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13 maggio 2003

fiabe comuniste

raccolta di fiabe e piccoli racconti di A. Rossi

SOMMARIO




Prologo

Facciamo la pace

L’eredità

Il virus dell’ E.D.M.

È vero o non è vero che l’asino bianco c’ha il culo nero?

Vendimi l’aria

La madia del re

Il pitecantropus absurdus

La vera storia della rotta di Magellano

Relazione del dott. B. J. Gibbons al congresso internazionale psi-chiatrico di Parigi del 2015 – (prefazione - 1°intervista – documento - 2°intervista – documento - 3° intervista – documento – finale)

La folle meravigliosa avventura del cavaliere che non aveva voce, detto il Senza paura

I quarzi di Antiluna

San Franceschino

Cuordicocomero

Come persero la partita

Avventura di un orologio rotto

I ladri della felicità

La festa del patrono di Gravignana

Re Artù e quella volta che il sole sorse da occidente
Autore: alberto rossi

Alberto Rossi

fiabe
comuniste
ed altri racconti

dedicato a tutti i bambini
che non sanno cosa leggere ai grandi
quando la sera piangono prima di andare a letto

SOMMARIO


Prologo

Facciamo la pace

L’eredità

Il virus dell’ E.D.M.

È vero o non è vero che l’asino bianco c’ha il culo nero?

Vendimi l’aria

La madia del re

Il pitecantropus absurdus

La vera storia della rotta di Magellano

Relazione del dott. B. J. Gibbons al congresso internazionale psi-chiatrico di Parigi del 2015 – (prefazione - 1°intervista – documento - 2°intervista – documento - 3° intervista – documento – finale)

La folle meravigliosa avventura del cavaliere che non aveva voce, detto il Senza paura

I quarzi di Antiluna

San Franceschino

Cuordicocomero

Come persero la partita

Avventura di un orologio rotto

I ladri della felicità

La festa del patrono di Gravignana

Re Artù e quella volta che il sole sorse da occidente


PROLOGO

Tutto era pronto per l'Apocalisse, meno che i cinque scettici di Oz.
Nessuno seppe mai se quell'incredibile manipolo di vegliardi era il frutto di un incrollabile ottimismo o di una sfrontata incoscienza.
Loro, che quando Giosuè fermò il sole, si fermarono a prendere la tintarella.
Loro, che all'apparire delle sette vacche magre, si fecero un arrostino di vitello.
Loro, che a Gomorra salarono la pentola col naso della moglie di Lot.
Piantavano il grano nei campi di zizzania, ed il giorno che la terribile Morte gli si parò d'innanzi (l'avesse mai fatto!) andarono a mieterlo dopo averle rubato la falce fienaia. Col di lei nero mantello raccolsero la pula. E la Morte ormai ignuda, piangendo, promise di fare i conti con loro alla fine dell'Apocalisse, e se ne andò.
Finché non venne l'ora dell'Apocalisse, ma loro dissero che avevano l'orologio indietro, e nel turbinìo delle tenebre che avvolse la terra, telefonarono per il guasto all'Enel.
Poi apparvero i Quattro Cavalieri, e quelli misero su l'agenzia ippica, distraendo tutti i demoni preposti al cataclisma finale con il racket delle scommesse.
Davano il Cavaliere Nero due a uno, quello Rosso al tre e quello Verde al cinque e mezzo. E come ci rimase male il Cavaliere Verde per la bassa quotazione, che se ne tornò via stizzito senza nemmeno partecipare alla corsa!
All'apparire dei sette angeli con le sette trombe, quelli corsero a prendere sax e chitarre. E come il primo angelo cominciò il primo terrificante squillo, quelli attaccarono a schizzare blues...

