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Amazzonia, il polmone della Terra

Incendi dolosi, deforestazioni e agricoltura intensiva la stanno sconvolgendo
14 agosto 2004
Fonte: www.bresciaoggi.it
8.08.04

Oltre metà della foresta amazzonica potrà diventare una savana brulla entro vent’anni, se l’effetto serra e gli incendi continueranno a minare il clima dell’Amazzonia.
L’allarme è stato lanciato da vari scienziati a Brasilia in apertura della terza Conferenza internazionale sull’LBA, l’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera dell’Amazzonia, al quale partecipano 800 scienziati di tutto il mondo. L’LBA è considerato il maggior progetto mondiale di cooperazione scientifica in tema di ecologia e ambiente, e coinvolge oltre mille studiosi sul tema della preservazione dell’ecosistema amazzonico.
Secondo Carlos Nobre, coordinatore scientifico del progetto, se i danni al clima fossero limitati al solo effetto serra, il riscaldamento e la siccità colpirebbero un terzo della superficie attuale della foresta, e con tempi più lunghi, intorno ai cinquant’anni. Ai ritmi attuali invece, sommando l’effetto devastante degli incendi da disboscamento, tra il 50 e il 60 per cento della foresta è a rischio, con una trasformazione progressiva in «cerrado», la macchia di vegetazione bassa che copre già parte del Brasile centrale
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Al momento attuale, almeno il 15 per cento della superficie della foresta sta diventando sempre più arido e brullo, con temperature medie superiori di tre o quattro gradi a quelle registrate 40 anni fa. «Siamo già ad un punto senza ritorno», ha commentato Nobre. Secondo gli studi dell’LBA presentati ieri, uno degli effetti più gravi degli incendi - a parte la distruzione fisica della foresta e del suolo - è la dispersione di particelle solide nocive nell’atmosfera, che alterano gravemente la microstruttura delle nuvole. Oltre a ridurre la quantità di luce solare che arriva alla superficie terrestre, gli aerosol impediscono la formazione di pioggia perchè riducono la massa delle gocce d’acqua, che non riescono a condensarsi e cadere come precipitazione, e allo stesso tempo impediscono alla nuvola di dissolversi in pioggia ed evaporare, creando una coltre perenne che aumenta il calore e l’effetto serra.

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Le piantagioni hanno già raggiunto il Rio delle Amazzoni Iniziativa del ministro dell’Ambiente Marina Da Silva che traccia un confine netto tra le zone utilizzabili e quelle da lasciare intatte

