La decisione del Tribunale di Palermo

L’organizzazione Sea-Watch dovrà essere risarcita dallo Stato italiano per il fermo della nave

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito la decisione “assurda” e ha criticato l’operato dei magistrati, sostenendo che lo Stato sia stato ingiustamente condannato a risarcire la ONG. La polemica sta alimentando l'attenzione per il referendum costituzionale.
21 febbraio 2026
Redazione PeaceLink

Sea Watch 3

Il Tribunale di Palermo ha stabilito che l’organizzazione Sea-Watch dovrà essere risarcita dallo Stato italiano con oltre 76mila euro per il fermo ritenuto illegittimo della nave Sea-Watch 3 nel 2019. La vicenda è legata all’azione della comandante Carola Rackete, che il 29 giugno di quell’anno entrò nel porto di Lampedusa con 42 persone soccorse in mare, nonostante il divieto imposto dalle autorità.

Secondo quanto reso noto dalla ONG, la decisione riconosce l’illegittimità del fermo amministrativo disposto dopo l’attracco.

I fatti del 2019

Nel giugno 2019 la Sea-Watch 3, con migranti salvati nel Mediterraneo, rimase per giorni in attesa di un porto sicuro. Rackete decise infine di entrare a Lampedusa per consentire lo sbarco delle persone a bordo. Durante la manovra urtò una motovedetta della Guardia di Finanza. L’episodio avvenne nel contesto dei “decreti sicurezza” e della politica dei porti chiusi.

Successivamente Rackete fu arrestata e poi rilasciata; i giudici riconobbero che aveva agito nell’adempimento del dovere di soccorso.

La reazione del Governo

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito la decisione “assurda” e ha criticato l’operato dei magistrati, sostenendo che lo Stato sia stato ingiustamente condannato a risarcire la ONG.

Il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di una sentenza “incredibile” e l’ha collegata alla necessità di riformare la giustizia, annunciando di voler votare Sì al referendum per la modifica della Costituzione. Migranti a Lampedusa

Il principio affermato dai giudici

Al di là dello scontro politico, la pronuncia del tribunale si colloca nel solco dei principi del diritto internazionale del mare e della Costituzione italiana: il soccorso delle persone in pericolo è un obbligo giuridico e umanitario.

Le decisioni della magistratura intervenute sul caso Rackete hanno sostanzialmente ribadito che salvare vite in mare costituisce un dovere. Inoltre la tutela della vita prevale su disposizioni normative incompatibili con tale obbligo e l’azione di soccorso non può essere criminalizzata quando mira a proteggere persone in pericolo.

Magistratura e tutela dei principi fondamentali

Il caso dimostra come lo Stato di diritto si fondi su un equilibrio tra poteri e su un sistema di garanzie che impedisce che esigenze politiche contingenti prevalgano sui diritti fondamentali.

Nel Mediterraneo, dove si incrociano migrazioni, sicurezza e geopolitica, questo richiamo giuridico assume un significato etico preciso: il dovere di soccorso non è una scelta opzionale, ma uno dei pilastri della civiltà giuridica e democratica.

Note: Per altre informazioni https://www.adnkronos.com/cronaca/migranti-risarcimento-di-76mila-euro-a-seawatch-per-blocco-nave-dopo-caso-rackete-meloni-senza-parole_6WygIz7fhPyvhV4fyE1QPx

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