FACCIAMO LA PACE

Un uomo viveva del lavoro del suo campo, e tanto gli bastava per essere felice.
Coltivava grano e girasoli, e la sua pergola dava l'uva più dolce di tutta la vallata.
Un giorno un gruppo di ladri e di assassini presero il suo campo, lo bastonarono fino quasi ad ammazzarlo, lo legarono ad una pesante catena e si stabilirono nella sua casa.
Poi lo obbligarono a lavorare per loro, a coltivare per loro il grano ed i girasoli sedici ore al giorno, tutti i giorni dell'anno, sempre in pesanti catene, e quando gli si ribellava, questi lo bastonavano fino quasi ad ammazzarlo.
Il pover'uomo bestemmiava la sua condizione, e quando il Pastore del villaggio venne a saperlo, si indignò molto con il pover'uomo, che tra l'altro non veniva nemmeno più in chiesa alla domenica e non santificava più la festa. Perciò non mosse un dito in suo aiuto, anche perché gli assassini gli donavano in beneficenza una parte del grano e dei girasoli, la qual cosa al Pastore era molto gradita.
E trascorsero così quarantacinque anni di bestemmie e di dolore. L'uomo, ormai vecchio, lavorava per i figli e per i nipoti degli assassini.
Al villaggio gli amici del pover'uomo non avevano gradito quello che gli assassini gli avevano fatto, ma nessuno di loro, per prudenza, aveva mosso un dito in suo aiuto per tutti questi quarantacinque anni.
Poi, un giorno, i figli ed i nipoti degli assassini (che bastonavano fino quasi ad ammazzarlo quel pover' uomo ogni volta che, bestemmiando, gli si rivoltava contro) tennero fra loro consiglio.
-Se vogliamo farci benvolere dal resto del villaggio, prima o poi dovremo fare la pace con quest'uomo- disse uno dei figli.
-Ma così perderemmo la terra, il grano e i girasoli- disse uno dei nipoti.
Allora chiamarono il pover'uomo che, in catene dopo sedici ore di lavoro, ascoltò queste parole.
-Abbiamo deciso di fare la pace con te, perché anche noi siamo stufi di vederti in catene. Così, se ci servirai senza più ribellarti, e lavorerai pacificamente per noi le tue sedici ore al giorno e ci porterai il grano ed i girasoli che questa terra produce, noi ti toglieremo le catene, firmeremo con te una pace sicura, ti permetteremo di andare in chiesa ogni domenica e ti lasceremo dormire nel vecchio fienile alla notte per riposarti.
Il pover' uomo, con le poche forze che gli erano rimaste, gli si avventò contro, e questa volta lo massacrarono di bastonate.
Poi andarono al villaggio e dissero:
- Ormai quest'uomo è morto. Che ragione c'è di coltivare ancora rancore verso di noi, se tanto ormai è morto? Non sarà il vostro rancore a riportarlo in vita. Facciamo dunque la pace fra noi e voi, perché dopo tutto, contro di voi non abbiamo fatto niente. Che sia dunque la pace! Soltanto dateci tre dei vostri uomini, perché coltivino per noi il nostro grano ed i nostri girasoli.
La cosa piacque molto al Pastore, che dal pulpito invitava il villaggio alla riconciliazione con i nuovi vicini.
-Ci vuole molto più coraggio per coltivare la pace che per ostinarsi nel rancore - diceva. -La pace sarà di giovamento per tutti, e tutti potranno essere perdonati dei loro molti peccati grazie ad un gesto di buona volontà.
E il villaggio, tenuto consiglio, così fece, per amore della pace.

