mare=H20+URANIO
L’immersione è fissata per l’una del mattino. I tre ecologisti italiani e i quattro colleghi francesi hanno i nervi a fior di pelle. Ci imbarchiamo sul gommone a mezzanotte. Antonio e Lucien conoscono a memoria la rotta per Santo Stefano. Da alcune settimane l’isola è di nuovo al centro della bufera, dopo che il Governatore della Sardegna, Renato Soru, facendosi interprete di proteste diffuse, ha pubblicamente chiesto che gli Stati Uniti d’America “abbandonino la base che ospita i sommergibili nucleari”. Ci siamo: un ultimo controllo alle bombole e agli erogatori. In mare è calma piatta, c’è un filo di brezza, la luna è oscurata dalle nubi. Scivoliamo silenziosamente nel buio, per gettare l’ancora a circa 500 metri dal porto presidiato dai marines, su cui sventola la bandiera a stelle e strisce. A sei miglia da qui e a tre da Caprera il 25 ottobre 2003 il sommergibile Hartford della Us Navy andò a sbattere contro gli scogli granitici della secca dei Monaci. E stanotte il nostro obiettivo è prelevare sedimenti sabbiosi e alghe sotto la nave-balia dei sommergibili atomici statunitensi, per verificare il livello di radioattività e di pericolo. La difficoltà sta nell’eludere la sorveglianza: è paradossale dover mentire per transitare nelle acque del proprio Paese, ma certo se venissimo scoperti dovremmo direche stiamo semplicemente facendo un’innocente battuta di pesca. Anche se,date le nostre attrezzature e il luogo in cui ci troviamo, l’affermazione sarebbe poco credibile. All’alba, la missione è compiuta, nessuno si è accorto di nulla: siamo stati bravi noi o inefficienti loro? Un caffè bollente e due risate scrollano di dosso la tensione. Poi il saluto agli amici còrsi che volano a Parigi per recapitare ai laboratori specializzati della Criiad, Commission de récherche et d’information indipendentes sur la radioactivité, i campioni raccolti. Gli esami del prestigioso istituto francese evidenziano tracce al di sopra dei livelli di sicurezza di torio 234, un elemento che rientra nella catena dell’uranio. In alcuni punti del mare la concentrazione si attesta tra i 3900 e i 4700 becquerels per kg: i valori normali non dovrebbero superare qualche decina. I ricercatori d’oltralpe sostengono che "i livelli di radioattività aumentano quanto più i campioni si raccolgono vicino alla base americana, per l’assistenza ai sottomarini di Santo Stefano". Il risultato non solo smentisce ancora una volta le rassicurazioni giunte, anche ultimamente, dalle autorità italiane, comprese quelle del ministro Carlo Giovanardi, ma diventa particolarmente inquietante se messo in relazione a ciò che ci aveva detto prima dell’immersione il medico-patologo Salvatore Cossu: "È solo in questa zona che registriamo un’alta incidenza di focomelia, rachischisi e tumori ipofisari". Non solo. Il registro tumori della provincia di Sassari rileva “un aumento abnorme delle neoplasie maligne, con percentuali del 200 per cento superiori alla media nazionale”. E pensare che l’arcipelago della Maddalena, dove ci troviamo, è parco nazionale dal 1994. Un’area protetta (sulla carta), che coabita però con la base di sommergibili a propulsione e armamento nucleare della marina militare Usa. Un insediamento bellico nato qui dal 2 agosto 1972, mai autorizzato dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica, ma reso evidentemente possibile da un accordo che ora il governatore della Sardegna chiede sia reso pubblico. Quella giunta dai francesi del Criiad, del resto, è solo l’ultima conferma a quanto molti vanno denunciando da tempo. Il deputato verde Mauro Bulgarelli ha presentato un’interrogazione urgente in cui si chiede che “le autorità italiane e quelle americane dicano la verità sui risultati delle rilevazioni sulla radioattività effettuate dopo l’incidente dell’Hartford. Nessun segreto di Stato vale la sicurezza e la salute delle popolazioni”. Altre conferme ai peggiori sospetti sono giunte dai ricercatori dell’università della Tuscia, che hanno riscontrato “forti concentrazioni di plutonio 239 lungo tutta la costa dal Nido d’Aquila alla Maddalena. Le massime concentrazioni si trovano lungo le coste settentrionali e orientali della rada di Santo Stefano, nei pressi della base dei sommergibili nucleari”. E ancora: “Potrebbero verificarsi gravissimi problemi di mutazioni genetiche a partire dai primi anelli della catena alimentare, causando quindi danni irreparabili all’ecosistema dell’arcipelago della Maddalena”.
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