La vicenda Sea Watch ricorda quella dell'ILVA di Taranto

La priorità dimenticata: salvare vite umane

In questi anni vi è stato un conflitto istituzionale che ha evidenziato quanto sia dannoso mettere la tutela degli esseri umani al secondo posto. Per Sea Watch e per ILVA i magistrati sono dovuti intervenire. Al referendum costituzionale invitiamo a votare NO per difendere la magistratura.
22 febbraio 2026
Redazione PeaceLink

Migranti

Il caso della nave Sea Watch è diventato uno spartiacque morale prima ancora che giuridico. Nel giugno 2019 la comandante della nave, Carola Rackete, forzò il blocco navale per permettere lo sbarco a Lampedusa di 42 persone soccorse in mare. Quel gesto fu presentato da alcuni come una sfida politica; in realtà, fu l’applicazione concreta di un principio antico quanto la civiltà del mare: salvare vite umane viene prima di tutto.

La recente sentenza del Tribunale di Palermo lo ricorda con chiarezza: lo Stato dovrà risarcire la ONG Sea-Watch per oltre 76mila euro per il fermo della nave Sea-Watch 3. È un pronunciamento che non riguarda solo un contenzioso amministrativo: riafferma che il dovere di soccorso non è negoziabile e che ostacolarlo può violare principi fondamentali del diritto.

Il dovere di protezione prima della politica

Il diritto del mare, le convenzioni internazionali e la tradizione umanitaria convergono su un punto: chi è in pericolo va soccorso. Non è una scelta ideologica ma un obbligo giuridico e morale. Quando questo principio viene subordinato a strategie politiche o a logiche di consenso, si crea una frattura pericolosa tra etica, legalità e potere.

La vicenda Sea Watch dimostra quanto sia fragile questo equilibrio: la tutela della vita è stata piegata a esigenze di deterrenza migratoria. Il risultato è stato un conflitto istituzionale e giudiziario che ha evidenziato quanto sia dannoso rovesciare l’ordine delle priorità mettendo la tutela degli esseri umani al secondo posto.

Dalle frontiere del mare alle “zone di sacrificio”

Lo stesso rovesciamento delle priorità si ritrova, drammaticamente, nel conflitto ambientale che ha al centro l’inquinamento dell’ILVA di Taranto. Le Nazioni Unite hanno definito l’area una “zona di sacrificio”, espressione durissima che indica territori in cui la salute e la vita delle persone vengono subordinate agli interessi produttivi.

Qui non si tratta di sbarchi o confini, ma di aria respirata ogni giorno, di malattie, di diritti fondamentali compressi per decenni. Cambia il contesto, non la logica: l’economia e la politica diventano priorità assolute mentre la vita umana scivola in secondo piano.

Quando la magistratura resta l’ultimo argine

In entrambi i casi, Sea Watch e ILVA, è intervenuta la magistratura a riaffermare quelli che possiamo definire i “principi fondamentali”. È un segnale importante, ma anche inquietante: in uno Stato di diritto, la tutela della vita non dovrebbe dipendere dall’intervento correttivo dei giudici.

Ancora più inquietante è il clima di conflitto crescente tra potere politico e magistratura, mentre si prospettano modifiche costituzionali in materia di giustizia. Quando si indeboliscono gli equilibri istituzionali (la tripartizione dei poteri di Montesquieu), si riduce anche la capacità di difendere i diritti fondamentali.

Rimettere al centro la persona

Il caso Sea Watch e quello di Taranto ci interrogano sulla gerarchia dei valori che orienta le decisioni pubbliche. La vita umana e il dovere di protezione non possono essere subordinati a convenienze politiche, economiche o elettorali.

Rimettere al centro la persona significa riconoscere il soccorso come obbligo inderogabile; è il cosiddetto “dovere di protezione”; siamo di fronte al fondamento stesso della civiltà giuridica e democratica. Quando una società accetta che alcune vite valgano meno di altre, o che possano essere sacrificate in nome di priorità politiche, smette di proteggere se stessa. E perde la bussola morale che la tiene unita.

Un appello alla responsabilità

In questo contesto diventa decisivo anche il ruolo dei cittadini. Se l’equilibrio tra poteri dello Stato si indebolisce e la tutela dei diritti fondamentali rischia di essere subordinata a logiche politiche contingenti, la difesa della Costituzione diventa un dovere civico.

Per questo l’imminente referendum costituzionale assume un significato che va oltre la tecnicità della questione giuridica.

Votare NO significa affermare che la Costituzione non deve essere modificata in modo da alterare gli equilibri tra poteri e indebolire la magistratura. Difendere la Costituzione vuol dire difendere noi stessi, la nostra convivenza civile e l’idea che nessuna ragione politica possa venire prima quando in gioco ci sono i “principi fondamentali”, quei principi che in Italia furono lesi dalla funesta dittatura fascista.

Mettere la politica al di sopra della magistratura e imbrigliarla a colpi di decreti, ai danni degli esseri umani, è una triste esperienza che mai più si deve ripetere. Per questo noi di PeaceLink voteremo NO al referendum costituzionale.




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