L' EREDITÀ

Un giovane uomo salì alla montagna del santo eremita, in cerca di consiglio.
- Dimmi che vuoi, giovane uomo.
- O santo eremita, dimmi cosa posso fare. Sono il secondo di due fratelli…
- Ed una sola è l'eredità. Da quale paese provieni?
- Ad occidente di questi monti..
- E sei disposto a tutto pur di togliere l'eredità a tuo fratello?
- O santo eremita, a tutto!
- Allora ascolta questo consiglio. Va’, cerca la cosa più bella che c'è per adornare la tomba del tuo genitore, portala al suo sepolcro davanti a tutto il paese e l'eredità sarà tua.
- Tu dici bene, santo eremita, ma dove troverò la cosa più bella?
- Nelle nuvole, fra le stelle, fra la sabbia del deserto, nei sussurri del vento, in mezzo ai raggi del sole, fra i ricordi dei giorni antichi, chi può dirlo? Prima la cercherai, prima la troverai.
Il giovane partì allora alla ricerca della cosa più bella, come gli aveva detto l'eremita.
Dopo cento giorni il giovane salì nuovamente alla montagna del santo eremita.
- Hai dunque trovato la cosa più bella?
- O santo eremita, io non l'ho ancora, e mio fratello già accampa diritti sull'eredità.
- Hai tu guardato fra le nubi, fra le stelle, nella sabbia, dentro il vento, sopra il sole, dietro ai ricordi, come ti avevo detto?
- Ho provato, come tu mi hai detto, ma non sono riuscito. Molte reti ho gettato nel cielo, ma le nubi non si fecero imbrigliare. Molti colpi ho sparato nella notte, ma le stelle non si fecero colpire. E non so quante tagliole ho sparso nel deserto, ma le dune non si fecero catturare. E quante trappole ho teso al vento, senza prendere una sola brezza d'autunno. E quanti sguardi ho gettato al sole, senza imprigionarne un solo raggio. E quanta terra ho gettato sui ricordi, senza poterne seppellire nemmeno uno. Adesso che cosa porterò sul sepolcro del mio genitore?
Gli rispose il santo eremita:
- Se vuoi catturare le nuvole, non ti serviranno reti da gettare al cielo, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille giorni ti fermerai a guardarle, se per mille giorni ne indovinerai le forme continuamente cangianti nell'azzurro del cielo, e darai loro un nome e le chiamerai una ad una, per mille giorni solo tu con loro e il tuo sguardo al cielo, al millesimo ed un giorno tu pure sarai nuvola.
- E se vuoi afferrare una stella, non ti serviranno proiettili da sparare alla notte, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille sere scruterai le notti, se per mille volte alzerai il tuo sguardo alla volta del cielo e conterai le miriadi di miriadi, e darai loro un nome e le chiamerai una ad una, per mille giorni solo tu con loro e il tuo sguardo alla notte, al millesimo ed un giorno tu pure sarai stella.
-E se vuoi catturare il deserto, non ti serviranno le tagliole, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille mezzogiorni ascolterai il sole penetrare dentro ai sassi bollenti, se per mille volte sentirai spaccarsi le rocce e vedrai le sabbie nascere dai sassi riarsi, ed il migrare delle dune, e darai a loro un nome e le chiamerai una ad una, per mille giorni solo tu con loro, e tu dentro alle rocce ubriacate dal sole, al millesimo ed un giorno tu pure sarai sabbia.
-E se vuoi catturare il vento, a nulla ti serviranno le trappole, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille giorni lascerai la tua pelle sfiorare le brezze, se dalle cime di mille monti ti farai accarezzare dai silenzi, e darai loro un nome e li chiamerai uno ad uno, per mille volte solo tu con lo sferzare delle tempeste, al millesimo ed un giorno tu pure sarai vento.
-E se vuoi appropriarti dei raggi del sole, a nulla ti serviranno gli sguardi se non a lasciarti cieco, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille mattini saprai ascoltare i suoi primi bagliori, e vedrai nascere i colori e spiegarsi le tinte della luce sui monti e sulle foreste, se per mille volte ascolterai i fiori parlare con loro, ed ai colori darai un nome e li chiamerai uno ad uno, per mille mattini tu solo con le luci dell'alba, al millesimo ed un giorno anche tu sarai luce.
-E se vuoi seppellire i ricordi, a nulla ti servirà gettarci la terra, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille volte ancora ascolterai le loro speranze e rivivrai i tempi ed i giorni, se per mille rimorsi ricostruirai un volto al passato, se a quei rimorsi darai un nome ed avrai il coraggio di chiamarli uno ad uno, tu solo con il tuo passato, al millesimo ed un giorno anche tu non sarai che un ricordo.
All'udir ciò, il giovane scese dalla montagna e fece come l'eremita gli aveva detto. Per mille giorni guardò le nuvole passare nel cielo, e per mille giorni ancora dette un nome alle miriadi delle stelle, e per mille giorni ancora ascoltò i silenzi delle rocce e poi per altri mille gli ululati dei venti. La cosa più terribile fu ricordare i passati per mille giorni ancora. Passato che fu tutto questo tempo, si incamminò nuovamente verso la montagna del santo eremita.
Come lo vide, l'eremita gli disse:
- Tuo fratello è morto.
- Lo so, me lo ha detto il vento.
- Hai dunque trovato quello che andavi cercando?
- Tu lo sai. Ognuno è in sé una cosa preziosa, la più preziosa, perchè può dare un nome alle nubi, alle stelle ed ai ricordi.
- Io ormai sono troppo vecchio.
- Anche questo mi ha detto il vento. Ma cosa dovrò dire loro, quando vorranno altri consigli per altre eredità, loro che non sanno delle nuvole e delle stelle, delle rocce e dei venti?
- Qualcuno vorrà la cosa più preziosa. Come io ho guidato te, tu li guiderai alla meraviglia della Creazione. Quando qualcuno di essi ritornerà, lascerai a tua volta questa montagna e mi raggiungerai nel vento.

IL VIRUS DELL' E.D.M.

