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Green New Deal italiano? Da Conte alla realtà (e viceversa)

Il programma del nuovo governo ne parla. Ma cosa vuol dire e di cosa ci sarebbe bisogno? Dove trovare i soldi? Tra investimenti e una patrimoniale verde.
20 settembre 2019

Nel programma del nuovo governo Conte (quello giallo - rosso, per intenderci) è entrato il termine Green New Deal.
Un progetto non da poco per la politica italiana, tanto nuovo quanto impegnativo per chi si prefigga di portarlo avanti veramente.

Nel dibattito politico internazionale argomento e proposta sono già più concreti che in Italia. Si veda ad esempio il caso degli Stati Uniti, dove il senatore democratico Ed Markey e la rappresentante Alexandria Ocasio-Cortez hanno presentato, lo scorso febbraio, 14 pagine di risoluzione congressuale al Senato americano per provare a far diventare realtà un piano economico verde (Trump e conservatori permettendo). Green New Deal

Le linee programmatiche del nuovo esecutivo italiano, riassunte in 29 punti, riportano, al punto 7, l’intenzione di “realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell'ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale”. Attraverso “piani di investimento pubblico” ad hoc, “incentivi a prassi responsabili” per le imprese, attraverso un “apposito fondo” per orientare le iniziative imprenditoriali e, più in generale, attraverso “l’indirizzo dell’intero sistema produttivo verso un’economia circolare” (quella che i rifiuti prodotti li riutilizza tutti).

L’intento è nobile, e soprattutto necessario, ma portarlo a compimento vuol dire rivoluzionare quasi completamente le nostre vite, il nostro modo di produrre e consumare energia, le nostre abitudini e il ruolo dello Stato. 
Il recente rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativa sul cambiamento climatico) parla chiaro: se non si contiene entro l’1,5 C° l’aumento della temperatura globale (rispetto ai livelli pre-industriali) la sopravvivenza della specie umana è gravemente compromessa. Entro il 2030 le emissioni globali di CO2 devono essere azzerate. Quindi, occorre crederci veramente e vestire lo Stato di un ruolo pubblico nuovo e più forte nella pianificazione e nella gestione normativa ed economica della questione ambientale.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. Ci affidiamo all’analisi fatta recentemente sulle pagine di Jacobin Italia da Simone Gasperin per definire la cornice dentro cui si gioca la partita. Viviamo in una società economica, Italia compresa, caratterizzata da alcuni difetti cruciali: disoccupazione e sotto-occupazione, che polarizzano nelle mani di pochi ricchezze e redditi e la costante minaccia, per tutti, di un’«apocalisse ambientale» . Le “soluzioni di mercato”, tanto gradite alle élite che difendono le stesse ricchezze e il capitalismo sfrenato, non si possono attuare per risolvere i disastri ambientali, anzi, spesso, ne sono state la causa.

Guardando la storia, il Green New Deal si rifà al New Deal americano di roosveltiana memoria. Ovvero all’insieme di riforme economiche e sociali promosse tra il 1933 e il 1937 dall’allora presidente degli Stati Uniti per risollevare il paese dalla Grande Depressione del ‘29. Il Green New Deal guarda invece al nostro futuro, guarda al piano di azioni e programmazioni che sono necessarie per azzerare le emissioni di CO2 entro il 2030 e contenere il riscaldamento globale nei limiti sicuri per l’uomo.

In Italia, abbiamo una situazione politica spesso molto instabile e questo è il primo scoglio, almeno teorico, alla realizzazione di un piano verde. L'avvicendarsi frenetico di governi diversi implica spesso un’azione politica basata sul breve periodo, soprattutto su provvedimenti che riportino ad un consenso elettorale immediato. La materia ambientale, per essere affrontata efficacemente, richiede invece lo sviluppo di provvedimenti i cui benefici, per tutti, sono solo sul lungo periodo, ben oltre i tempi di una sola tornata elettorale. Spesso sono anche scelte impopolari che mirano a cambi di abitudini radicali e quindi più a rischio di contestazione. Presupposti poco graditi alla classe politica attuale.

