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Vicenza, dove il Pd torna a Rumor e vince

Il «fortino» democratico a Nord Est. Il candidato di centro-sinistra ha recuperato venti punti su quello di centro-destra Al ballottaggio vincente la scelta di non allearsi.
6 maggio 2008 - Mariano Maugeri
Fonte: Il Sole 24 Ore

- «Il faut alors que je penseà Vicence». Albert Camus, incantato dalla Rotonda palladiana che introduce il visitatore alla luce semiorientale dei Colli Berici, non riuscì mai a dimenticare la perfezione rinascimentale di quella visione. Ed è altamente probabile che in questi giorni si arrovellino su Vicenza, magari per motivi meno letterari, tutti i protagonisti della politica nazionale. Achille Variati, neosindaco e cattolicissimo leader politico del Pd veneto con un Dna che promana direttamente dal doroteismo di Mariano Rumor, ha sconfitto l'invincibile armata leghista e del Popolo della Libertà conducendo una campagna elettorale da manuale confuciano dell'arte della guerra. Le comunali di Vicenza rimarranno nei libretti di storia politica nordestina, e non solo, per qualche tempo.

Vicenza è al tempo stesso la litigiosità tra leghisti e forzisti, l'eterna superficialità del Governo di Roma e una città ricca ma distratta,con il lavoro e l'impresa al di sopra di tutto. La breve storia che racconteremo può essere datata a partire da un giorno primavera di due anni fa. Il Governo Prodi, appena insediato, e l'oramai ex sindaco della città, il pediatra Enrico Hullweck ( una specie di summa del trasformismo italico, con un storia politica che salpa dall'Msi e approda a Forza Italia dopo una militanza nelle fila della Lega Nord) comunicano ai vicentini che a al milione e trecentomila metri quadrati di basi militari statunitensi nel cuore della città, se ne sarebbero aggiunti altri 480mila intorno all'aeroporto civile Dal Molin.

L'accordo è stato sottoscritto in totale segretezza qualche anno prima da Silvio Berlusconi e George W. Bush. «Si tratta di un'intesa di politica estera non ritrattabile né negoziabile », taglia corto un risoluto Arturo Parisi, neoministro della Difesa. È come una frustata su un corpo addormentato. I vicentini, gente di intelligenza prensile, formidabili imprenditori e viaggiatori, all'occorrenza cocciutissimi bastian contrari, si svegliano dal torpore e avviano una crociata di cui nessuno intravede ancora la conclusione.

Non è la nuova base americana in sé che li fa arrabbiare, piuttosto la trattativa sottotraccia, il collaudatissimo gioco di sponda tra il sindaco e l'Esecutivo romano, che già ha partorito un mostro di cemento alto dieci piani con una miriade di finestrelle carcerarie che sbarra come una diga l'irripetibile itinerario palladiano fra il teatro Olimpico e la Rotonda: il nuovo palazzo di giustizia costruito nei terreni dell'ex cotonificio Rossi, proprietà di una società nell'orbita Fininvest. «Rarissimo constatare una serie così grave di errori progettuali, ambientali e paesaggistici», scrive Italia Nostra.

Anche in questo caso i vicentini hanno subìto in silenzio. L'area sulla quale le gru lavorano incessantemente, a cavallo dell'imprevedibile fiume Bacchiglione, è stata imposta per decreto dal Guardasigilli dell'epoca, il leghista Roberto Castelli. Dando così ragione, una volta di più, a quel grande vicentino (e italiano) di Guido Piovene, che nel suo Viaggio in Italia, scrivendo proprio della sua città natale, annotava: «La civiltà italiana oggi è in gran parte endemica e inconsapevole, l'inciviltà consapevole e attiva».