Avete presente le varie parti del corpo? Stanno fra loro in perfetto equilibrio. Ognuna riceve dalle altre di quanto necessita, ognuna svolge una funzione adeguata, fornendo un qualche contributo per le altre.
Ma non sempre questo armonico equilibrio si riesce a mantenere!
La nostra storia comincia un giorno, in un corpo sano, quando entrò il virus dell’EDM (virus dell'economia di mercato) e la libertà di impresa colpì il fegato. Questi cominciò una superproduzione di bile, che immagazzinò in una cistifellea gonfia a dismisura, convinto di poterla collocare sul mercato con profitto.
Ben presto il corpo intero fu invaso di bile, ma il fegato ugualmente tentava di incrementarne il mercato, e convinse gli intestini, con una bombardante campagna pubblicitaria, ad aumentare il "fabbisogno".
"Bile: e sai cosa bevi!"; "Chi beve bile, campa cent'anni"; "Bile: per molti, ma non per tutti."... E tutti gli intestini, giù a prender bile!
Ora,per produrre tutta quella bile, ben presto si accorse che gli necessitava un maggior apporto di ossigeno per le sue cellule: già, ma dove lo trovava dell'altro ossigeno? Così escogitò la storia del polmone destro, il suo vicino.
-Il polmone - disse - mi sottrae sangue (cioè cibo ed ossigeno) prezioso!
In reltà al fegato arrivava sangue più che sufficiente per il proprio metabolismo, ma continuò a richiedere che dirottassero su di lui più sangue, più proteine, più vitamine, e tanto di quel chiasso fece per la cupidigia di maggiori ricchezze, che riuscì a far deviare su di sé una buona parte delle arterie destinate al polmone, sottraendo a quest'ultimo risorse vitali.
Poco tempo dopo il polmone si ammalò gravemente, e gli intestini non riuscirono più a digerire bene perché ubriachi di bile.
Il corpo intero morì, ed il ricco fegato non sopravvisse tre minuti.

È VERO O NON È VERO CHE L’ASINO BIANCO C' HA IL CULO NERO ?

Raglia il somaro che pur sembra chiaro:
culo non c'è più nero di me!

Nel paese dei somari bianchi scoppiò un putiferio.
Un giornale d'opposizione, gestito dai somari neri, se ne uscì con uno scoop d'altri tempi: "Edizione straordinaria! E' proprio vero: anche l'asino bianco ha il culo nero! Tutti i particolari."
Gli altolocati somari bianchi, da molti anni al potere, si videro così sbattuti in prima pagina per la prima volta per qualcosa che, lungi dall'essere la solita adulazione di regime, costituiva un vero colpo basso alla loro pubblica ed immacolata immagine di somari irreprensibili alla guida del paese.
Ragli di sommesso stupore cominciarono a circolare tra le equine menti benpensanti circa l'amara verità delle anali negritudini scoperte anche a carico della elitaria popolazione albina.
Il mito della purezza dell'equina razza bianca, dei somari superiori, capaci, virtuosi, si sgretolava violentemente contro questa incoercibile evidenza: anche loro, sì, anche loro, dentro dentro, nel più basso e plebeo dei punti deboli, erano negri!
Negri proprio come tutti i somari, loro, i somari chiari, che sbandieravano la loro chiarezza come segno evidente di predestinazione, che per quel peloso candore si erano sempre sentiti i prediletti di Dio, loro che si erano sempre distinti in tutto dal resto della ceterità asinina, dal basso volgo delle moltitudini dal pelo bruno, ai quali ora tornavano ad essere spregevolmente equiparati in forza di quel piccolo blasfemo particolare... Che onta!
