Ancora sulla Grecia
Questo non è un articolo: è un appello. Il termometro dei CDS – le assicurazioni sugli investimenti finanziari – sta di nuovo segnando febbre alta per le finanze greche. Questo significa che sempre meno investitori si fidano dei titoli greci, e che il mercato li sta rigettando. Se la tendenza continua diventerà presto impossibile per il governo finanziare il proprio debito. Per questo vanno moltiplicandosi le voci di una possibile ristrutturazione. E ristrutturazione vuol dire bancarotta, ancorché parziale: qualcosa come il 50% dei creditori non avrà indietro i propri soldi. Se la superficie del problema sembra squisitamente tecnica, la sua sostanza è di altro genere. La sostanza dei problemi non è mai tecnica: ormai dovremmo averlo capito. E l’ipotesi di ristrutturazione del debito greco non è un’opzione da vagliare tra le altre: è una vergogna, di cui nessun politico europeo dovrebbe macchiarsi. Perché sarebbe la fine del progetto europeo, dello spirito europeo. Il fatto che molti cittadini europei – perfino molti politici – non si siano ancora accorti che esiste un progetto europeo non significa che non esista, e che non sia l’unico progetto politico degno di questo nome sul nostro continente. Ora, ci si è chiesti come reagirebbero gli investitori che fino ad oggi sono stati disposti a scommettere sui titoli degli altri paesi periferici dell’Unione? Ci si è chiesti che cosa accadrebbe se venisse a cadere il tabù supremo e uno stato europeo (uno stato dell’Unione, e per di più della zona euro) fosse lasciato fallire? Ci si è chiesti che cosa comporterebbe questa clamorosa, conclamata, plateale dichiarazione di fallimento del progetto europeo, della solidarietà europea? Per fortuna io e il mio lettore siamo persone a modo. Ma un osservatore un po’ irascibile sarebbe tentato di afferrare la classe dirigente europea per il bavero e strattonarla. La sua irresponsabilità sta raggiungendo un culmine storico. Improvvisamente pare che 60 anni di costruzione europea possano essere presi sottogamba e, all’occorrenza, gettati fuori bordo, e che due guerre mondiali e le loro atroci lezioni possano essere lasciate alle spalle e dimenticate. Si dà per scontato che un’intera classe politica – una classe politica che ha fra le mani i destini della civiltà europea – possa ridurre la propria capacità di visione e creazione all’asettico, cieco pragmatismo di un hedge fund. Ci stiamo giocando in borsa il passato e il futuro dell’Europa. Wolfgang Schäuble, il ministro tedesco delle finanze, ci sta abituando a impostare il problema greco in questi termini: o si ristruttura il debito, cercando di contenere i danni con un accorto monitoraggio, o la bancarotta sarà soltanto rinviata, con danni molto maggiori quando risulterà inevitabile. Il dilemma di Schäuble ha una sua lucidità. Il ministro dimentica però una terza opzione, l’unica che dovrebbe interessarci: salvare la Grecia mettendola sui binari dello sviluppo e dandole una bella spinta. È quello che ogni stato farebbe con una regione svantaggiata. È quello che gli Stati Uniti hanno fatto di recente con la California, senza neppure porsi il problema se fosse opportuno o no intervenire con il loro corposo bilancio federale.

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