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Un libro fondamentale

"Il secolo biotech"

Jeremy Rifkin, Il secolo biotech. Il commercio genetico e l'inizio di una nuova era Baldini & Castoldi 2000 pp.380 - euro 8,27
La nuova scienza genetica, che sta emergendo dagli asettici laboratori dei paesi industrializzati, solleva domande inquietanti.
13 giugno 2004 - Eduardo Zarelli


Jeremy Rifkin è indubbiamente uno dei divulgatori ecologisti più noti. I suoi libri hanno una diffusione internazionale che ha coinvolto anche l'Italia, dove sono stati tradotti:

* Dichiarazioni di un eretico,
* Entropia,
* Algenia,
* Guerre del tempo,
* La fine del lavoro,

e quest'ultimo: Il secolo biotech.
La caratteristica che accomuna tutti questi saggi, pietre miliari per l'informazione ecologista degli ultimi due decenni, è una grossa capacità comunicativa che riesce a sintetizzare problemi epocali nella loro duplice rilevanza tecno-scientifica e filosofica.

L'oggetto dell'ultima fatica di Rifkin è la manipolazione genetica e, senza ombra di dubbio, la capacità raggiunta dalla ricerca scientifica, unita all'applicazione tecnologica, in questo ambito, apre degli scenari di portata inusitata per il destino dell'umanità.
La nuova scienza genetica, che sta emergendo dagli asettici laboratori dei paesi industrializzati, solleva domande inquietanti. Riprogrammare i codici genetici della vita -ad esempio- non rischia di interrompere milioni di anni di sviluppo evolutivo? E la creazione artificiale della vita, non implica la fine del mondo naturale? Non sussiste il rischio di diventare alieni in un mondo popolato da creature clonate, chimeriche e transgeniche?
La creazione, la produzione di massa e il rilascio su vasta scala nell'ambiente naturale di migliaia di forme di vita manipolate geneticamente non causeranno un danno irreversibile alla biosfera, facendo dell'inquinamento genetico una minaccia per il pianeta ancora più grave e imprevedibile dell'inquinamento nucleare e chimico? Che conseguenze avrebbe ridurre la varietà genetica del mondo naturale allo stato di proprietà intellettuale brevettata sotto il controllo commerciale di voraci multinazionali? Che influsso avrà sulle convinzioni comuni più profonde la prassi di brevettare la vita? Che cosa significherà essere uomini in un mondo dove i bambini vengono progettati geneticamente e alterati in utero, naturale o artificiale, e dove le persone vengono identificate, stereotipate e discriminate in base al loro genotipo?

Bene, sappiate che tutto ciò non è la quarta di copertina di un intrigante romanzo di fantascienza, ma è il potenziale, in parte già in atto, del livello raggiunto dalla civiltà industriale nella manipolazione della vita naturale. Il matrimonio fra computer e genetica, negli ultimi dieci anni, è uno degli avvenimenti dominanti della nostra era e promette di apportare trasformazioni radicali più di qualsiasi rivoluzione tecnologica della nostra storia.
Qualche zelante studioso di storia potrebbe argomentare che gli esseri umani hanno cercato di "manipolare" il mondo biologico fin dalle prime forme di agricoltura nei primordi del neolitico ma, se la motivazione che sta dietro l'ingegneria genetica è, in un certo senso, remota, la tecnologia rappresenta qualcosa di qualitativamente nuovo e originario. Per più di dieci millenni l'umanità ha addomesticato, generato, incrociato animali e piante ma, nella lunga storia di queste pratiche ci si è limitati ai vincoli naturali posti dai confini di specie. Gli animali ibridi (ad esempio i muli) sono solitamente sterili, e gli ibridi delle piante non tramandano tutti i propri tratti. L'ingegneria genetica supera le costrizioni imposte dalla natura e, oltrepassando la specie, interviene direttamente sui geni con implicazioni semplicemente imprevedibili. Le nuove tecnologie consentono di ridurre ogni forma di vita a materiale chimico manipolabile deformando i concetti di natura e le nostre relazioni con essa.