Certo, se qualcuno avesse avuto il coraggio di guardarli prima per il buco del culo, sarebbe stato facile scoprire che la merda bianca non esisteva per nessuno. Ma chi poteva osare guardare da dietro quei distinti somari dal candido pelo, cui si stava sempre di fronte e col capo chino, in deferente segno di subalternità?
Si comportavano da sempre come se anche i loro escrementi fossero bianchi, e tutti ci credevano, anzi, taluni pensavano che non cagassero nemmeno, tanto superiori apparivano ad ogni bisogno plebeo ancorché fisiologico.
Ma le feci, come la morte, livellano ogni distinzione. Davanti ad esse non regge discriminazione alcuna, di religione, di sesso, di ceto sociale, di lingua, di razza, niente. Le feci, la vera costituzione! Per tutti cacche dello stesso colore, per tutti merda dello stesso sgradevole odore, senza distinzione. Le feci, la vera democrazia!
Quelle feci che tutti rendevano uguali forse potevano anche essere accusate di comunismo, ma di fatto equiparavano l'asinina condizione tanto per gli austeri somari chiari, quanto per la moltitudine plebea dei somari bruni.
Ed anche per i somari chiari, quelli che ragliavano con la erre moscia e che indossavano solo zoccoli firmati, tutto quel loro avere la puzza sotto il naso fece nascere il dubbio di un origine endocrina del malodore percepito con tanta ostentazione: e se quella puzza, invece che delle cacche altrui, fosse la mera risultanza olfattiva dei loro stessi escrementi neri, maledettamente neri, oscenamente neri, neri come i loro buchi del culo?
Comunque, ciò costituiva un problema politico serio: perché la perdita del prestigio non è che l'anticamera della perdita del potere.
Occorreva trovare un'immediata risposta alle infamanti accuse lanciate dal giornale delle opposizioni, perché già nei bar, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole non si parlava d'altro. Ovunque lo stesso ritornello, che il popolino invidioso si passava di bocca in bocca: "è vero o non è vero che l'asino bianco ha il culo nero?".
E giù raglianti risate ogniqualvolta che qualcuno pronunciava, anche per caso, l'aggettivo "nero", e giù risolini ogniqualvolta che per strada passava un asino bianco; insomma, una situazione insostenibile. Ma che fare?
Che fare se le feci rimanevano per tutti comunque nere, maledettamente " n e r e "! Come avrebbero potuto ora fare le tre repubbliche, quella dei ricchi asini bianchi al nord, quella dei centristi dal pelo marrone, e quella dei negri meridionali al sud, se tutti ugualmente erano neri nel buco del culo?
Ed alle elezioni, cosa avrebbero potuto dire i somari chiari a quelli bruni: "guarda che culo sudicio che hai" ? "hai visto come olezzi"? "Non votate per lui perché puzza e mangia i ciuchini"? E come, visto che, se i bruni avevano il culo nero, anche i chiari avevano il culo nero, ed erano maledettamente uguali se visti da dietro!
Il buco del culo: questa fu la vera fine politica dei somari bianchi!
La loro grande colpa fu di averlo uguale a quello di tutti gli altri, e cioè nero, oscenamente nero, maledettamente … NERO !


