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    Amazzonia, il polmone della Terra

    Incendi dolosi, deforestazioni e agricoltura intensiva la stanno sconvolgendo
    14 agosto 2004
    Fonte: www.bresciaoggi.it
    8.08.04

    Oltre metà della foresta amazzonica potrà diventare una savana brulla entro vent’anni, se l’effetto serra e gli incendi continueranno a minare il clima dell’Amazzonia.
    L’allarme è stato lanciato da vari scienziati a Brasilia in apertura della terza Conferenza internazionale sull’LBA, l’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera dell’Amazzonia, al quale partecipano 800 scienziati di tutto il mondo. L’LBA è considerato il maggior progetto mondiale di cooperazione scientifica in tema di ecologia e ambiente, e coinvolge oltre mille studiosi sul tema della preservazione dell’ecosistema amazzonico.
    Secondo Carlos Nobre, coordinatore scientifico del progetto, se i danni al clima fossero limitati al solo effetto serra, il riscaldamento e la siccità colpirebbero un terzo della superficie attuale della foresta, e con tempi più lunghi, intorno ai cinquant’anni. Ai ritmi attuali invece, sommando l’effetto devastante degli incendi da disboscamento, tra il 50 e il 60 per cento della foresta è a rischio, con una trasformazione progressiva in «cerrado», la macchia di vegetazione bassa che copre già parte del Brasile centrale
    .
    Al momento attuale, almeno il 15 per cento della superficie della foresta sta diventando sempre più arido e brullo, con temperature medie superiori di tre o quattro gradi a quelle registrate 40 anni fa. «Siamo già ad un punto senza ritorno», ha commentato Nobre. Secondo gli studi dell’LBA presentati ieri, uno degli effetti più gravi degli incendi - a parte la distruzione fisica della foresta e del suolo - è la dispersione di particelle solide nocive nell’atmosfera, che alterano gravemente la microstruttura delle nuvole. Oltre a ridurre la quantità di luce solare che arriva alla superficie terrestre, gli aerosol impediscono la formazione di pioggia perchè riducono la massa delle gocce d’acqua, che non riescono a condensarsi e cadere come precipitazione, e allo stesso tempo impediscono alla nuvola di dissolversi in pioggia ed evaporare, creando una coltre perenne che aumenta il calore e l’effetto serra.

    In apertura della conferenza, il ministro brasiliano dell’Ambiente, Marina Silva, ex-militante ambientalista, ha fatto il mea culpa del governo Lula, ammettendo «l’imbarazzo etico» per le quantità di incendi in Amazzonia, che il governo non riesce a diminuire.
    «Sembra incredibile che con tutto il nostro e il mio impegno personale, e con tutta la tecnologia che abbiamo al servizio, non riusciamo a risolvere i problemi ambientali più urgenti», ha detto Silva. Unica notizia positiva emersa dal primo giorno di conferenza, la conferma scientifica che la foresta amazzonica continua a funzionare egregiamente nell’assorbimento dell’anidride carbonica, al ritmo medio di mezza tonnellata all’ettaro all’anno, finchè dura.
    A causa dell’effetto serra, l’Amazzonia soffre attualmente della «sindrome di James Dean», che la fa vivere sempre più rapidamente e morire prima, ancor giovane.
    Lo ha affermato lo scienziato inglese Yadvinder Malhi, dell’università di Oxford, in una conferenza a Brasilia nel quadro della terza Conferenza internazionale sull’LBA, iniziali in inglese dell’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera dell’Amazzonia, al quale partecipano 800 scienziati di tutto il mondo.
    L’LBA è considerato il maggior progetto mondiale di cooperazione scientifica in tema di ecologia e ambiente, e coinvolge oltre mille studiosi sul tema della preservazione dell’ecosistema amazzonico.
    Rispetto al 1975, ha detto Malhi, si è verificata un’accelerazione dell’ordine del 15 per cento nella crescita delle piante e del loro ciclo vitale. La cosiddetta «residenza del carbonio»nel suolo della foresta, uno dei criteri chiave per la durata di vita delle piante, è passato da 70 a 30 anni nel giro degli ultimi venticinque anni.

    L’eccesso di anidride carbonica, dovuto ai resti di combustibili fossili presenti nell’atmosfera a causa del consumo umano, «fertilizza» le piante, aumentando la fotosintesi e la disponibilità di nutrienti nel suolo e accelerando la crescita vegetale in un modo ancora peraltro poco chiaro, ha spiegato lo studioso, che ha esaminato con la sua equipe un centinaio di località già studiate nel 1975 tra l’estuario dell’Amazzoni all’alta foresta del Perù e dell’Ecuador. Nell’Alta Amazzonia, dove il suolo è più ricco e l’effetto dell’inquinamento minore, le modificazioni sono state risentite in maniera minore dalla foresta. Una delle conguenze collaterali della «sindrome» è la crescita spropositata delle liane, che in molti casi contribuiscono anch’esse alla morte rapida degli alberi.
    Ruspe e allarmi in Amazzonia vanno di pari passo da qualche tempo.
    Gli alberi vengono abbattuti a ritmo frenetico, spariscono lembi di foresta, e il riscaldamento della Terra aumenta. La 'civilizzazione'-devastazione-sfruttamento della foresta tropicale si accompagnano agli sos lanciati a più riprese dalla comunità scientifica sui rischi climatici e ambientali che distruggere l'Amazzonia porta con sé.
    Non solo per il Brasile, ma per l'intera comunità mondiale.

    L'ultima battaglia dei ricercatori e degli scienziati è contro «Advance Brazil», il piano di sviluppo lanciato un anno e mezzo fa dal governo brasiliano del presidente Cardoso, che con un impegno di 40 miliardi di dollari in sette anni prevede tra l'altro una serie di interventi 'pesanti' proprio nel cuore della foresta: La costruzione di strade, autostrade, oleodotti, la realizzazione di ranch e impianti idroelettrici, lo scavo di nuove miniere, la trivellazione del terreno in cerca di petrolio, con i necessari, massicci spostamenti di lavoratori e popolazione verso e oltre i confini


    dell'Amazzonia dalle zone più povere del paese: uno scenario apocalittico a giudizio degli ecologisti, che spaventa gli scienziati di tutto il mondo.
       

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