Con l'inedita capacità di identificare, immagazzinare e manipolare il programma chimico degli organismi viventi si realizza l'incubo prometeico più recondito del "progresso": divenire gli ingegneri della vita stessa. Riprogrammare i codici genetici degli organismi viventi soddisfa i desideri e i bisogni sociali ed economici celebrando il divorzio più irreversibile tra la cultura e la natura. Siamo di fronte ad una seconda genesi, sintetica, rispondente ai requisiti dell'efficienza produttiva e la competizione scientifico-commerciale.
L'ingegneria genetica rappresenta lo "strumento finale" di una concezione strumentale e utilitaristica della tecnologia. Estende i poteri dell'umanità sopra le forze della natura come nessun'altra tecnologia ha mai fatto precedentemente nella storia, forse con la sola eccezione dell'energia atomica, che può essere considerata l'estrema espressione dell'era della pirotecnologia.
Ora, spostandoci da un rapporto pirotecnologico con la natura a un rapporto biotecnologico con la stessa, emerge una nuova metafora concettuale coniata da Rifkin. Parafrasando l'alchimia, avremo l'algenia che caratterizzerà l'era biotech.
Un algenista non considera il mondo vivente come dato, ma una realtà in potenza. A questo riguardo, l'algenista non pensa a un organismo come a una entità distinta e separata, ma piuttosto come a una serie di rapporti transitori posti in un contesto antropocentrico in movimento, pronto a diventare altro. Per l'algenista, forzando la divisione cellulare che, non a caso, limita l'interscambio con l'esterno alla sua sopravvivenza, i confini di specie sono semplici etichette biologiche di ingredienti atti a mescolarsi per l'esito strumentale dell'uomo. Lo scopo finale dell'algenista, taumaturgo del DNA, è quello di costruire l'organismo perfetto, lo "stato aureo" dell'efficienza artificiale quale strumento della società del divenire.

I nuovi strumenti dell'ingegneria genetica sono implicitamente degli strumenti eugenetici. Ogniqualvolta il DNA ricombinante, la fusione cellulare e altre tecniche similari vengono usate per "migliorare" i tratti genetici di un microbo, di una pianta, di un animale o di un essere umano, sorge una considerazione eugenetica nel processo stesso. Nei laboratori di buona parte del mondo, i biologi molecolari operano scelte quotidiane a proposito di quale gene alterare, inserire o eliminare dal codice genetico di varie specie. Tutte queste sono decisioni eugenetiche emancipatesi nichilisticamente da qualsivoglia considerazione etica o morale. Ogni volta che viene realizzato un mutamento genetico di questo tipo, gli scienziati, le multinazionali o lo Stato stanno implicitamente, se non esplicitamente, prendendo decisioni su quali siano i "geni sbagliati" che devono essere alterati o eliminati e i "geni giusti" da inserire o preservare. Questo è esattamente il concetto base dell'eugenetica: l'ingegneria genetica è una tecnica pensata al fine di migliorare il patrimonio genetico degli organismi per mezzo della manipolazione del loro codice genetico.

Al posto degli slogan sulla purezza razziale, i nuovi eugenisti parlano più pragmaticamente di un'economia più efficiente e di una migliore e confortevole qualità della vita. In realtà è solo un adattamento culturale del medesimo presupposto positivista che animava la "vecchia" eugenetica totalitaria. La nuova eugenetica è presentata ai nostri occhi non come una sinistra possibilità, ma come un dono sociale ed economico, trovando sostegno potentissimo nelle forze di mercato e nelle "necessita" dei consumatori,.

Nel corso della storia le forme del potere hanno sempre tentato di vincolare il futuro degli altri, spesso riuscendoci. Oggi però, potremmo essere vicini all'esercizio del potere nella sua forma più perfetta: controllare le vite future di generazioni non ancora nate, manipolando i loro processi biologici, rendendole ostaggio del "progetto" delle loro vite, di cui non sono gli autori.
Il secolo della biotecnologia promette di completare il viaggio iniziato da Francis Bacon e compagni grazie al "perfezionamento" sia della natura dell'uomo, sia della natura in generale, in nome del "progresso".. Chi avrebbe il coraggio di opporsi alla manipolazione genetica delle piante e degli animali per nutrire un mondo affamato? Chi obietterebbe alla manipolazione delle nuove forme di energia biologica per rimpiazzare la diminuzione delle riserve di combustibili fossili? Chi protesterebbe contro l'introduzione di nuovi microbi per eliminare le scorie tossiche e le altre forme di inquinamento chimico? Chi rifiuterebbe degli interventi genetici per eliminare malattie invalidanti?
In questo contesto sembra intuitivo affermare che la rivoluzione biotecnologica inciderà sostanzialmente sulle forme dell'economia e della società mondiale, ma non di meno avrà un impatto ugualmente significativo sull'ambiente della Terra. A tale proposito non è esagerato supporre che le biotecnologie inaugurano il più radicale esperimento mai effettuato sulle forme di vita terrestri e sugli ecosistemi. Rifkin ci aiuta a immaginare cosa implica il trasferimento di geni tra specie viventi senza alcuna affinità fra loro o addirittura attraverso i confini della biologia (piante, animali ed esseri umani) che creano centinaia di forme di vita totalmente nuove ottenute in un istante rispetto ai tempi lentissimi dell'evoluzione. E quindi, la propagazione dei cloni, la produzione di massa di un numero illimitato di repliche, la loro liberazione nella biosfera che permette loro di propagarsi, mutarsi, proliferare e migrare colonizzando la terra, l'acqua e l'aria.