VENDIMI L' ARIA

Un giorno al villaggio si presentò un insolito individuo, vestito in maniera straniera, che veniva da un altro pianeta, sembra da oriente.
Passava di casa in casa, di capanna in capanna, e diceva ad ogni uomo del villaggio:
- Vendimi la tua aria !
L'aria?
Noi ci guardammo tutti sbigottiti: come si poteva pensare di “comprare” l'aria?
L'aria è di tutti, è qui, è lì, tutti la respirano, uomini ed animali...
Sembrava a tutti un'idea balorda, cose di un altro pianeta.
Ma lo straniero insisteva, insisteva: "vendimi l'aria". E dava due sacchi di riso per l'aria di ognuno.
Così cominciammo a vendergli l'aria, perché due sacchi di riso, eh, facevano comodo a tutti. E poi che cosa ci si perdeva a vendere ciò che comunque non era di nessuno?
Insomma, fosse stato per noi gli avremmo venduto anche le stelle ed il vento ed i fiumi. Occhio di Lince provò a vendergli la notte, ma lo straniero dava i due sacchi di riso solo per l'aria, ed ebbe anche lui i suoi bravi due sacchi di riso e non un chicco di più. Solo il vecchio Alce Silenzioso non volle vendergli l'aria, ma lui stava sempre da solo, due miglia oltre il villaggio.
Poi un giorno lo straniero convocò il consiglio degli anziani e disse:
- A tutti voi ho comprato l'aria, e tutti voi avete ricevuto due sacchi di riso: dunque l'aria sopra questo villaggio è mia.
Gli anziani convennero che il sacrificio di tutti quei sacchi valeva bene il "possesso" dell'aria. Poi lo straniero continuò:
- Ora andatevene via di qui, perché non voglio che respiriate la mia aria, andate a respirare l'aria di qualcun altro.
Gli anziani si guardarono sorpresi, ma dovettero ammettere che quello che chiedeva era giusto, e che se l'aria era sua non dovevamo respirarla. Ma, se non la potevamo respirare, dovevamo andare via tutti da lì e trasferire il villaggio. Allora gli anziani gli dissero:
- Quello che chiedi è giusto, perché tutti noi abbiamo preso riso in cambio di aria. Ma ti preghiamo, adesso rivendici l'aria che troppo facilmente ti abbiamo ceduto, perché non si debba trasferire il villaggio: ti daremo per questo lo stesso riso che abbiamo preso da te ed in più altri cento sacchi.
Lo straniero però disse che voleva tenersi l'aria. Tuttavia avrebbe permesso a ciascuno di respirarne quanto bastava per sé in cambio di una sola ciotola di riso a settimana.
Gli anziani giudicarono equa la proposta dello straniero, e da quel giorno ogni uomo del villaggio portava una ciotola di riso allo straniero per ogni componente della sua famiglia, ogni settimana.
Nel giro di un anno lo straniero ricevette più riso di quello che aveva dato a noi, e l'aria restava sua. Ed ogni settimana gli dovevamo portare altro riso, e presto il riso cominciò a scarseggiare anche per noi. Lo straniero invece, padrone dell'aria, senza fare niente accumulava grandi quantità di quel riso che noi, con sudore, strappavamo alla terra.
Un giorno Occhio di Lince smise di portare la sua ciotola di riso.
Lo straniero andò su tutte le furie e convocò il consiglio degli anziani.
- Anche lui-diceva- respira la mia aria e quindi mi deve il riso.
-No - rispose Occhio di Lince - io non respiro più la tua aria: ho parlato con Alce Silenzioso, che ha detto che posso respirare della sua. Tu, è vero, hai la grande parte dell'aria di questo villaggio, ma una parte dell'aria è sempre di Alce Silenzioso. Puoi tu misurare quanta aria sia tua e quanta invece sua? E dunque come puoi dire che è della tua quella che respiro? Io non ti darò più ciotole di riso.
Il consiglio degli anziani trovò giuste le ragioni di Occhio di Lince, e lo dispensarono dall'obbligo di portare il riso allo straniero.
Il giorno dopo tutti corsero da Alce Silenzioso, che a tutti prestò la sua aria. Lo straniero era furente!
Il giorno ancora dopo Alce Silenzioso fu trovato morto nella sua capanna.
Tutti pensarono che era stato lo straniero, ma nessuno lo aveva visto, e non lo poterono incriminare.
Lo straniero però convocò il consiglio, e disse:
- Ora che Alce Silenzioso non è più di questa terra (gli dei lo accolgano), egli non ha più parte di aria in questo villaggio, e perciò tutta l'aria adesso mi appartiene. Ed io non voglio che respiriate più la mia aria a meno che ognuno di voi non mi porti tre, dico tre ciotole di riso a settimana. Così ho stabilito che sia della mia aria.
Il giorno dopo trovarono morto lo straniero.
Tutti pensarono che era stato Occhio di Lince, ma nessuno lo aveva visto, e non lo poterono incriminare.
La morte dello straniero fu però la nostra condanna.
Non so come gli amici dello straniero seppero della sua scomparsa, ma vennero a migliaia muovendo guerra contro il villaggio, per vendicarlo. I loro guerrieri erano forti, le loro armi terribili, di un altro pianeta, e molti dei nostri vennero uccisi, ed il villaggio fu esiliato. E partimmo per luoghi lontani ed ostili, oltre i confini che gli stranieri ci imposero. Più di tre anni di cammino impiegammo per giungervi, e là il villaggio fu ricostruito. Ma ormai non eravamo che pochi sopravvisuti.
Dopo tre anni che il villaggio si era trasferito, un giorno si presentò un insolito individuo, vestito in maniera straniera, che veniva da un altro pianeta, sembra da occidente.
Passava di casa in casa, di capanna in capanna, e diceva ad ogni uomo del villaggio:
- Vendimi la tua terra!
La terra?
Noi ci guardammo tutti sbigottiti: come si poteva pensare di "comprare" la terra! La terra è di tutti, è qui, è ovunque intorno a noi, e tutti ci camminano sopra, uomini ed animali, e tutti ne mangiano i frutti.
Sembrava a tutti un'idea balorda, cose di un altro pianeta.
Ma lo straniero insisteva, insisteva...

