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Peccato che abbiano sofferto di una strana sindrome

La CrescitoMania

a pensarci bene per i ragazzi degli anni 50, i “baby-boomers” come li chiamano in America, la vita non è andata poi così male, visto che hanno evitato di andare in guerra, quella che hanno tanto combattuto con le loro idee. Idee predicate e soprattutto cantate durante la "Rivoluzione dei fiori nei cannoni", quando parlavano di pace, di libertà, di uguaglianza, di parità tra i sessi .…. E poi sono stati una generazione che ha lottato poco per difendere un onesto lavoro.
Peccato che vivendo sempre in una realtà con i conti perennemente in rosso, non abbiano capito in tempo che, prima o poi, si tirano le somme e qualcuno paga sempre.
24 maggio 2012 - Ernesto Celestini

Nel periodo di massima espansione dell'economia e delle tecnologie i “baby-boomers” avrebbero potuto veramente cambiare il mondo, ma le idee non hanno mai avuto vita semplice. Come è sempre stato "gli eroi muoiono a 20 anni". E anche loro, come tutti quelli che hanno avuto idee in contrapposizione con il modo di vivere contemporaneo, consolidato e comodo per le oligarchie al governo, non ce l'hanno fatta.

Hanno subito abboccato all'amo delle droghe facili, quelle che improvvisamente   venivano messe in mano ai giovani quando si riunivano per manifestare, nei festival e anche quando intorno a una chitarra si cantava tutti insieme. Era tanto facile entrare in quel giro che nel pensiero comune si è subito associato "pace e droghe", "sesso e violenza". È stato il primo esempio palese di  come si possono manipolare le masse popolari, quando tentano di far guerra contro una classe che  “sta bene dove sta”.

E gli eroi, ad uno ad uno, hanno cambiato pelle, sono entrati nel sistema tanto odiato e si sono distratti, tanto distratti da non accorgersi che nel frattempo il mondo stava cominciando a girare più veloce in quella stessa direzione che loro volevano correggere. Ogni tanto tutti si ritrovavano per celebrare l’ “osso”, costituito da piccole concessioni sociali, che gli avevano buttato e intanto si continuava a bruciare foreste, costruire inutili ponti con finto cemento e a spiegare alla gente quanto fosse meglio vivere con gli OGM o quanto sarebbe giusto esportare la democrazia.

Il mondo continuava a crescere, nel modo più sbagliato e pericoloso possibile, ma il PIL cresceva e tutti pensavano sempre meno. E’ stato allora che è morta la generazione dei “baby-boomers” anche se qualcuno cominciava a scrivere di “decrescita felice”. Ma erano talmente pochi e lontani da qualsiasi convenienza politica che non valeva la pena nemmeno commentare, anzi, si è preferito continuare a parlare di economia. Ma in realtà la era svuotata del suo significato per confonderla con la finanza, che a sua volta è servita per nobilitare la parola speculazione.

Negli affari quando una parte è soddisfatta di come vanno le cose e non vuole fare un nuovo accordo, si dice che si cerca di: "Buttarla in caciara". E infatti mischiando tutti gli elementi e non riconoscendo alle parole il loro vero significato, si riesce più facilmente a confondere l'altra parte (in questo caso la popolazione) che capisce sempre meno ( si sente ignorante) e si distrae e allora, se si è già spiegato che non esistono più le ideologie, la politica può occuparsi dei fatti.

Ma i "fatti" per essere funzionali al progresso del paese devono rientrare in un progetto politico di lungo respiro e, se questo progetto non esiste ancora, si riesce a far passare quelle leggi (fuori da qualsiasi logica politica o sociale) che garantiscono legalità alle operazioni che, di fatto, si sono già realizzate: diventano legali le speculazioni sulla compravendita dei soldi, sulle scommesse e sul valore delle merci di domani, il falso nel bilancio delle aziende, e tutto quanto non è espressamente vietato per legge. Se, poi, si è spiegato anche che chi non gradisce questa “new- economy” è un vecchio rappresentante di una obsoleta “old-economy”, il gioco è fatto.

Il mondo è cresciuto molto negli ultimi sessant'anni, anzi si è ammalato di crescita. La crescita è addirittura diventata una mania, l'unico modo per misurare il benessere, un modo facile da confrontare, che si vede bene anche nei grafici: quando sale tutto va bene, altrimenti tutto va male.

