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    cantieri sociali

    Come l'Italia si rigassifica

    13 settembre 2007 - Pierluigi Sullo
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Uno si sveglia la mattina e la radio (Rai) gli dice che secondo l'Enel sta per precipitare in un inverno buio e freddo. La giornalista (Rai) intervista non so chi e gli fa una domanda su quegli sciagurati che si oppongono ai rigassificatori (quegli attrezzi che servono a far ridiventare gassoso il metano trasportato liquido da apposite navi). Capite: l'anatema contro quei tipi di Livorno o di Trieste è già nella domanda. Qualche ora dopo, uno sta per addentare un pomodoro, e il telegiornale (Rai Uno) gli dice che si è aperta la Conferenza nazionale dell'energia, che Alfonso Pecoraro Scanio e il presidente Giorgio Napolitano che hanno detto ecc. Subito fuori della sala della Conferenza (la prima dopo anni innumerevoli su questo argomento secondario) è appostato il ministro dello sviluppo Bersani, il quale con tono spazientito dice: bisogna fare i rigassificatori. Nonché, si presume, le centrali turbogas care a De Benedetti, la centrale a carbone di Civitavecchia, ecc. Bisogna essere scemi per non connettere l'annuncio drammatico dell'Enel e l'insistenza sui rigassificatori. Dei quali se ne vorrebbero costruire non so più se tredici o quattordici su varie coste, e in un caso almeno in mezzo al mare (davanti a Livorno e Pisa).
    Però, a parte la parola dei capi dell'Enel, nessuno sa di quanto gas ci sarebbe bisogno davvero, perché un Piano energetico nazionale non esiste. Magari, scavando un po', si scoprirebbe che la ragione principale per la quale i rigassificatori vanno assolutamente costruiti assomiglia molto al movente di quelli che vogliono gli inceneritori. Semplice: ci sono un sacco di soldi pubblici da spartire, nel caso dei rifiuti quelli che tutti noi paghiamo in bolletta (si chiamano Cip6) per le fonti alternative «assimilate»: la spazzatura, appunto, e magari gli scarti del petrolio. Dopo di che, si mette in scena la solita commedia all'italiana. Il ministro dell'ambiente enuncia cifre in euro destinate a fonti alternative (vere) di energia, con le quali si potrebbero al massimo costruire cinquecento metri del tunnel Tav in Val di Susa, mezza paratia mobile del Mose e qualche chilometro dell'autostrada Mestre-Civitavecchia tanto cara a Bersani. Ma il telegiornale aggiunge: una buona notizia, le emissioni di gas serra italiane per la prima volta diminuiscono. Sì, di una frazione, mentre sono aumentate del 13 per cento (se non ricordo male) negli ultimi dieci anni. Chi se la beve?
    In Germania l'industria delle fonti alternative (solare, soprattutto) ha prodotto più posti di lavoro e più esportazioni di una Fiat, negli ultimi anni. E il paese è sceso al di sotto delle soglie fissate dal Protocollo di Kyoto, perciò non dovrà pagare le pesanti multe che invece toccheranno all'Italia, le cui industrie dovranno ricorrere alla «borsa delle emissioni» e pagare per continuare a sputar fuori le loro schifezze. Sarei d'accordo con quel che ha scritto qualche giorno fa Rossana Rossanda, ovvero che bisogna «produrre di più», se si producessero più pannelli solari o fotovoltaici, se si investisse in ricerca, se si spendesse in risparmio energetico (ad esempio su come sono fatte le case), ecc. Altrimenti, questa faccenda del clima che impazzisce, delle alluvioni, delle coste minacciate dal mare che sale, dell'agricoltura alle prese con una crescente scarsità d'acqua, dei ghiacciai che si ritirano, e così via, è solo un incubo propalato dai soliti catastrofisti. E ha ragione Bersani: più rigassificatori (centrali, autostrade, Alta velocità, Mose, inceneritori), più Prodotto interno lordo. Così si potrà ridistribuire la ricchezza (oltre alle bombole di ossigeno).

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