LA MADIA DEL RE

Un topolino ardito raggiunse la madia del Re.
Quando il Gran Dispensiere di corte informò Sua Maestà dell’avvenuto rosicchiamento del pane regio, il Re fece tagliare la testa del Gran Dispensiere.
La Regina pensò tra sé che sarebbe stato meglio per lui fosse stato zitto.
E dal momento che bisognava trovare un nuovo Gran Dispensiere, il Re promosse a questa augusta carica il Cuoco di Corte, e il giovane garzone del cuoco a Cuoco di Corte egli stesso.
Quindi ordinò che nessuno, topo od uomo che fosse, osasse più in alcun modo diminuire il pane regio.
Ma quello che gli uomini obbediscono, non l'obbediscono i topi!
Per assicurarsi la testa ben appiccicata sul collo, il nuovo Gran Dispensiere mise trappole per topi in tutta la cucina regia, e due grandi e feroci gatti da guardia davanti alla madia.
Ma, invece, furono proprio i gatti a finire presi nelle trappole, ed il topolino ardito riuscì, con tutto il comodo suo, a rosicchiarsi un altro bel pezzettino di pane.
Il nuovo Gran Dispensiere se ne accorse e corse a riferirlo al Re, che gli fece tagliare la testa. La Regina pensò tra sé che sarebbe stato meglio per lui fosse stato zitto.
Poi il Re nominò Gran Dispensiere il giovane cuoco, che già era stato garzone cuciniere, la qual cosa piacque molto alla Regina che prese a convocare sovente il neo nuovo Gran Dispensiere presso di lei, nei suoi appartamenti privati, per potergli ordinare le provvigioni di suo gradimento.
La Regina ed il Gran Dispensiere pensarono tuttavia che sarebbe stato meglio per loro se fossero rimasti zitti.
Molti giorni passarono. Il Re vinse una guerra, fermando vittoriosamente l'esercito nemico di un altro re che voleva rosicchiargli un pezzo di regno. Ma non riuscì a fermare il topolino ardito, che continuava a fare man bassa di pane regio nella madia del Re, ed il Gran Dispensiere rimase zitto, della qual cosa molto il topolino gli fu grato.
Finché un giorno il Gran Ciambellano riferì costernato al suo Re che qualcuno rosicchiava il pane della regal madia e qualcun altro rosicchiava l'affetto della sua regal sposa.
Il Re, furente, per prima cosa fece tagliare la testa del Gran Ciambellano, e la Regina pensò tra sé la solita cosa.
Poi il Re corse a controllare di persona come stessero i fatti all'interno della madia regia e scoprì che il pane era rosicchiato davvero!
Fuori di sé, stava per avventarsi sul Gran Dispensiere, quando saltò fuori il topolino ardito, che ritto sulla madia con le proprie zampette alzate, così parlò al Re:
- “Maestà, anche se non sono che un topolino, ardisco di parlarvi.”
Il Re, e tutti quelli del suo seguito, all'udir parlare il topolino, rimasero esterrefatti. Meno il Grande Sapiente di Corte, che con la sua barba bianca sussurrò negli orecchi del Re: “Già è capitato, qualche volta, che quello che non osano dire gli uomini, lo dicano i topi. Me lo hanno detto le stelle”.
Il Re allora, rivolto al topolino, gli ordinò di parlare.
- “Maestà, questa vostra regal madia è piena di ottimo pane, sempre fresco, sempre abbondante, che i vostri servitori preparano per voi con amore e dedizione.
“I regi fornai cuociono per voi le migliori farine, macinate dai più abili mugnai con i frumenti più pregiati, scelti solo per voi. Ma voi, Sire, questo pane neppure lo assaggiate. Se non fosse per me, nessuno sulla terra conoscerebbe quanto è buono il pane del Re, se non i porci dopo che è già ammuffito. Io solo posso attestare l'orgoglio dei vostri fornai, dei vostri mugnai, dei vostri coltivatori, che senza di me faticherebbero invano per un pane che nessuno consuma. Vi par dunque la mia una colpa tanto grave? Non ho che rosicchiato un pane altrimenti destinato alla muffa.”
Il Re capì bene quello che voleva dire il topolino. Si voltò a guardare la sua sposa, e per la prima volta in vita sua si accorse di quanto era bella la sua Regina, che tutti gli altri re gli invidiavano. Licenziò il Gran Dispensiere senza fargli tagliare la testa, e da quel giorno lui e la Regina fecero lunghe camminate insieme nei giardini reali dietro al palazzo. Dopo nove mesi nacque al Re un erede, maschio, l'orgoglio del regno e l'invidia di tutti gli altri re.
Si dice che da quel giorno il Re ricominciò a mangiare con gusto anche l'ottimo pane che i suoi servitori preparavano per lui ogni giorno, e non ci fu più bisogno di far guerra ai nemici perché era contento del regno che aveva e della sua bellissima Regina.
Vissero così tutti felici e contenti, meno che il topolino ardito, a cui il Re fece tagliare la testa dietro consiglio del Grande Sapiente di Corte, che aveva letto nelle stelle la legge del mantenimento del prestigio per chi è chiamato ad esercitare il potere, ed era legge universale, valida anche per le fiabe.
“Primo dovere di un re è quello di non essere contraddetto, neanche quando ha torto, e nemmeno dai topi”, sussurrò contristato il Gran Sapiente all'orecchio del Re. “Cosa succederebbe se qualcuno si accorgesse che anche il Re può sbagliare? Chi più ubbidirebbe i suoi ordini?”.
La Regina pensò che, tutto sommato, per il topolino sarebbe stato meglio che non fosse stato troppo ardito, e che se fosse rimasto zitto ancora oggi avrebbe rosicchiato il pane regio dalla regal madia.
Ma lo pensò in scrupoloso silenzio.

