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Europa: "protezionismo economico" vs "campioni continentali"

Al protezionismo economico degli stati nazionali occorre contrapporre la necessità di completare l'unione economica, con politiche europee fondate su campioni continentali. Il blocco del processo costituente in seguito al fallimento dei referendum popolari in Francia e Paesi Bassi deve essere superato al più presto, se si vuole davvero rilanciare l'integrazione europea.
3 aprile 2006 - Franco Praussello
Fonte: Il Secolo XIX - 25 marzo 2006

Le dichiarazioni di Chirac a conclusione del vertice di Bruxelles indicano che l'ondata di protezionismo che sta minacciando le basi stesse del mercato unico europeo non ha ancora trovato una risposta ferma da parte delle istituzioni comunitarie. Il presidente francese ha respinto le accuse di protezionismo rivolte al governo francese a proposito dell'opposizione alla ventilata OPA dell'Enel su Suez, con il pretesto che si sarebbe trattato di un'operazione esclusivamente finanziaria. Ma non ha spiegato perché il suo paese si è attrezzato negli ultimi tempi con una serie di misure destinate a impedire o a
rendere costose in modo proibitivo le scalate di gruppi europei su molte imprese francesi considerate strategiche (a parte il ridicolo di considerare strategica una società alimentare come la Danone). Ciò che però è ancora più preoccupante è il fatto che su questa posizione il governo di Parigi si trova in buona compagnia. L'intervento di Franco Praussello (UEF) al Genoa Social Forum (luglio 2001) durante il seminario sulla democrazia globale.

L'Italia ha dimostrato in passato di seguire in molti casi una politica analoga, i cui frutti avvelenati si sono tradotti nella sconfitta della linea del Piave della difesa dell'italianità del sistema creditizio nazionale. Questa esperienza è ormai conclusa e il nuovo governatore della Banca d'Italia adotterà criteri di apertura e di efficienza nel regolare il settore del credito, ma non è detto che in altri settori la tentazione protezionista non si ripresenti. Il
fatto è però che il virus della chiusura nazionale si è di recente esteso anche ad altri paesi della vecchia, come della nuova Europa. Il governo di Zapatero ostacola la scalata di una società tedesca alla spagnola Endesa e la Polonia, sino all'accordo dell'ultim'ora con il manager Profumo, impediva la fusione di alcune banche nazionali coinvolte nel matrimonio fra Unicredit e la seconda banca tedesca, con un'operazione che rappresenta il fiore all'occhiello della nostra imprenditoria più avanzata, che ha deciso di giocare sino in fondo la
carta europea.

Di fronte alle riserve espresse da molti governi nel far funzionare le regole europee, le altre istituzioni comunitarie non sono state in grado di reagire. La Commissione europea, capeggiata da uno dei presidenti più deboli ed euroscettici che abbiano mai occupato la carica, non trova la forza di opporsi alla deriva protezionistica e si limita a difendere a parole il principio di una politica comune dell'energia, in cui è la prima a non credere. Il Parlamento europeo
ha interpretato il legittimo desiderio degli europei di non smantellare lo stato sociale per effetto della concorrenza dei lavoratori a basso costo a basso livello di protezione sociale dei nuovi paesi membri per edulcorare oltre ogni limite la direttiva sui servizi. Il settore che rappresenta i tre quarti delle nostre economie viene messo così al riparo della concorrenza, con danni rilevanti per la capacità delle imprese europee di stare sul mercato domestico e
mondiale.

In questo quadro generale, le decisioni che il vertice di Bruxelles ha pur preso sulla necessità di lanciare una politica energetica europea con l'obiettivo di garantirne la sicurezza degli approvvigionamenti, la competitività e la sostenibilità ambientale sono destinare a fare la stessa fine del velleitario progetto di Lisbona, di rendere l'Europa la società più avanzata del mondo basata sulla conoscenza, ossia a fallire. Mentre il mercato interno rischia di crollare sotto i colpi della ripresa del protezionismo nazionale,
riportandoci all'Europa del 1950, i governi illudono gli europei prospettando delle ambiziose mete comuni, cui si oppongono i loro comportamenti quotidiani.

Come negli anni Ottanta e Novanta l'agenda europea si è concentrata sull'obiettivo, quello sì perseguito tenacemente, dell'unione monetaria, oggi occorre mettere in primo piano la necessità di completare sul serio l'unione economica, con politiche europee fondate su campioni continentali. Il blocco del processo costituente in seguito al fallimento dei referendum popolari in Francia e Paesi Bassi deve essere superato al più presto, se si vuole davvero rilanciare l'integrazione europea.

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