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3 maggio 2007

L'amore dei due fratelli

Autore: Rocco Chinnici

L’AMORE DEI DUE FRATELLI

L’odore d’incenso inebria i pensieri conducendoli per mano a tempi remoti, a quando, bambini, ci rincorrevamo sui prati e salivamo sugli alberi di mandorlo, dove ancora oggi nidifica il cardellino, ad osservare la schiusa delle piccole uova; mentre il suono stonato della vecchia tromba del guardiano c’invitava ad uscire dal quel podere non nostro.
È strano il fenomeno della vita: quando sembra non dover finire mai, d’un colpo ti trovi lì senza saperlo. Anche questo è un curioso fenomeno; si è davvero certi che ognuno che muore non sappia d’esser lì, morto, attorniato da parenti e amici? Io sono sicuro d’esser qui, da vivo s’intende, anzi certo, perché sento di toccare il mio corpo e mi interrogo su questo mistero, ripromettendomi di non dimenticare in quel giorno, speriamo molto lontano, di osservare i curiosi che scruteranno il mio feretro pregando, con lo sguardo dell’ipocrisia, mentre io, anima vagante, riderò beffandomi di quei pianti finti.
Come ora finto e falso è il pianto di Giovanni che si strugge, si fa per dire, per la morte del fratello Luigi.
Ah, se il parroco avesse sentito le grida che si facevano i due per misere cose, le liti che nascevano lì per lì da situazioni delle quali a volte neanch’io, pur essendo stato loro compagno di giochi, riuscivo a comprendere il motivo. Bastava che uno dei due salisse sull’albero prima ancora dell’altro che si scatenava la guerra, o – che so – che la maestra desse un voto più alto a Giovanni anziché a Luigi, o viceversa e… apriti cielo! Chissà se il parroco avrebbe continuato ad incensare con la solita serenità e la calma che si ha nel salutare per l’ultima volta un defunto.
«Hai da farti animo» qualcuno suggeriva a Giovanni, durante la stretta di mano che si suole dare in chiesa a rito ultimato.
«Bisogna rispettarsi, quando si è vivi!» ripeteva qualche altro, senza riferimento o allusione alcuna all’astio dei due fratelli.
Quante promesse fatte a mamma Giovanna, che non avrebbero litigato mai più, e lei, povera donna, manto della bontà, riusciva ad accogliere anche le ingiurie del marito che, a causa della continua lite dei due fratelli, le rimproverava la sua eccessiva mitezza di donna pia e caritatevole. La domenica li agghindava e, con le scarpette lustre e la riga ai capelli ancora inumiditi, li portava con sé in chiesa, pensando, povera donna, di farne uomini timorati da Dio. Ma guai se la riga ai capelli di uno era più storta di quella dell’altro, si rischiava di finire a botte anche in quel giorno di festa.
Il forte odore d’incenso e la quiete che regna soave dentro la chiesa spinge sempre più la mente a lunghi cammini erranti, ora in un bosco a raccogliere funghi, ora su di una barca a pescare… Ah, se potessi, anche se penso di non essere un buon pescatore, pescare quell’anima dannata di Luigi, e, in tempo, prima che arrivi al cospetto divino! Le consiglierei di avvicinarsi all’orecchio del fratello e sussurrargli il perdono, o semplicemente: «Ti voglio bene».
Dicono che il bene e il male siano fratelli; a dire il vero non sono riuscito mai a capire chi dei due fratelli rappresentasse ora l’uno ora l’altro.
Giovanni, da adulto, s’era fatto più tenero, cercava di evitare la lite, anche rimettendoci qualcosa. Ricordo il giorno che i due presero possesso dei beni lasciati in eredità, due lotti di terra coltivati a mandorli ed uliveto, ed anche lì ebbe a nascere una questione a causa di un albero d’ulivo, che veniva a cadere al centro del confine dei due, che ne rivendicavano la proprietà, e non si riusciva a venire alla conclusione. L’ulivo, che rappresenta l’albero della pace, era diventato l’albero della discordia.
La storia si condusse nel tempo, inasprendo sempre più gli animi dei due, che vollero fossi io il giudice di pace.
Su di uno scaffale, da qualche tempo tenevo una vecchia motosega; non ricordo nemmeno se la lama, arrugginita e in disuso da diversi anni, fosse più in grado di tagliare. La presi e dissi loro che l’indomani ci saremmo incontrati nella contrada dove si trovava quell’albero di ulivo che, in famiglia, era già divenuto famoso.
All’alba del giorno seguente, fummo lì, sotto l’albero. Chiesi ai due come si poteva convenire affinché quella storia finisse, e quelli niente, anzi gli animi si stavano scaldando. Mi venne naturale aprire il portabagagli dell’auto, presi la vecchia motosega, l’accesi… I due si guardavano meravigliati senza aprire per niente bocca, ma… quando feci per avvicinarla al tronco, Giovanni mi fermò dicendo:
«Perché devi tagliarlo? È da tanti anni che nostro padre l’ha piantato!».
«Per non vedervi più litigare!» risposi. «M’avete chiamato per dar consiglio? Ebbene, questo è quanto ritengo sia giusto fare!».
«Giusto!» disse Luigi. «Che si tagli l’albero!».
Spensi la motosega e dissi:
«L’albero, d’ora innanzi, sarà di Giovanni! Giacché a te, Luigi, non interessa più tenerlo in vita».
A quelle mie parole, Luigi, a denti stretti, ebbe a dire «sì», e si allontanò, levandomi il saluto per parecchio tempo, ma di quell’albero non si parlò più.
L’odore d’incenso è svanito, e con esso i ricordi volano via; la folla si appresta a lasciare la chiesa e a seguire quel carro dove giace il corpo del defunto Luigi, mentre dal gruppo dei parenti si leva un pianto…
L’ultima falsità di una recita della commedia della vita.

Rocco

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