Un decreto «salva Amazzonia» è stato varato dal ministro dell’Ambiente brasiliano, Marina Silva, per cercare di fermare l’avanzata delle coltivazioni di soia già arrivate al Rio delle Amazzoni.
Alla base del provvedimento d’urgenza vi è una nuova mappa ambientale della foresta amazzonica presentata due settimane fa dall’Ibge, massimo istituto di statistica brasiliano.
In essa è tracciata la frontiera netta e definiva fra ’’cerrado’’ (savana arborizzata coltivabile) e foresta amazzonica propriamente detta. Nel bioma amazzonico vigeranno severe restrizioni alle coltivazioni e all’allevamento.
Il taglio della foresta verrà permesso al massimo solo per il 20 per cento di ogni proprietà.
Nella zona a cerrado si arriva gia’ per legge sino al 50 per cento.
La nuova legge ambientale è interpretata in Brasile come la grande rivolta di Marina Silva allo strapotere del ministro dell’agricoltura Roberto Rodrigues che, sbandierando la nuova leadership mondiale brasiliana nella produzione di soia, che supera per la prima volta gli Stati Uniti, è stato fra i fiori all’occhiello del recentissimo viaggio del presidente Luiz Inacio Lula da Silva in Cina.
«Sappiamo che è una decisione ultrapolemica - ha ammesso il responsabile forestale del ministero dell’ambiente di Brasilia, Tasso de Azevedo - Ma tutto quello che l’Ibge ha classificato come Amazzonia sarà protetto come Amazzonia.»
A fare maggiormente le spese di questa ecologica novità sarà il Mato Grosso, trasformato nell’Eldorado della soia dal suo governatore, Blairo Maggi, maggior produttore di soia del pianeta. L’oriundo bresciano ha rivoluzionato il panorama dell’agro-business sudamericano creando tre terminal portuali per la soia sul Rio delle Amazzoni: adesso quanto più le piantagioni si avvicineranno al cuore dell’Amazzonia, quanto meno i produttori pagheranno di trasporto.
Un’inedita situazione che nel giro di due anni ha provocato un’avanzata senza precedenti della frontiera agricola a danno della foresta.
Il governo Lula ha dato segnali di insofferenza in relazione alle critiche crescenti che stanno piovendo dai maggiori mass media mondiali (leggi fra gli altri New York Times ed Economist) sulla politica ambientale del presidente-operaio.
Ma l’impennata di orgoglio della Silva, sinora imbavagliata dagli scarsissimi fondi concessi al suo dipartimento, sembra ora dare fondamento ai crescenti allarmi delle Ong ecologiste internazionali.
La figlia di ’’seringueiros’’ (raccoglitori di caucciù), che ha imparato a leggere e a scrivere a 16 anni, considerata un’eroina della lotta ambientale a livello mondiale, è arrivata persino a piangere pubblicamente di fronte alla priorità che Lula sembra aver concesso al business agricolo rispetto alla natura. Il fronte dei ’’sojeiros’’, i grandi coltivatori di soia, si è già messo in moto per respingere ad ogni costo la bastonata in arrivo. ’
«Il Mato Grosso è visto ormai come una regione che depreda l’ambiente naturale, e noi come banditi - si lamenta Amadeu Rampazzo, responsabile agricolo di Sinop, città situata proprio sulla frontiera nord della soia, fra Mato Grosso e Para - Ma non è vero. Si dimenticano sempre che è l’agricoltura quella che stabilizza in questo momento la bilancia commerciale del Brasile.»
Gli interessi di un paese in cronica emergenza economica e quelli della lotta per la sopravvivenza della maggior area verde del mondo si scontrano nei palazzi ministeriali disegnati negli anni Sessanta da Oscar Niemeyer per la nuova futurista capitale, strategicamente spostata da Rio verso l’Amazzonia.
«Non so chi vincerà - è il parere di Dalambert Jaccoud, dirigente brasiliano del World Wildlife Fund (WWF) - Speriamo che le forti piogge della regione fermino la soia rendendo impossibile la sua coltivazione. Ma i sojeiros stanno già piantando in Roraima, ai confini amazzonici col Venezuela, dopo aver elaborato tecnologie che permettono l’adattamento delle sementi dal sud del Brasile al piu’ caldo cerrado dell’estremo nord. E’ solo questione di tempo, e troveranno la maniera di piantare soia anche nel cuore della foresta.»
Ad appoggiare indirettamente la Silva nel suo alt alla distruzione saranno anche i contadini "sem terra" che nella contestazione di un agro-business che dà soldi e lavoro a pochi hanno impostato la loro nuova strategia di lot

