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Un governo di emergenza costituzionale per salvare l’Italia rilanciando l’Europa

La redazione di Europace segnala che l’articolo è stato scritto molto prima del voto parlamentare del 14 dicembre. Malgrado gli sviluppi politici successivi ci pare che mantenga una sua validità propositiva.
30 novembre 2010 - Antonio Longo (direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo)

Ci sono momenti in cui un Paese deve interrogarsi sul proprio futuro per comprendere il senso del presente. La crisi del governo Berlusconi lo impone. Sin da ora, senza attendere i tempi e le modalità del ‘gioco politico’.

L’Italia versa in uno stato di abbandono, senza una reale guida capace di fronteggiare le emergenze interne, europee ed internazionali determinate dai processi di una globalizzazione senza un governo, che hanno messo in moto una crisi che non è solo finanziaria ed economica, ma è anche politica, sociale e culturale.

La crisi è mondiale e la politica nazionale è spiazzata ed incapace di affrontare i nodi reali del problema. Essa continua a riprodurre i meccanismi del ‘gioco nazionale’, relegando i problemi dell’ordine europeo ed internazionale ad un ambito che viene presentato come ‘lontano’, sganciato dalla lotta politica presentata come ‘reale’. Ma così facendo si opera una grande mistificazione della realtà, si cela la natura reale dei problemi al fine di conservare il controllo di un potere fittizio a livello nazionale.

Il risultato è che, mentre il mondo del lavoro e delle imprese lotta ogni giorno per la sopravvivenza, quello della politica italiana è da anni impegnato, quasi esclusivamente, a discutere le questioni legate ai problemi personali del Capo del Governo. L’opposizione, proprio perché barricata dentro i confini nazionali, non può porsi all’altezza dei problemi (che sono europei e mondiali) ed è, quindi, condannata a rimanere priva di identità e disarmata di fronte al populismo ed al fondamentalismo di mercato.

La decadenza economica e sociale del Paese (prima ancora di quella politica), è certificata in sede internazionale. Mezzo Paese è in mano alla criminalità organizzata, la corruzione imperversa nella politica e negli affari, la tenuta sociale subisce profonde incrinature per effetto di una disoccupazione crescente e di una insicurezza sociale derivante da una fallimentare politica dell’inclusione. E ora la crisi è divenuta anche morale: il Paese è stato definito ‘senza dignità’, privo di qualsiasi credibilità sul piano internazionale.

L’Italia ha bisogno di una svolta politica decisa ed immediata. Ma non può compierla da sola, perché non esiste più una politica nazionale a se stante, perchè l’Italia è parte di una Unione Europea, con regole ed istituzioni comuni in tutti i campi della vita sociale. Il nuovo patto di stabilità stabilirà nuovi vincoli ed una nuova procedura per ‘debito eccessivo’, mentre la supervisione europea sui bilanci e le finanziarie nazionali sarà operativa già dal prossimo gennaio.

Avremo, di fatto, la fine della distinzione tra la politica nazionale e quella europea ed il sorgere del primo embrione di un governo economico europeo.

Ciò cambierà anche lo scenario della lotta politica nazionale. Occorrerà porre mano alla riorganizzazione dello Stato, mobilitare risorse ingenti per risanare i conti pubblici e condurre una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, alla corruzione e all’evasione fiscale, autentiche piaghe che impediscono lo sviluppo del Paese. Questo impegno dovrà esser considerato come prioritario da parte di tutte le forze politiche, da perseguire congiuntamente negli ultimi anni della corrente legislatura.

Si tratta, da una parte, di rendere competitivo il Paese, dall’altra di metterlo in grado di svolgere un ruolo attivo nella costruzione del ‘governo economico europeo’, nuovo vincolo con il quale ogni Paese dovrà misurarsi.

Il governo Berlusconi non è compatibile con questo vincolo. La sua ideologia - la globalizzazione senza regole e senza un governo - entra ora in rotta di collisione con questa necessità impellente. Al di là degli scandali, della sua politica demagogica e populistica, è questo il motivo strutturale per cui questo governo non ha più motivo di esistere.

L’Italia ha bisogno dell’Europa, ma anche l’Europa ha bisogno di un’Italia che sia alfiere di una politica europea basata non più sul metodo intergovernativo, bensì comunitario e federale.

Di fronte alla crisi irreversibile del governo Berlusconi, occorre prospettare alla classe politica ed alla classe dirigente del Paese un’alternativa immediata, da perseguirsi con decisione.

Questa non può consistere nel ricorso alle elezioni anticipate che: a) accentuerebbero in misura spasmodica il conflitto politico sulle questioni nazionali, di mera lotta di potere tra partiti contrapposti; b) determinerebbero un’altissima instabilità politica nel futuro immediato con forti ripercussioni sul fronte finanziario; c) allontanerebbero la prospettiva del risanamento e della ripresa economica del Paese, determinando una divaricazione reale tra il nostro Paese e quelli più avanzati della zona Euro (Francia e Germania), mettendola seriamente a rischio.

