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Prodi presenta il programma dell'Unione al Parlamento europeo

Prodi a Bruxelles mette l'Europa al centro del programma dell'Unione

Romano Prodi, candidato premier, ha presentato il programma dell'Unione ai parlamentari europei del centrosinistra. Tra i punti principali del programma c'è il rilancio del processo costituente europeo invertendo l'atteggiamento antieuropeo del governo Berlusconi e sostenendo la posizione della Merkel per l'introduzione di un protocollo sociale nel trattato costituzionale; il referendum europeo nel 2009, la cittadinanza europea di residenza, la sussidiarietà e il seggio europeo nel Consiglio di sicurezza dell'Onu.
2 febbraio 2006 - Nicola Vallinoto
Fonte: www.romanoprodi.it - 01 febbraio 2006

Il discorso ai parlamentari europei del centrosinistra

L’Italia dell’Unione in Europa e nel Mondo

Mercoledì 1 Febbraio 2006

Cari amici,

sono veramente molto lieto di tornare ad esprimermi in questa sede, a Bruxelles, dove ho vissuto uno dei periodi più entusiasmanti e coinvolgenti della mio impegno politico.

L’Europa ha sempre fatto parte della mia esperienza, come cittadino, come universitario e come uomo delle istituzioni, ha sempre rappresentato la mia grande speranza, il mio principale punto di riferimento e, oggi, l’Europa costituisce il principio ispiratore di tutto il programma dell’Unione del centrosinistra italiano per il rilancio morale, politico, sociale ed economico dell’Italia.

L’Europa sarà il contesto imprescindibile e il fattore di espansione di ogni indirizzo delle nostre politiche nazionali.

L’obiettivo centrale del nostro programma è riportare l’Italia al centro dei grandi processi europei per rafforzare l’integrazione politica europea, quali che siano le difficoltà contingenti.

Vogliamo riaffermare con forza la nostra tradizione europeista, completamente disattesa dal governo di centro-destra. Noi siamo per la massima Europa possibile, non per la minima Europa necessaria e questo obiettivo caratterizzerà in modo deciso la nostra futura azione di governo.

Oggi, il rischio maggiore per l’Europa è l’immobilismo, la paralisi.

Nonostante le vicissitudini del 2005, un vero e proprio annus horribilis europeo, come è stato definito, e la lentezza con cui il dibattito e la riflessione sull’Europa si è avviato, dobbiamo utilizzare i mesi davanti a noi per promuovere una nuova consapevolezza dell’assoluta necessità di più Europa.

Il Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Campi, ha affermato che “ci sono cinquanta milioni di ragioni, cioè i cinquanta milioni di morti della seconda guerra mondiale, per essere a favore dell’integrazione europea”. Io aggiungo altre migliaia di buone ragioni: basti pensare ai recenti orrori dei Balcani, alle vittime innocenti della strage alla stazione di Madrid o a coloro che ogni giorno, nel mondo, muoiono a causa della povertà, delle malattie o nelle mani di trafficanti in tragici “viaggi della speranza” verso il ricco Occidente.

Più Europa significa più pace, più giustizia, più solidarietà. Dalle difficoltà attuali si esce con più democrazia e partecipazione, più efficacia nelle politiche, più diritti sociali e di cittadinanza, più Europa nel mondo.

Dobbiamo allora procedere su una doppia via: rilanciare l'Europa attraverso concrete iniziative politiche e al contempo riprendere lo slancio costituzionale.

Occorre partire dai successi dell’Europa: mercato unico, euro e allargamento, e fissare nuovi obiettivi per l’Europa sociale, per creare un nuovo clima di fiducia, abbandonando il meccanismo che fa dell’Europa un capro espiatorio per i fallimenti di politiche nazionali.

E dobbiamo procedere per fasi, da oggi al 2009.

Vorrei subito chiarire un punto: la riforma istituzionale rimane assolutamente necessaria. Sarebbe privo di senso aver insistito dalla notte di Nizza sulla necessità, nell’Unione allargata, di procedere ad una profonda riforma delle istituzioni e poi far finta di nulla – oggi – e illuderci che l’Unione possa raggiungere i suoi obiettivi e soddisfare le esigenze sempre più pressanti dei suoi cittadini senza una riforma delle istituzioni e del processo decisionale.