In apertura della conferenza, il ministro brasiliano dell’Ambiente, Marina Silva, ex-militante ambientalista, ha fatto il mea culpa del governo Lula, ammettendo «l’imbarazzo etico» per le quantità di incendi in Amazzonia, che il governo non riesce a diminuire.
«Sembra incredibile che con tutto il nostro e il mio impegno personale, e con tutta la tecnologia che abbiamo al servizio, non riusciamo a risolvere i problemi ambientali più urgenti», ha detto Silva. Unica notizia positiva emersa dal primo giorno di conferenza, la conferma scientifica che la foresta amazzonica continua a funzionare egregiamente nell’assorbimento dell’anidride carbonica, al ritmo medio di mezza tonnellata all’ettaro all’anno, finchè dura.
A causa dell’effetto serra, l’Amazzonia soffre attualmente della «sindrome di James Dean», che la fa vivere sempre più rapidamente e morire prima, ancor giovane.
Lo ha affermato lo scienziato inglese Yadvinder Malhi, dell’università di Oxford, in una conferenza a Brasilia nel quadro della terza Conferenza internazionale sull’LBA, iniziali in inglese dell’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera dell’Amazzonia, al quale partecipano 800 scienziati di tutto il mondo.
L’LBA è considerato il maggior progetto mondiale di cooperazione scientifica in tema di ecologia e ambiente, e coinvolge oltre mille studiosi sul tema della preservazione dell’ecosistema amazzonico.
Rispetto al 1975, ha detto Malhi, si è verificata un’accelerazione dell’ordine del 15 per cento nella crescita delle piante e del loro ciclo vitale. La cosiddetta «residenza del carbonio»nel suolo della foresta, uno dei criteri chiave per la durata di vita delle piante, è passato da 70 a 30 anni nel giro degli ultimi venticinque anni.

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E se l’Amazzonia, invece di essere il grande «polmone verde» del pianeta Terra di cui si è tanto parlato, contribuisse pesantemente al peggioramento dell’«effetto serra»? È un’ipotesi che non si può più scartare. Recentissimi studi hanno dimostrato che gli incendi dolosi nel Paese rappresentano tra le maggiori emissioni di anidride carbonica al mondo. Nel 2003 il disboscamento dell’Amazzonia, con i suoi ventimila incendi, ha contribuito con 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’inquinamento globale. È questa la conclusione riportata dall’«Inventario brasiliano delle emissioni di gas dell’effetto serra», realizzato per il governo di Brasilia da scienziati di due università brasiliane e dell’Istituto delle ricerche spaziali (Inpe).
«Il Brasile oggi è di sicuro tra i dieci paesi più inquinanti del mondo, a causa del disboscamento», ha dichiarato il metereologo dell’Inpe, Carlos Nobre, uno degli autori della ricerca. Per emissioni di anidride carbonica, il Brasile ha superato Canadà e Italia tra i Paesi industrializzati. Gli Usa, con una superficie di poco inferiore al Brasile, sono i maggiori inquinatori con l’emissione di 5,75 miliardi di tonnellate di gas nocivi all’anno, undici volte la quantità del Brasile.
«In realtà finora il nostro Paese non era considerato un inquinatore, o anzi si considerava l’Amazzonia il polmone del mondo, solo perché si prendevano in considerazione le emissioni di industrie e veicoli, ma da quando abbiamo cominciato a studiare anche gli incendi, ci siamo resi conto che producono una quantità assurda di inquinamento atmosferico». Secondo lo studio ogni ettaro di foresta bruciato significa 69 tonnellate di gas, in particolare CO2 nell’atmosfera. Ci sono quindi periodi in cui l’Amazzonia lancia nell’atmosfera 10 o 20 mila tonnellate di anidride carbonica al giorno. «Tutti gli incendi in Amazzonia non rappresentano comunque più del 3 per cento delle emissioni mondiali, che arrivano a 7 miliardi di tonnellate», ha minimizzato il governo. «E l’Amazzonia perlomeno emette anche ossigeno».

L’eccesso di anidride carbonica, dovuto ai resti di combustibili fossili presenti nell’atmosfera a causa del consumo umano, «fertilizza» le piante, aumentando la fotosintesi e la disponibilità di nutrienti nel suolo e accelerando la crescita vegetale in un modo ancora peraltro poco chiaro, ha spiegato lo studioso, che ha esaminato con la sua equipe un centinaio di località già studiate nel 1975 tra l’estuario dell’Amazzoni all’alta foresta del Perù e dell’Ecuador. Nell’Alta Amazzonia, dove il suolo è più ricco e l’effetto dell’inquinamento minore, le modificazioni sono state risentite in maniera minore dalla foresta. Una delle conguenze collaterali della «sindrome» è la crescita spropositata delle liane, che in molti casi contribuiscono anch’esse alla morte rapida degli alberi.
Ruspe e allarmi in Amazzonia vanno di pari passo da qualche tempo.
Gli alberi vengono abbattuti a ritmo frenetico, spariscono lembi di foresta, e il riscaldamento della Terra aumenta. La 'civilizzazione'-devastazione-sfruttamento della foresta tropicale si accompagnano agli sos lanciati a più riprese dalla comunità scientifica sui rischi climatici e ambientali che distruggere l'Amazzonia porta con sé.
Non solo per il Brasile, ma per l'intera comunità mondiale.