Per crescere basta mettere nel conto qualsiasi voce: posso fare una rapina e comprare delle case, posso tagliare e vendere droga, posso costruire o comprare e vendere armi, posso creare e vendere “titoli tossici”, comunque, se faccio girare denaro contribuisco alla crescita.  Tutto aiuta, come le guerre, la corruzione, la criminalità. È una somma di voci, una addizione e pertanto non fa discriminazioni.

Tutti, politici, finanzieri, economisti oggi ci spiegano che non faremo altra crescita la crisi economica si aggraverà e si perderanno altri posti di lavoro:  questo perché lo stabilisce una formula aritmetica.

A nessuno conviene controllare se i fattori della formula sono giusti. Se si rivelasse che la popolazione mondiale potrebbe continuare a mantenere lo stesso tenore di vita se si spendesse solo la metà del PIL, si rischierebbe di far scoppiare il panico e far inceppare tutto il sistema.

Se il parametro che stabilisce il benessere di un paese è il PIL e se tutti i paesi hanno un debito pubblico è ovvio che una decrescita diminuirebbe anche il valore del PIL, ma il debito pubblico resterebbe invariato, in valore assoluto ma, essenzialmente, aumenterebbe la sua percentuale di incidenza sul PIL. Non cambierebbe nulla, ma ormai è la finanza a governare sui governi e un giudizio negativo sull'affidabilità di uno Stato fa pericolosamente oscillare o crollare le borse.

È tutto come un incubo, non cambia niente nel mondo reale, ma di notte ci si agita, ci si sente oppressi, mancano i punti di appoggio, sembra di morire finché qualcuno ci sveglia, e si vede che è stata solo fantasia.

Moody's, Fitch Ratings e qualsiasi altra agenzia di valutazione non hanno titoli giuridici per giudicare, né per influenzare i mercati e alterare il prezzo delle merci o il rispetto dei diritti umani.

Il debito pubblico è composto in massima parte da interessi imposti da banche e finanza durante lunghi anni di egemonia sulla politica. I deficit reali di tutti i paesi occidentali non esisterebbero più da vari anni se non dovessero includere gli interessi da pagare sul debito pregresso. In Italia servono 70 miliardi ogni anno per pagare gli interessi, è quasi il 10% della spesa pubblica.

Il PIL non indica il livello di benessere o la qualità della vita della popolazione, è solo uno strumento per parametri grafici. La crescita non serve a niente se non è funzionale ad uno sviluppo reale della società.

Pochi anni fa, prima della crisi del 2008, mi trovavo a parlare con alcuni miei giovani collaboratori, quasi tutti laureati alla Bocconi, e chiesi chi di loro avesse “amici che lavoravano”. Non compresero la mia domanda, perché quasi tutti i loro amici avevano un'occupazione (in banca, nelle assicurazioni, nella consulenza, nel marketing, nella comunicazione ecc.) ovviamente nessuno svolgeva un'attività artigianale o manovale, nessuno creava qualcosa di tangibile.

Soffriamo tutti di “crescitomania” e sarebbe arrivato il momento di ragionare, di fare autoanalisi e chiederci se riusciremmo a vivere uscendo da questa spirale di crescita.
Potremmo approfittare di questo momento per riequilibrare il rapporto tra l'uomo, la società e la natura, non sarebbe sbagliato cercare di sostituire tutta quella infrastruttura che si è creata per sostenere una società basata sulla convinzione che le materie prime siano infinite e che il pianeta sia proprietà della specie umana e non un possesso temporaneo della nostra generazione.

Le culture dei popoli precolombiani, gli indiani d'America, sentivano uno strettissimo legame con la madre terra e gli Dei ( quindi la legge dello stato ) concedevano loro “il libero utilizzo di tutti i beni necessari per la loro sopravvivenza, e consideravano peccato ( quindi reato) qualsiasi accumulo (appropriazione indebita) dei beni destinati a garantire la vita alle generazioni future.

Per costruire il futuro, basta guardare al passato ed evitare di ripetere gli errori già commessi. La politica di domani deve sapere che l’uomo vuole lavorare e non si oppone alla mobilità, accetta volentieri di smettere un lavoro inutile, purché si sia già pensato a qual è un lavoro utile per la società e per una miglior qualità della vita. Quello che è giusto non accettare è la mancanza di prospettive di chi comanda e il millantare la propria  incapacità personale per “bisogno di precariato nella vita”.

Note:

http://decrescitafelice.it/
http://decrescitafelice.it/maurizio-pallante/
http://www.paea.it/

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