I più estremisti dicono un no senza se e senza ma al Dal Molin. I più moderati, tra i quali gli industriali di Vicenza, un esercito di 2.300 imprese guidato all'epoca da Massimo Calearo e ora da Roberto Zuccato, chiedono che almeno la città venga risarcita, magari con un nuovo ateneo italo-americano. Nessuno è indifferente alla questione. Che inevitabilmente accende un dibattito serrato sul futuro di Vicenza. Incombono le elezioni comunali. Hullweck, ormai alla scadenza del secondo mandato, corre per la Camera dei deputati. La candidata naturale del Popolo della libertà, tutti lo sanno, sarebbe il presidente della Provincia, la leghista Manuela Dal Lago. Ma dai forzisti e dal suo leader, il governatore Giancarlo Galan, arriva un niet. Verona e Treviso sono già in mano alla Lega, Padova e Venezia del centro-sinistra.

Consegnare Vicenza ai leghisti significherebbe perdere l'influenza su tutte le maggiori città venete. Passa l'eurodeputato Lia Sartori, fedelissima di Galan e signora degli appalti. Nel Pd nessun dubbio: Achille Variati, 55 anni, già sindaco quasi vent'anni fa, da tre legislature in Consiglio regionale. Variati rinuncia al simbolo del Pd e sceglie come logo una rondine. Dice: «Io sarò il sindaco dei vicentini, non del centro-sinistra». Campagna elettorale in stile doroteo, ma con le irritualità tipiche del partito territoriale che alla fine risulteranno decisive. Un po' Louis Durnwalder, leader della Svp altoatesina,un po' Toni Bisaglia. Sveglia alle cinque del mattino. E poi mercati generali, mercatini, quartieri di periferia, asili, ospedali, ospizi. Porta a porta. La città la conosce come le sue tasche.

Sul Dal Molin recupera il verbo bossiano: «Noi padani padroni a casa nostra. La base americana? Decideranno i cittadini con un referendum. Non vogliamo diventare una nuova Berlino». La Sartori, navigatissimo politico di Palazzo, non rilancia. I numeri dicono che sarà lei a vincere. In piazza non si vede. In compenso la leghista Manuela dal Lago non disdegna i bagni di folla in vista delle Politiche e quando può spiffera agli amici il suo pensiero sulla rivale. Al primo turno Variati è sotto di otto punti. Per vincere deve recuperane venti. Tanti voti dispersi tra i nove candidati sindaci, tra i quali un ex assessore di Hullweck, Claudio Cicero, che con la sua lista raggiunge il nove per cento. Si apre la trattativa per il ballottaggio. Variati dice no a Cicero e alla lista " No al Dal Molin".

La Sartori chiude il cerchio: ottiene l'appoggio del transfuga della Giunta Hullweck e dell'Udc. Il candidato del Pd ripete di potercela fare, malgrado tutto giochi contro di lui. «Non faccio patti di nessun genere: da sindaco, voglio avere le mani libere». La Sartori appare sempre meno. Non ne sente la necessità. In Veneto, Pdl più Lega fanno il 54,7 per cento. E in un faccia a faccia nella sede degli industriali, fa scena muta su tre domande: prezzo di un biglietto dell'autobus, del pane e del latte. Il duello è misurato, mai frontale, inframezzato da sorrisi e gentilezze, a tratti curiale. Veltroni chiama Variati e si dice disponibile a tenere un comizio a qualche giorno del ballottaggio. Il candidato sindaco declina. «Grazie, Walter, faccio da solo».

I vicentini si scaldano, soprattutto i più giovani, compresi gli imberbi di 15 anni. Tifano, fanno volantinaggio, convincono nonni, cugini e amici. Achille, come qui lo chiamano tutti, rimonta di venti punti e alla fine sorpassa la Sartori di 500 voti. La sera del 28 aprile in una piazza dei Signori, con la basilica del Palladio scoperchiata e la Loggia del Capitanio impacchettata per lavori di restauro di raro tempismo (il 2008 è l'anno palladiano), migliaia di cittadini sventolano bandiere come non si vedeva dalla promozione del Vicenza in serie A. Achille ha vinto. La Sartori ripara a Bruxelles. Hullweck è stato trombato. E Galan rimugina: la Lega ci ha tradito.

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