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Circa 400 etnie indigene abitano ancora nell’Amazzonia Sudamericana, con una ricchezza di linguaggi, culture proprie e biodiversità inaccessibili e irriconoscibili da una grande percentuale di società occidentali Un «pianeta» a parte, quasi intonso sino agli anni Settanta, rischia l’annullamento Non pochi esperti ritengono che il punto di non ritorno sia già stato superato

Circa 400 popoli indigeni abitano ancora nell'ecosistema dell'Amazzonia Sudamericana, con una ricchezza di linguaggi, culture proprie e biodiversità inaccessibili e irriconoscibili da una grande percentuale di società non indigene. Ciò nonostante, il collasso ecologico di questo complesso habitat, secondo le previsioni, subisce un implacabile attacco paragonabile a un processo di neocolonizzazione. Ogni anno si ritiene sia "il più alto" nel fenomeno della deforestazione: nel 1990, 11 mila chilometri quadrati vennero distrutti, sei anni dopo la distruzione salì ha 18 mila chilometri quadrati. Secondo Nigel Sizer del WRI (World Resources Institute) il Brasile riuscì a ridurre la deforestazione da 21 mila chilometri quadrati nel 1980 a 11 mila chilometri quadrati nel 1990, grazie al contributo di 250 milioni di dollari assegnatoli dal Gruppo dei 7, per ridurre il collasso ecologico. Se tale contributo fosse garantito annualmente, almeno 64 mila chilometri quadrati verrebbero preservati per i popoli indigeni. Ma per limitare il collasso dell'Amazzonia non sono sufficienti gli investimenti che privilegino un solo paese: occorre considerare questo ecosistema in tutta la sua variata complessità, anche esistenziale delle popolazioni native. La perdita dei territori da parte dei popoli indigeni in Brasile è tale che nel 1995 tra i Kaiowá (un sottogruppo Guaraní) si registrarono cifre elevate di suicidi presumibilmente dovuti alla perdita di terre, che dal 1945 si erano ridotte da 402.325 chilometri quadrati ad appena 276 chilometri quadrati. Esistono circa 25.000 Kaiowá, di cui oggi circa 6.000 vivono in soli 25 ettari. Processi simili di espropriazione della terra per deforestazione avvengono anche nei paesi confinanti della conca amazzonica: le tre Guyane, il Venezuela, la Colombia, Il Perù, l'Ecuador e la Bolivia.
Nel Venezuela esistono 28 popoli indigeni e circa 19 nazioni indigene affiliate all'ORPIA (Organizzazione Regionale dei Popoli Indigeni dell'Amazzonia, fondata nel 1993). Il governo venezuelano del presidente Hugo Rafael Chavez persiste nell'eseguire il decreto 1850 di "Ordinamento e Regolamento dell'uso della Riserva Forestale Imataca" che prevede l'estensione dell'elettricità nello stato amazzonico del Bolivar, dopo la divisione politico territoriale dell'Amazzonia. Ma i popoli indigeni Pemon, Akawaio, Kariña e Warao della Sierra Imataca, Gran Sabana e Rio Paragua, continuano la loro protesta contro tale decreto che considerano lesivo. Essi vorrebbero piuttosto correggere, per renderlo applicabile, il decreto 169, che garantisce la loro sopravvivenza come società indigene. Tale decreto di cui il Venezuela è firmatario non è stato però ratificato nel corso di questo anno. Le comunità indigene sollecitano che la Nuova Costituzione che si elaborerà in Venezuela "Garantisca il rispetto e il non intervento nelle terre indigene ed i diritti sui territori come dettano diversi strumenti giuridici internazionali sottoscritti dal Venezuela". Nell'Amazzonia Colombiana il dibattito relativo alla deforestazione ha raggiunto il culmine nella prima parte del 1999 essendosi prodotti in quel periodo molteplici conflitti che colpirono varie nazioni indigene. I problemi riguardano la presenza dei paramilitari, guerriglie associate al narcotraffico e una persistente assistente militare all'esercito colombiano da parte degli Stati Uniti. Società indigene come gli Uwa, gli Emberá, gli Guaymí, gli Inganos e gli Kunas, poco familiarizzati con il resto del mondo, hanno sofferto gravi ripercussioni che vanno dall'occupazione dei loro territori da parte dei militari, dei narcotrafficanti e guerriglieri (naturalmente non tutti contemporaneamente) fino alle minacce fisiche che ricevono continuamente da loro. In Ecuador una vera coscienza ecologica e una riflessione sul processo di deforestazione dell'Amazzonia nacquero nel 1997, in seguito all'espulsione dal paese delle grandi imprese transnazionali Mitsubishi e Toisan-Range. La loro estesa presenza fu associata all'estinzione di