Robert Pollin, economista e professore statunitense, che nel 2015 ha collaborato con gli spagnoli di Podemos per un nuovo piano nazionale di impiego delle energie rinnovabili, ci offre degli spunti interessanti. Secondo Pollin il concetto di PIL, mero indice economico, risulta ormai inadeguato perché non contempla in sé i costi umani e ambientali delle storture dei mercati odierni (lavoro nero, inquinamento, discriminazione di genere) e in più non dice nulla della distribuzione delle ricchezze. Da qui, al fine di slegare il consumo di energia e la dipendenza delle attività economiche dalle fonti fossili degli stati, la sua proposta è quella di destinare, in un programma globale, una quota tra l'1,5 e il 2% del PIL mondiale ogni anno per elevare gli standard di efficienza energetica degli stati ed espandere l'approvvigionamento da fonti rinnovabili. Nel 2016 questo investimento è arrivato solo allo 0,4% del PIL globale.
Dai suoi studi effettuati su un campione di stati a vari livelli di sviluppo, composto da Brasile, Cina, Germania, India, Indonesia, Puerto Rico, Sud Africa, Corea del Sud, Spagna e Stati Uniti emerge un incremento medio tra il 75% (Brasile) ed il 350% (Indonesia) di nuovi posti di lavoro a seguito di investimenti in energie pulite.

Per pianificare, governare e orientare scenari simili, l'intervento dello Stato e della Banca Centrale Europea, coadiuvati da enti o agenzie ad hoc, è fondamentale per assumersi anche i rischi sul lungo periodo. Non basta l'ambientalismo di facciata o la rappresentanza di qualche gruppo politico verde, occorrono una visione d'insieme e una volontà politica più ampie con attori e responsabilità predefiniti. La proposta di Gasperin per società come Enel ed Eni, partecipate dello Stato che producono energia, è quella di impegnarsi a diventare produttrici di energia al 100% rinnovabile, seguendo l’esempio di Danimarca e Norvegia.

Per trovare le risorse necessarie non basta il lento principio giuridico del "chi inquina paga" (in mano alle tempistiche dei tribunali e localizzabili solo dove ci sono già stati dei danni ambientali accertati), oltre agli investimenti diretti degli stati occorrono anche dei prelievi maggiori laddove si sono concentrate maggiormente le ricchezze fino ad oggi, ovvero una "patrimoniale verde".

Il capitalismo e la società odierna ci hanno sempre spinto lungo il binario della crescita continua, della ricerca costante del profitto e del benessere economico con il mito dei mercati che riescono a trovare gli equilibri da soli. Abbiamo già visto, con le crisi dell’ultimo decennio, che a livello economico non era proprio così. Negli ultimi anni il pericoloso limite raggiunto ce lo sta mostrando in tutta la sua catastroficità anche il nostro pianeta Terra, senza mezze misure.
Ivan Illich, scrittore, storico e filosofo austriaco, ci racconta la storia della lumaca che costruisce il suo guscio con spirali concentriche ma arriva ad un punto in cui si ferma bruscamente, una sola altra spira aumenterebbe di 16 volte il peso della sua casa e diventerebbe insostenibile. I problemi della crescita si moltiplicherebbero geometricamente ma la capacità biologica della lumaca sarebbe sempre la stessa.

La sfida del Green New Deal potrebbe essere la ricetta giusta per superare sostenibilmente il punto di non ritorno a cui è arrivato il nostro ecosistema. Spetta a questo nuovo governo dimostrare di avere il coraggio e la volontà di portare avanti le sue promesse. E' compito di noi cittadini pretenderlo.

Note: Rapporto Ipcc sul cambiamento climatico - https://www.ipcc.ch/sr15/

https://jacobinitalia.it/cosa-serve-per-un-green-new-deal/

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