotato di attrezzature avanzatissime, che consentono di spiare perfino le comunicazioni satellitari. Quasi inesistente l’equipaggio: due ufficiali, due marinai e due scienziati. Fino a pochi anni fa, questo minuscolo vascello-spia era protetto dal più alto livello di segretezza possibile negli Stati Uniti. Il NR-1 bazzicava spesso anche nel Mediterraneo e, nel giugno del 2001, finì contro un peschereccio pugliese nel mare di Brindisi. Il secondo sottomarino-spia della Us Navy era invece l’USS 683 Parche, varato nei cantieri di Newport nel 1974. Il Parche, dismesso proprio l’anno scorso, era un sommergibile nucleare della classe Sturgeon. Lungo quasi novanta metri, era armato di siluri Mk 48, Sub Harpoon e Tomahawk. Ma era soprattutto una formidabile centrale di intercettazione. E’ nel 2000 che l’utilizzo dei sommergibili Usa per spionaggio militare e industriale diventa un caso politico. Lo fa nascere il giornalista scozzese Duncan Campbell che pubblica un documentatissimo libro-denuncia (Surveillance electronique planetaire) con cui fa il punto su Echelon, il controverso sistema di spionaggio elettronico globale creato dagli Usa, dalla Gran Bretagna, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Campbell porta la sua denuncia fino al Parlamento europeo. Si scopre così che i sommergibili americani intercettano anche le informazioni che corrono sui cavi a fibre ottiche posati sui fondali del Mediterraneo. Non solo segreti militari, quindi, ma soprattutto informazioni industriali riservate, finiscono tutte nei giganteschi computer di Fort Meade, la sede del potentissimo servizio segreto americano Nsa (National security agency). Un’organizzazione con più di 30 mila uomini che controlla un vastissimo network di stazioni di ascolto chiamato Us Sigint (Signals intelligence) System. Fantapolitica? Assolutamente no. La conferma arriva da Umberto Rapetto, colonnello della Guardia di Finanza, comandante del Gat (Gruppo anticrimine tecnologico) e direttore del progetto “Network & computer security” dell’Aipa, l’Autorià per l’informatica nella pubblica amministrazione. Docente universitario e collaboratore della rivista del Sisde “Per Aspera ad veritatem”, Rapetto è insomma un’autorità indiscussa in materia di spionaggio elettronico. Il comamdante del Gat non solo conferma la denuncia di Campbell, ma addirittura fornisce nuovi particolari sulle attività dei sottomarini Usa nel Mediterraneo. «Nel giugno del 2001 - dice Rapetto - gli americani spedirono il loro sommergibile-spia USS 23 Jimmy Carter davanti al porto di Genova in occasione del G-8. Un vascello a propulsione nucleare che appartiene alla classe Seawolf, realizzato nei cantieri della General Dynamic’s Electric Boat di Groton, nel Connecticut (dove è stato costruito anche l’Hartford ndr). Costato cinque anni di lavoro di adeguamento e almeno un miliardo di dollari, annovera tra le sue caratteristiche tecniche, anche quella di intercettare i dati che corrono nei cavi in fibra ottica sottomarini. Cavi in grado di veicolare anche 40 mila telefonate contemporaneamente». Dice ancora Rapetto: «Ovviamente, sull’effettivo impiego di una simile soluzione non ci sono conferme ufficiali, ma nel Mediterraneo le fibre ottiche per connessioni telefoniche e di trasmissione dati non mancano davvero e, soprattutto, arrivano a collegare aree geografiche di non trascurabile effervescenza terroristica In un’intervista, Franck Dennington, capo della struttura tecnica della Flag Telecom Holding Ltd, il colosso che gestisce decine di migliaia di chilometri di cavi subacquei che uniscono l’Europa al Nord Africa e al Medio Oriente, si è mostrato scettico su questa possibilità di spionaggio. Ha infatti detto che le protezioni adottate rendono difficilissimo e troppo costoso l’ascolto abusivo delle comunicazioni, ma che - se realizzato - questo può aprire una breccia spaventosa nella riservatezza dei cittadini». «Da parte sua - dice ancora il colonnello Rapetto - il generale dell’Aeronautica americano Michael Hayden, il direttore della Nsa, ha sorriso in modo molto eloquente quando gli è stato chiesto delle intercettazioni sottomarine e non ha negato che siano possibili. Chiamato poi a fornire qualche notizia sulla presenza del sommergibile Jimmy Carte davanti al porto di Genova, il generale ha preferito glissare». Attualmente le fibre ottiche sono protette da guaine pressurizzate la cui effrazione viene immediatamente segnalata ai sistemi di controllo. Ma quando si scende sotto i 300 metri di profondità, certe costotsissime precauzioni non vengono più ritenute necessarie per le oggettive difficoltà di manomissione per eventuali sabotaggi o intercettazioni. Già, ma fino a poco tempo fa nessuno aveva pensato ai sommergibili... «Un funzionario dei servizi segreti a stelle e strisce - dice ancora Rapetto - ha asserito che “origliare” sul fondo del mare non è iniziativa facile da prendersi, perché può comportare un onere che potrebbe aggirarsi sui due miliardi di dollari l’anno. Ma quella cifra da dove salta fuori? E’ semplice stima oppure è un consuntivo? Se chi aveva letto “Secret Power” conosceva la rete di intercettazione globale Echelon da tempo, chi ha dato un’occhiata al libro di Sherry Sontag e Christopher Drew “Blind man’s bfluff” queste cose le sa molto bene. D’altra parte, è risaputo che quando c’erano i cavi in rame al posto delle attuali fibre ottiche, la Us Navy, per spiare i russi, utilizzava il sommergibile USS Parche».

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