Nel periodo successivo al doppio No, la mia analisi, condivisa anche da altri leader e osservatori è stata: occorre, dopo il crollo dell’edificio, “lasciare che la polvere si depositi”; occorre riflettere e agire sul “contesto” perché è il contesto, e non il “testo”, in realtà, ad essere stato “bocciato”; e bisogna ripartire dall’economia.

In questo momento, il dibattito si sta lentamente riavviando.

Il riavvio del dibattito, però, va accompagnato da iniziative forti che partano dall’esistente e lo sviluppino.

Dobbiamo cioè agire sul contesto. A mio parere, per agire sul contesto occorre agire su quanto abbiamo di più solido e prezioso: la moneta unica.

Ciò non significa affatto né creare nuove divisioni, né rinunciare alla riforma istituzionale.

Non significa creare nuove divisioni perchè il processo di costruzione e di adesione all’unione economica e monetaria è un processo per definizione aperto e dinamico, aperto a tutti gli Stati membri.

E’ però urgente rafforzare la governance economica e sociale attorno all’euro, a cominciare dall’istituzionalizzazione dell’eurogruppo e dal rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche attraverso una cooperazione rafforzata. E’ urgente farlo assicurando la più intensa partecipazione possibile della Commissione e del Parlamento europeo. Il nostro obiettivo non è creare direttori, ma favorire una nuova politica di alleanze all’interno dell’Unione con tutti coloro che vogliono fare avanzare l’Unione europea e operare per il riavvicinamento e la mediazione tra i grandi e i piccoli Paesi.

In parallelo, sarà fondamentale dare un seguito concreto e operativo agli orientamenti delineati a Hampton Court, e prendere, nel quadro giuridico esistente, iniziative forti per:

lottare contro la povertà, crescente anche all’interno dell’Unione europea;

destinare maggiori risorse all’attività di innovazione, ricerca e sviluppo, anche attraverso l’ istituzione del Consiglio Europeo della Ricerca, che è strumento indispensabile per il sostegno della ricerca fondamentale sulla base dell’eccellenza scientifica;

sviluppare una nuova politica dell’energia comune, solidale e strategica, che tuteli gli interessi comuni dell’Europa e l’ambiente;

elaborare un piano di investimenti pubblici e privati dell'Unione (riprendendo anche alcune proposte dell’Iniziativa per la Crescita del 2003 e del Piano Delors)

avanzare sulla via delle politiche comuni per l’immigrazione e l’integrazione, anche attraverso un’estensione di alcuni aspetti della cittadinanza europea ai residenti regolari.

Vedo anche con molto favore la recente proposta della Commissione di costituire un Fondo di aggiustamento per la globalizzazione che rilancerebbe in termini operativi, ma anche simbolici, quella solidarietà europea alla base del nostro edificio comune.

Né credo che l’avvio di progetti concreti come questi significhi rinunciare alla Costituzione o alla riforma istituzionale. Ben al contrario, mi sembra che una simile iniziativa possa contribuire in modo concreto al cambiamento del “contesto” e possa meglio preparare un nuovo approfondimento della questione costituzionale.

Credo quindi che dal Consiglio europeo di Giugno dovranno venire dei messaggi e delle decisioni operative molto forti, convinte e convincenti in materia. La Presidenza Austriaca troverebbe tutta la cooperazione possibile a tale riguardo da un mio governo.

Inoltre, per quanto concerne il bilancio, credo si deve fare tutto il possibile per accogliere alcune domande del Parlamento europeo.

Il 2005 si è concluso con un accordo insufficiente e lontano dalle posizioni del Parlamento europeo. L’Italia, poi, è la grande sconfitta di questo accordo, con una perdita di circa 4 miliardi e mezzo di euro rispetto alla precedente programmazione e un aumento del saldo netto al bilancio comunitario.

Un accordo insufficiente sia sul piano della quantità delle risorse, poiché non permette all’Unione europea di svolgere tutti i compiti ad essa assegnati, sia su quello della struttura, vista la riduzione, ad esempio, del capitolo sulla competitività.

Mi rendo conto che ora i margini di manovra siano molto stretti. Auspico comunque che attraverso il negoziato tra Parlamento europeo e Presidenza austriaca si possa in qualche modo migliorare l’intesa raggiunta.