circa 10.000 specie di piante che crescevano nella foresta e che sarà difficile reintrodurre. Tanto la perforazione petrolifera quanto le esplorazioni alla ricerca di miniere di rame rappresentano minacce costanti per il bosco delle province del Chocó e del Intag, che confina con l'habitat degli Indios della Colombia; inoltre circa il 9% del territorio dell'est ecuadoriano è stato deforestato per la creazione di piantagioni di banano e palma per la produzione di olio. Da tempo in Ecuador alcune ONG portano avanti un lavoro di denuncia contro il Progetto Junin per lo sfruttamento minerario, patrocinato dal governo e da transnazionali come Mitsubishi e Bishimetals. Dallo studio sull'impatto ambientale preparato dall'agenzia giapponese Metal Mining si seppe che se non si fossero opposte a tale progetto, si sarebbero registrati, una deforestazione massiva e gravi livelli di inquinamento di diversi fiumi con piombo, arsenico, cadmio, cromo, rame e nitrati. Si sarebbero inoltre avuti impatti negativi su trenta specie in pericolo di estinzione, su intere comunità indigene locali e sulla riserva ecologica Cotacachi-Cajapas una delle più ricche del mondo. In alternativa alla realizzazione del progetto Junin, in Chocó e in Intag si sviluppano forme alternative che rifiutano la miniera quale forma occupazionale per le comunità locali e si incrementa l'agricoltura sostenibile con coltivazioni organiche di caffè che permettono una articolazione controllata dalla produzione fino al mercato. Contemporaneamente si pensano nuovi progetti sostenibili come la riforestazione di alberi nativi, il turismo ecologico l'artigianato, l'amministrazione comunale dei boschi e dei fiumi. Dal 1997, in Perù, il Consiglio Machiguenga di Rio Urubamba (COMARU), che rappresenta 35 comunità della valle del Rio Urubamba, riconosciute dal decreto legge 22175 (legge delle comunità native e dello sviluppo agrario della selva), continua a difendere il proprio territorio contro l'incursione della petrolifera Shell. Se questa continuasse con le operazioni di sfruttamento ed esplorazione del terreno alla ricerca del petrolio sui lotti avuti in concessione dallo stato, 13 comunità locali vedrebbero compromessa la loro sopravvivenza. Secondo la denuncia di Walter Vargas Pereyra, esponente del COMARU, già si riscontrano proporzioni inammissibili di Cadmio, Mercurio e residui di grassi negli affluenti del fiume Camise. Nell'Amazzonia boliviana i livelli di deforestazione sono egualmente implacabili. Secondo il Centro di Studi Giuridici e Investigazioni Sociali, nonostante l'esistenza di decreti a protezione dell'Amazzonia che presumibilmente collaborerebbero a regolare le relazioni tra le società indigene ed il governo, questi non sono stati attuati. Si scopre, per esempio, l'esistenza di 85 nuove concessioni per il taglio del legname, 27 delle quali nei territori indigeni riconosciuti dal governo boliviano. Il caso boliviano è singolare: nonostante il governo abbia promulgato leggi in difesa dell'ecologia, la mancanza di capacità per la loro realizzazione supera il desiderio della protezione ambientale. In flagrante violazione del Decreto 169 approvato con carattere di legge dallo stato, il sovrintendente dei boschi utilizzò arbitrariamente la sua investitura, ignorando la responsabilità legale internazionale e concedendo permessi di disboscamento alle ditte del legname. Le concessioni eliminarono 500 mila ettari del territorio Guarayo, 140 mila del territorio Chiquitano del Monte Verde, più di 15 mila del territorio Yaminahua - Machineri, più di 17 mila del territorio multietnico, più di 28 mila del territorio e del Parco Nazionale Isibori Sécure: in totale 700 mila ettari di territorio indigeni riconosciuto dalle istituzioni nazionali e internazionali. Nella maggioranza di questi casi, le divisioni artificiali delle nazioni confinanti con il sistema ecologico dell'Amazzonia hanno contribuito visibilmente a deforestare l'area. Paradossalmente nel contesto della globalizzazione neoliberale, i popoli indigeni finiscono per essere accusati d'essere la causa del collasso ecologico dell'Amazzonia, sebbene, nonostante la sua grandezza ambientale, l'Amazzonia sia una delle ecologie più fragile e ha mantenerla viva siano proprio i popoli indigeni che l'abitano da millenni. Perciò in Amazzonia in altri sistemi ecologici occupati dai popoli indigeni si dovrebbe applicare la nuova mozione giuridica di "Diritto Immemore ai Territori".

