Se la Francia dice no alla Carta
Il referendum del prossimo 29 maggio sulla costituzione europea è stato
voluto dal presidente francese Chirac in un momento in cui la vittoria del
sì sembrava sicura. Non è una procedura obbligatoria, poiché il diritto
francese consente di ratificare i trattati internazionali anche con voto
parlamentare; e in parlamento il trattato non correrebbe alcun rischio.
Ma ormai è tardi per mutare strada. I sondaggi mostrano che le probabililtà
di una prevalenza dei no sono elevate. Se poi si osserva da dove provengono
i no, si scopre che un terzo nasce dalla diffusa ostilità all'ingresso della
Turchia nell'Unione europea. Gli altri due terzi dei no si suddividono quasi
alla pari tra un generico rifiuto dell'integrazione, un voto di ripulsa
verso il governo e verso il presidente, un'opposizione all'asserita insufficienza di misure sociali nella costituzione. Quasi la metà degli elettori dichiara poi di non aver ancora deciso se e come votare.
Questi dati sono inquietanti, perché rivelano profonde ambiguità nella dinamica
politica legata al referendum.
Delle quattro motivazioni di cui si è detto, una sola - la seconda - è l'espressione di un rifiuto di «più Europa»; ed essa corrisponde appena al 20% dei no e al 10% dell'elettorato. Le altre tre posizioni non hanno invece alcuna
relazione diretta con la questione referendaria. Perché la Costituzione
europea nulla stabilisce sull'ingresso della Turchia. Perché le pulsioni
antigovernative hanno a loro volta ben poco a che vedere con la costituzione
europea. Perché quanto alle misure di politica sociale la costituzione consente
modi di intervento diversi, all'insegna di un liberismo più spinto o invece
di politiche di segno socialdemocratico, a seconda della volontà prevalente
Consiglio e nel Parlamento europeo, che rappresentano la volontà popolare
espressa al livello nazionale e al livello europeo.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che la vittoria del no sarebbe comunque considerata, in Francia e in Europa, come un no al progredire dell'integrazione europea verso l'unione politica. La normativa attuale prescrive l'unanimità delle ratifiche per l'entrata in vigore del nuovo testo. Nel trattato sono previste soluzioni diverse se entro il 2006 avranno ratificato almeno i quattro quinti dei paesi, dunque almeno 20 stati su 25. Tuttavia anche le ratifiche, come le azioni societarie secondo l'autorevole parere di un banchiere che se ne intendeva, si pesano e non si contano. Il no della Repubblica ceca non peserebbe come il no della Gran Bretagna. E questo peserebbe comunque assai meno del no francese: perché l'Unione senza la Francia è semplicemente impensabile. Come lo sarebbe senza la Germania.
Dunque una vittoria del no significherebbe, di fatto, l'affossamento di
questa costituzione. Potrebbe inoltre significare l'esautoramento del metodo
della Convenzione, che pure si è rivelato ben più innovativo rispetto alle
tradizionali conferenze intergovenative. Anche se va osservato che la guida
accentratrice di Giscard d'Estaing ha imposto l'accoglimento nel progetto
di regole assai più deboli - sul voto a maggioranza, sulla difesa, sul bilancio
dell'Unione e in altri settori - rispetto a quanto la maggioranza dell'assemblea aveva mostrato di preferire.
Il no francese segnerebbe un grave arresto nel processo di integrazione
europea. Un arresto definitivo o solo un arresto temporaneo? O piuttosto
l'inizio di una possibile trasformazione dell'Unione in semplice zona di
libero scambio? E' presto per dirlo. Ma il segnale preciso di un'Europa
che rinuncia ad avanzare verso l'unione politica sarebbe comunque percepito
in modo forte e chiaro. In Europa e nel mondo.
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