Siamo inoltre convinti che sia necessaria una revisione in termini sia quantitativi sia qualitativi del bilancio dell’Unione. Per questo proponiamo in prospettiva di incrementare i trasferimenti nazionali al bilancio europeo e di ristrutturare in termini qualitativi l’impianto del bilancio per consentire una maggiore qualità degli interventi, la coerenza con le linee strategiche fissate a Lisbona e il perseguimento della coesione e della protezione sociale. La Commissione europea troverà in noi un solido alleato nella discussione sulla revisione del bilancio prevista nel 2008.

Le proposte sin qui delineate non vanno viste come alternative al rilancio della questione costituzionale, ma come un processo che precede, migliora il contesto e accompagna tale rilancio.

La questione costituzionale va, infatti, ridiscussa. Vorrei essere molto chiaro su questo punto: non la consideriamo né una questione “morta”, né secondaria, né eventuale. E’ e rimane una questione fondamentale.

Occorrerà dunque fare tutto quanto sarà possibile, da oggi alla metà del 2007, per preparare un possibile rilancio del trattato costituzionale. A tal fine, soprattutto per rispondere al malessere ed alla insoddisfazione chiaramente espressi dagli Europei, in particolare in Francia ed Olanda, dobbiamo:

- rafforzare e meglio specificare la dimensione sociale (vedo con favore l’inserimento di un protocollo sociale e l’avvio di un piano d’azione sociale);

- rafforzare la parte relativa al rispetto e all’attuazione del principio di sussidiarietà e di proporzionalità (magari con un protocollo o una dichiarazione ad hoc).

Credo anche che sia necessario che i processi di ratifica parlamentari proseguano, dato che tutti i governi, firmando il trattato, si sono impegnati ad avviare i rispettivi processi di ratifica nei tempi previsti e a verificare la situazione generale una volta terminati questi processi. Non si tratta di assumere “posizioni ideologiche” o aprioristiche, ma di rispettare la volontà espressa da chi ha adottato il testo così come quella di chi lo ha respinto.

Dunque, solo se, nel 2007, venisse constatata l’assoluta impossibilità di recuperare l’attuale testo, dovremmo pensare all’elaborazione di un nuovo testo più ridotto e semplificato. Il nuovo testo dovrebbe:

- riprendere almeno tutta la parte I;

- attribuire un valore giuridico vincolante alla Carta dei Diritti Fondamentali,

- rafforzare in particolare le disposizioni relative alla politica sociale ed ambientale;

- inserire clausole di revisione semplificate e prevedere la possibilità che entri in vigore una volta ratificato, da un certo numero di Stati membri.

In tal caso, occorrerebbe un coinvolgimento popolare collegando la presentazione del nuovo trattato alle elezioni europee del 2009, attraverso un referendum consultivo su scala europea.

Per la questione costituzionale, quindi, e, più in generale, per il rilancio su nuove basi dell’integrazione europea, la Germania di Angela Merkel troverà in noi un partner sicuro e convinto. Con la Commissione e il Parlamento europeo, infatti, i governi più interessati e favorevoli all’integrazione, dovranno ridare una nuova leadership politica ad un’Europa che ha bisogno di realizzazioni concrete e di nuove prospettive politiche, in cui non solo i governi, ma anche e soprattutto i movimenti e i cittadini siano protagonisti.

In questo momento di difficoltà, è utile leggere alcuni passaggi del “Diario europeo” di Altiero Spinelli, scritto nel 1955, poco dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa. Scriveva Spinelli: “Da un anno a questa parte io e Monnet stiamo tirando la carretta come due somari cocciuti. Lui sperando di ottenere dai governi una nuova iniziativa, io nella speranza di ottenere dai movimenti un nuovo slancio…Entrambi decisi a non mollare, perché entrambi convinti che se teniamo duro i fatti si piegheranno e si adatteranno alla nostra volontà; entrambi circondati da ironico scetticismo…Eppure vinceremo noi.”.

Oggi, in Europa, dobbiamo ricreare una nuova leadership collettiva, fermamente europeista, che prenda atto che l’epoca del “consenso permissivo”, della delega della costruzione europea a un élite è finito da tempo e che si impegni con forza per convincere i governi e mobilitare i cittadini in favore del rilancio dell’Europa, perché l’Europa è e rimane la nostra unica speranza.