Sono le fondamenta di una torre di Babele biologica che si innalza a diffondere il caos nell'intero mondo biologico, sommergendo l'antico linguaggio emanazionistico dell'evoluzione.
L'inquinamento genetico sta già muovendo i primi passi e sembra pronto a diffondersi nel prossimo secolo, distruggendo gli habitat, destabilizzando gli ecosistemi e diminuendo le ultime riserve di varietà biologiche sul pianeta. Questa nuovissima forma d'inquinamento crea rischi imprevedibili per molte specie vegetali ed animali, uomo compreso. Provate solo a moltiplicare esponenzialmente l'episodio del così detto morbo della "mucca pazza" -predisposto da un'alimentazione carnivora contro natura dei bovini- per capacitarvi dello strapuntino ecologico su cui siamo relegati. Il potere di trasformare, ricostruire e sfruttare la natura seguendo queste nuove strade garantisce una sola cosa: la rivoluzione biotecnologica lascerà sull'ambiente la sua inconfondibile impronta digitalizzata al computer.

L'unione delle scienze dell'informazione con le scienze della vita -in altre parole dei computer con i geni- in una singola rivoluzione tecnologica e commerciale, è il vero inizio della nuova era biotech.
Il computer organizza le comunicazioni in un modo originario che lo rende strumento ideale per gestire i flussi dinamici e i processi interattivi che costituiscono il mondo fluido dei geni, delle cellule, degli organi e degli ecosistemi. Il modo in cui il computer è organizzato, specialmente le reti complesse, rispecchia i processi dei sistemi viventi, dove ognuna delle parti è un nodo di una rete dinamica di relazioni che continuamente perfeziona se stessa a ogni livello della sua esistenza, conservando una presenza vivente. Per un esperto di cibernetica, il feedback (cioè la retroazione) e l'elaborazione delle informazioni, servono da descrizione scientifica onnicomprensiva di come gli organismi anticipano e di come rispondono ai cambiamenti delle condizioni nel tempo. Un organismo vivente non è più considerato come una forma permanente, ma piuttosto come una rete di attività. Con questa nuova definizione della vita, la filosofia del divenire sostituisce quella dell'essere e, la vita e la mente, diventano ostaggio della nozione di "elaborazione" del cambiamento.

Rifkin ci avverte che ci stanno raccontando nuovamente la Creazione, solo che, questa volta, ci viene data un'immagine della natura tramite il computer, usando il linguaggio della fisica, della chimica, della matematica e delle scienze dell'informazione.
Con gli organismi viventi, esattamente come con i computer, il potere dell'informazione e i limiti di tempo diventano le considerazioni principali. Ogni successiva generazione della crescente catena dell'evoluzione, proprio come ogni nuova generazione di computer, è più complessa e più abile nell'elaborare crescenti quantità di informazioni in periodi di tempo più brevi. Riducendo la struttura alla sua funzione, e la funzione a un flusso di informazioni, la nuova cosmologia non percepisce più le cose viventi come uccelli e api, volpi e galline, peschi e mandorli, ma come grovigli di informazioni genetiche. Tutti gli esseri vengono prosciugati della loro sostanza e trasformati in messaggi astratti. La vita diventa un codice da decifrare e, come potrebbe ogni cosa vivente essere considerata sacra quando è solo un modo di organizzare le informazioni?

Esiste una via alternativa a tutto questo?
La questione può essere affrontata solo se si supera la dicotomia strumentale tra favorevoli o contrari alla scienza e alla tecnologia. Piuttosto, bisogna fare uno sforzo di approfondimento e chiedersi quale tipo di scienza e tecnologia può accompagnare il nuovo millennio.

Il secolo della biotecnologia esautorerà giocoforza il riduzionismo positivista, caratterizzato dalla sequenzialità sincronica e dalla stretta causalità. A quel punto sarà possibile l'affermarsi di nuovi paradigmi interpretativi filosofico-scientifici ed epistemologici. Già da ora si pensa in termini di sistemi autoregolati, di omeostasi; la biologia più attenta parla di "processo" più che di "costruzione" e vede il gene, l'organismo, l'ecosistema e la biosfera come un "organismo superintegrato", in cui la salute di ogni parte dipende dal benessere dell'intero sistema.

Le scienze analogiche unite alle interpretazioni olistiche della realtà stanno aumentando in importanza e levatura, proiettando nei più vasti campi una immagine della natura come ragnatela priva di giunture fatta di miriadi di rapporti simbiotici e di interdipendenze, tutti incastrati in più grandi comunità biotiche che insieme formano un singolo organismo vivente, la biosfera.
La cultura ecologica più profonda può sollecitare un "grande mutamento" di prospettive e favorire forme appropriate e consapevoli di tecnologia impostate sulla relazione piuttosto che sulla dominazione, basandosi sulla biodiversità e il mantenimento dei legami di comunità.

 

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