Occorre, invece, dar vita un governo di garanzia costituzionale, retto da un’ampia maggioranza parlamentare, che porti a termine la legislatura con un programma fondato su pochi punti essenziali, indispensabili per far uscire l’Italia dalla crisi e per restituirle un ruolo importante nel processo di unificazione europea. Un “governo di garanzia costituzionale” non può inoltre limitarsi alla sola questione della riforma elettorale, cosa che finirebbe per procrastinare il compito del risanamento di cui il Paese ha urgente bisogno, che polarizzerebbe l’attenzione delle forze politiche su un problema importante, ma non decisivo ai fini della tenuta complessiva del Paese.

I punti programmatici sintetici di un governo di garanzia costituzionale (che deve, in ogni caso, impegnarsi da subito ad approvare la ‘legge di stabilità’) dovrebbero essere, a nostro avviso, i seguenti.

1) Un’Italia europea. Il nostro Paese deve perseguire contestualmente un duplice obiettivo: risanare i conti pubblici e battersi perché ci sia un rilancio, a livello europeo, di uno sviluppo compatibile, dal momento che i piani nazionali di intervento anticiclico si sono già rivelativi fallimentari ed inefficaci (hanno solo aumentato la spesa pubblica).

Ciò significa che il Paese dovrebbe:

predisporre misure di risanamento di lunga durata del debito pubblico, sia con razionalizzazioni negli apparati amministrativi centrali e periferici, sia soprattutto con una riduzione dei capitoli di bilancio relativi a quei beni pubblici che possono essere erogati in modo più efficace e meno costoso a livello europeo, grazie alle economie di scala che ne deriverebbero (difesa e politica estera unica, politica europea dell’immigrazione, ricerca ed innovazione) adoperarsi in sede europea per approntare misure di rilancio economico finanziate con un aumento del bilancio UE di almeno 1,5% del PIL europeo da perseguirsi attraverso:

un aumento delle risorse proprie, con il ricorso ad una fiscalità diretta dell’Unione (carbon tax e/o tassa sulle transazioni finanziarie), a copertura dei detti beni pubblici da erogarsi sul piano europeo, sostitutivi di quelli attualmente erogati con scarsa efficacia sul piano nazionale (principio di sussidiarietà).

l’emissione di union bonds, finalizzati agli investimenti nei settori strategici dell’energia e dell’ambiente, delle grandi infrastrutture materiali ed immateriali, al fine di rendere realmente competitiva l’economia europea, con crescita effettiva di benessere della società europea lungo la via della terza rivoluzione industriale.

Chiedere che il ‘fondo europeo di stabilità finanziaria’ varato nel maggio scorso venga reso permanente, una misura che non solo sconfiggerebbe la speculazione, ma che costituirebbe un’assunzione collettiva di responsabilità, cioè una solidarietà europea irreversibile sul fronte del debito pubblico, passo decisivo per la nascita di un governo federale in campo economico.

2) Un’Italia federale. Realizzazione di un federalismo ‘interno’ nell’ambito di un assetto condiviso e stabile del sistema costituzionale italiano e nel quadro di un processo di unificazione federale dell’Unione. Ciò costituirebbe, da una parte, la garanzia effettiva del mantenimento dell’unità del Paese, dall’altra consentirebbe di suddividere più agevolmente poteri, competenze e risorse tra il livello locale, nazionale ed europeo a seconda della tutela che occorre accordare ai diversi beni pubblici, sulla base del principio di sussidiarietà.

3) Un’Italia per la legalità. Misure drastiche di lotta all’evasione fiscale ed alle varie mafie, con rottura del mix politica-affari, condizione necessaria per avviare nuovi processi di investimento e di sviluppo economico: solo un’Italia europea supportata da una UE in cammino verso la costruzione di un ‘governo federale’ può rendere credibile questa battaglia decisiva per la democrazia del Paese.

4) Un’Italia per le riforme. Una nuova legge elettorale che dia effettive possibilità di scelta ai cittadini; una legge sul conflitto d’interessi; misure per la riduzione dei costi della politica; misure a breve per salvaguardare la coesione sociale (lotta alla disoccupazione ed alla xenofobia).

Attorno a questi punti programmatici possono unirsi quelle forze politiche italiane che ritengono che il Paese non debba ulteriormente pagare il costo di una decadenza politica, economica e sociale e di una lotta politica ridotta a pratica di dossieraggio e di ricatti. E che il recupero di una politica ‘alta’ e la rinascita del Paese passano attraverso la ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa fino al suo definitivo completamento: la Federazione europea.

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