Cari amici,

l’ultimo allargamento ha esteso questa speranza alle nuove democrazie dell’Europa centrale e orientale.

l’allargamento è, infatti, la grande storia di successo dell’Europa, la fonte da cui può venire una nuova carica e una nuova spinta al processo di unità politica.

Esso non deve quindi venire strumentalizzato da chi, per motivi diversi, in realtà vorrebbe che l’Europa divenisse una semplice area di libero scambio.

Al contrario, l’allargamento va concepito come espansione del progetto politico della UE (e non solo come una ricompensa automatica per le strategie di ammodernamento e democratizzazione di un Paese) e dobbiamo prendere pienamente in considerazione il criterio della capacità di ciascun Paese di recepire e mettere in funzione le regole ed i valori dell’Europa.

Dopo l’entrata di Romania e Bulgaria, i futuri allargamenti dovranno venire preceduti da un profondo rafforzamento delle istituzioni comunitarie, proprio per ben preparare il completamento del processo d’integrazione, che rimarrebbe senza dubbio monco senza l’adesione di tutti i paesi dei Balcani occidentali.

Per quanto concerne i negoziati con la Turchia, riteniamo che questo processo dovrà portare alla soluzione di tutti i problemi aperti e al perseguimento delle necessarie riforme, in particolare in campo politico, istituzionale e dei diritti umani e delle minoranze, che mettano pienamente in grado la Turchia di corrispondere ai criteri di Copenaghen, indispensabili per l’adesione all’UE.

Cari amici, c’è bisogno di più Unione in Europa, ma c’è anche un forte bisogno di più Europa nel Mondo.

Nessun Paese europeo è in grado di esercitare singolarmente una vera influenza nel mondo; allo stesso modo un’Europa chiusa al mondo, un’Europa fortezza, non può esercitare il ruolo di attore globale, che promuove i valori della pace, dei diritti umani, di un’economia socialmente e ecologicamente equa, né tanto meno è in grado di garantire sicurezza ai Paesi membri ed ai suoi 450 milioni di cittadini.

Per questa Europa, la legalità internazionale dovrà essere la chiave per affrontare i conflitti e per la costruzione di un ordine internazionale fondato sul diritto e sui diritti.

Il rafforzamento dell’ONU come contributo ad un mondo multipolare, e più in generale il rafforzamento delle organizzazioni internazionali cui l’Italia appartiene, insieme ad un progetto di unità europea, è il nostro grande obiettivo.

Per questo, proponiamo la creazione di un seggio comune europeo nel Consiglio di Sicurezza, anche al fine di incentivare una riforma democratica complessiva dell’ONU. Non appena l'Italia, nel 2007, tornerà a sedere come membro a rotazione nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, saremo impegnati a integrare la delegazione italiana con il rappresentante del Consiglio europeo e con il rappresentante della Politica estera e di sicurezza comune, in tal modo anticipando e prefigurando l'istituzione di un seggio comune europeo che sarà tecnicamente possibile dopo la riforma del Consiglio di sicurezza. Ma anche nelle istituzioni finanziarie internazionali l’Europa dovrà parlare con una voce sola. In questa ottica dobbiamo unificare le quote dei Paesi Europei membri nel Fondo Monetario Internazionale (FMI) e nella Banca Mondiale.

Sosteniamo poi con forza il coinvolgimento dell'Europa nella prevenzione e nella gestione delle crisi, anche attraverso forme di cooperazione rafforzata che possono servire da modello per eventuali Stati europei che inizialmente non volessero, o potessero, accedere. In questa ottica, ci battiamo per la costituzione a livello europeo di un corpo civile di pace, i cosiddetti caschi bianchi, in grado di intervenire nelle aree di sofferenza e conflitto con gli strumenti del dialogo, dell’interposizione non violenta, della diplomazia e della mediazione.

Per un’Europa più forte nel mondo, il rapporto transatlantico sarà ancor più prioritario.

Anche su questo, vorrei essere molto chiaro.

Varie capitali europee vogliono costruire dei ponti con Washington, fare da tramite tra Europa e Stati Uniti, mediare.