Emma Nuri Pavoni
www.bresciaoggi.it

   

L'ultima battaglia dei ricercatori e degli scienziati è contro «Advance Brazil», il piano di sviluppo lanciato un anno e mezzo fa dal governo brasiliano del presidente Cardoso, che con un impegno di 40 miliardi di dollari in sette anni prevede tra l'altro una serie di interventi 'pesanti' proprio nel cuore della foresta: La costruzione di strade, autostrade, oleodotti, la realizzazione di ranch e impianti idroelettrici, lo scavo di nuove miniere, la trivellazione del terreno in cerca di petrolio, con i necessari, massicci spostamenti di lavoratori e popolazione verso e oltre i confini

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La terra non come parte della vita, ma come fonte stessa della vita: è questo il significato che tutti popoli indigeni d’America latina hanno sempre dato al problema del rapporto di ogni singolo individuo e di ogni comunità con il territorio su cui è nato. Nel suo libro Memoria del fuoco, a fine anni Settanta, lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ricordava la sorpresa di un indio a cui veniva spiegato il problema della compravendita delle terre. «Vendere, comprare la terra?», obiettava l’indio, «ma se siamo noi ad appartenere a lei. Lei ci cura e noi la curiamo. Siamo figli suoi».
Se in America del Nord la guerra per il possesso del territorio con i «bianchi» è finita oltre un secolo fa, in America latina il contrasto è presente a tutt’oggi, reso ancor più drammatico dai «riaggiustamenti» economico-finanziari che in alcuni casi hanno risolto i problemi macro-economici ma hanno il più delle volte peggiorato le condizioni di vita delle fasce meno protette della popolazione. E il controllo della terra tuttora costituisce una questione primaria perché Urihi - come chiamano la terra con la sua foresta gli Yanomani, il popolo indio che vive tra Brasile e Venezuela - è sempre meno disponibile per le necessità di base dei popoli nativi.
Che sia in Messico per i progetti turistici nelle regioni che videro lo sviluppo della civiltà Maya, o in Brasile dove avventurieri senza scrupoli invadono zone riservate alla ricerca di minerali preziosi, o ancora nella selva amazzonica ecudoriana dove le multinazionali del petrolio cercano il prezioso «oro nero», la terra continua a sfuggire al controllo di quelli che per secoli si sono considerati e ancora si considerano i «custodi della terra», ponendoli davanti a una drammatica alternativa: la lenta estinzione o la ribellione. «Custodi della terra» perché vivono da millenni in armonia con la natura nelle zone più ricche di biodiversità del pianeta, come l’Amazzonia.
Per quasi tutti i popoli indigeni, infatti, terra e vita umana sono inestricabilmente connesse. Legandoli al passato e al futuro, la terra è custode del tempo: dimora degli antenati, fonte di cibo e riparo, ma anche il luogo della creazione, dove gli antichi eroi delle mitologie affrontarono e vinsero il male e il caos per poi fondare la società umana con i suoi ruoli complessi. E, cosa più importante di tutte, è l’eredità custodita per i loro figli e i figli dei loro figli. Se espropriati dei loro territori, i popoli indigeni sono condannati. Con terra adeguata, invece, possono affrontare il futuro con la stessa fiducia di tutti gli altri popoli.
È questa sfida per la vita o per la morte che ha guidato tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004 ade esmpio una rivolta generalizzata di gran parte dei 300 mila indigeni che si stima tuttora vivano in Brasile. In Amazzonia le terre indigene sono costantemente alle prese con le infiltrazioni costanti dei cercatori d’oro clandestini - i cosiddetti garimpeiros - e degli agricoltori e piantatori abusivi. Un altro motivo di scontro tra i latifondisti e indios è il disboscamento: gli indios vogliono preservare la «loro» foresta, mentre fazendeiros e coltivatori vorrebbero radere al suolo quella che considerano «terra improduttiva». In molti casi, visto che lottano contro lo stesso «nemico», gli indios hanno stretto un patto tacito di alleanza con i sem terra, le centinaia di migliaia di contadini senza terra brasiliani, il cui movimento organizzato rappresenta oggi la realtà sociale più combattiva del Paese, adottandone in alcuni casi le tecniche di occupazione di terre.
Ma parlando di «custodia» della foresta pluviale dell’Amazzonia non si può dimenticare l’importanza rivestita nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale al problema, la lotta condotta negli anni Ottanta da Chico Mendes, il raccoglitore di caucciù, dello stato brasiliano dell’Acre, assassinato il 22 dicembre 1988 da latifondisti locali. Il sindacato dei seringueiros di cui era leader si batteva per l’«estrazione» sostenibile delle risorse naturali della foresta, e in primo luogo del caucciù, il lattice ricavato dalla hevea brasiliensis in Amazzonia, che tra fine Ottocento e inizi Novecento prima, e poi durante il secondo conflitto mondiale, rappresentò una materia prima «strategica» per l’Occidente.
Mendes, al cui fianco è cresciuta anche l’attuale ministro dell’Ambiente Marina da Silva, si batté per salvare la foresta contro i latifondisti che bruciavano e tagliavano gli alberi, e per salvare con essa i seringueiros, che della foresta appunto vivono. Grazie al suo impegno che ottenne solenni riconoscimenti negli Stati Uniti e in Europa, gli stessi ambientalisti si avvicinarono al dramma della deforestazione in Amazzonia comprendendo il nesso strettissimo che lega - prima di tutto nel Sud del mondo ma non solo - la tutela dell’ambiente e la difesa del futuro dei popoli, l’azione per far fronte al rischio climatico dell’effetto serra con la lotta al sottosviluppo.

(g.c.)
   

dell'Amazzonia dalle zone più povere del paese: uno scenario apocalittico a giudizio degli ecologisti, che spaventa gli scienziati di tutto il mondo.
   

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