Da parte mia, ritengo che sia assolutamente vitale, per la sicurezza e la stabilità internazionali e per la costruzione di nuovi equilibri e assetti una rinnovata intesa di fondo tra Europei e Americani. Ma credo anche che il ponte sull’Atlantico debba avere, come estremi, Washington e Bruxelles. Credo che solo se gli attori chiave europei si accordano sugli orientamenti strategici fondamentali in campo internazionale possono veramente offrire a Washington un partenariato serio, efficace e basato su pari dignità. Tutte le altre vie, “bilaterali”, mi sembrano invece destinate a creare nuove divisioni e quindi a fallire nel loro intento.

Vogliamo inoltre porre su nuove basi l’impegno dell'Italia per la cooperazione allo sviluppo, per perseguire gli "obiettivi del millennio", per raggiungere progressivamente l’obiettivo dello 0,7% del PIL e per dare un ruolo crescente a quegli attori (organismi non governativi, associazioni, regioni, enti locali, università, ecc.) che devono giocare un ruolo nello sviluppo del partenariato internazionale.

In parallelo, occorre un forte e rinnovato impegno nella lotta al terrorismo internazionale, che minaccia l’insieme delle società del mondo contemporaneo. Il fenomeno terrorista è mosso oggi, in primo luogo, da un feroce fondamentalismo, che agita la bandiera religiosa per coprire un disegno politico perverso, che con i valori religiosi non ha nulla a che fare.

Riteniamo dunque necessarie azioni positive di cooperazione internazionale e di dialogo interculturale per favorire l’integrazione e tagliare alla radice i semi dell’odio, del fondamentalismo e del terrorismo.

In tale contesto, il Mediterraneo rappresenterà l’ambito prioritario della nostra politica estera, che mirerà ad attuare pienamente e a rafforzare la politica di vicinato europea, di cui dobbiamo ancora sfruttare tutto il suo enorme potenziale esterno, anche creando nuove istituzioni come la Banca euromediterranea.

Sono infatti convinto, come lo era un grande statista italiano, vittima della barbarie terrorista, Aldo Moro, che “Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”.

Attorno ad una forte politica di vicinato, proponiamo di estendere la cooperazione euromediterranea anche ai Paesi del Golfo (almeno per alcuni aspetti) e di rafforzare i legami tra Europa ed Unione Africana. Il partenariato con l’Africa deve infatti diventare un asse strategico dell’azione italiana ed europea nel Mondo.

In questo quadro, l’impegno italiano in Iraq deve prendere forme radicalmente diverse, prevedendo azioni concrete per sostenere la transizione democratica e la ricostruzione economica.

Dobbiamo dare un forte segnale di discontinuità sia al popolo iracheno sia alla comunità internazionale, anche per affermare il valore del multilateralismo come metodo per la soluzione concordata dei conflitti e per rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite, restituendo loro autorevolezza.

Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al Parlamento italiano il rientro dei nostri soldati, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite.

Il rientro andrà accompagnato da una forte iniziativa politica in modo da sostenere nel migliore dei modi la transizione democratica dell’Iraq, per contribuire ad indicare una via d’uscita che consenta all’Iraq di approdare ad una piena stabilità democratica, e a consegnare agli iracheni la piena sovranità sul loro Paese.

Cari amici,

il compito che ci attende, in Italia, sarà molto arduo. Per cinque lunghi anni, l’attuale governo italiano ha rotto con la tradizione europeista e le scelte multilaterali e pacifiche dell’Italia, ha scelto la via del populismo, ha criticato la scelta dell’euro, ha offeso l’istituzione che oggi ci ospita qui a Bruxelles.

Noi vogliamo riannodare i fili spezzati, rilanciare un paese che rischia il declino, consolidare la nostra partecipazione alle scelte fondamentali dell’Europa, a cominciare dall’euro, rafforzare la democrazia europea, riprendere il cammino dell’integrazione politica con tutti i paesi che vogliano approfondire tale processo.

E sappiamo che potremo contare sull’appoggio di tutte le forze democratiche e europeiste in seno al Parlamento europeo.

Assieme, potremo lavorare per un progetto, l’Europa, che non è né inevitabile, né scontato, ma che richiede un grande sforzo e un impegno quotidiano.

Un progetto di progresso e libertà.

Anche se spesso è difficile definire esattamente quale sia l’essenza dell’Europa, guardando al nostro passato, noi sappiamo benissimo cosa significhi vivere senza Europa.

E per questo, vogliamo costruire assieme, in Europa, il nostro futuro.

Grazie

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