IL PITECANTROPUS ABSURDUS

Uno scienziato pazzo faceva sperimentazioni sugli embrioni. Un giorno, dopo aver clonato un embrione di ornitorinco, ne ibridò i gameti con quelli di un rospo, li infettò con il virus dell'herpes simplex, ed innestò il tutto su di un embrione umano, ottenendone l'essere intelligente più sgangherato di questo mondo, che quindi decise di eliminare.
Ma, per errore, l'embrione finì nell'incubatrice del laboratorio sviluppandosi fino a nascere, e, nato, crebbe fino allo stadio adulto in sole dodici ore (perché il gene della crescita gli perveniva dall'herpes), e siccome dai cromosomi umani aveva acquisito l'intelligenza e la capacità di linguaggio, anche se in maniera un poco sgangherata, e da quelli del rospo aveva acquisito l'anelito alla libertà (gene ormai scomparso dal corredo cromosomico dell'homo sapiens, ma rimasto in quello dei rospi), il nuovo essere guadagnò la porta del laboratorio e se ne uscì nel mondo, all'insaputa dello scienziato pazzo, dove vide molte cose ancora più strampalate di lui che non riuscì a capire.
Ora, il nostro pitecantropus absurdus, all'età di tre giorni, si era già reso conto di quello che stava succedendo sul pianeta, poiché era molto intelligente, anche se di una intelligenza un po' sgangherata, ed aveva imparato anche a parlare, anche se con una sintassi un po' sgangherata, e camminava liberamente per il parco della città con una sgangherata andatura.
Ma, diciamolo, questo vero e proprio aborto evolutivo era davvero ridicolo con le sue tre gambe diseguali e la sua inutile ingombrante coda.
Al quarto giorno, dopo aver inciampato per tre volte sulla sua stessa coda, incontrò nel suo goffo procedere un homo sapiens, di razza bianca e cultura occidentale, insomma, il vertice della parabola evolutiva dell'universo, che nel vederselo davanti si sganasciò dalle risa.
Il pitecantropus absurdus, fresco di creazione e curioso di comprendere, rimase offeso di quella risata, e nel suo sgangherato linguaggio chiese la ragione di tanta ilarità al suo interlocutore sapiens.
- Ma non lo vedi quanto sei assurdo? - gli disse tra le risa il sapiens.
- No, vedere io non, caspita, dire quanto esso io il fui, dire tu meco!- chiese l'absurdus.
E il sapiens cominciò a sciorinare la lunga sequela delle sue evidenti malformazioni ed assurdità evolutive: le tre gambe diseguali, la coda sproporzionata, gli zoccoli dei piedi (lui, un essere plantigrado eretto!), l'incredibile pelo sul volto ed i genitali, invece, nudi, le mani palmate senza essere nuotatore, l'indice oppositore invece del pollice, gli occhi semoventi, la lingua vischiosa... mai si era vista cosa tanto buffa deambulare sulla terra!
- No, vero - disse allora impermalito l'absurdus - tu sbagliassi qui, ovvero, su terra tu buffissimo me di più, tu assurdo verace, tu mi capire non cosa esseresti caspita tu.
Il sapiens, sul principio divertito, gli chiese perché.
E l'absurdus, nel suo sgangherato idioma, cominciò a sua volta una lunga sequela di cose, apprese in quei tre giorni andando in giro e guardando la tivù.
Parlò di esseri che respiravano l'ossigeno ma che lo distruggevano, e loro con lui, per amore delle macchine: e questo era molto assurdo; parlò di esseri che uccidevano altri esseri come loro: e questo era molto assurdo; parlò delle stragi di consimili perpetrate per acquistare gialli metalli di cui non potevano nutrirsi e neri liquidi che bruciano ai quali non potevano abbeverarsi: ed anche questo era molto assurdo; parlò di esseri rinchiusi in alienanti edifici dove si producevano macchine e fogli, di catene di montaggio e atti cartacei, e che lo facevano per "procurarsi il cibo" invece di coltivare la terra, come se mangiassero quelli invece del pane: ed anche questo era assurdo; parlò di esseri che pensavano di dover superare altri esseri, e che per questo deformavano le loro menti ed i loro corpi: questo sì che era assurdo; parlò di esseri che, potendo con la loro intelligenza trovare i mezzi per essere felici, avevano invece trovato l'energia per distruggere ogni forma di vita e loro stessi con tutto il pianeta: questo pure era molto assurdo; e di molte guerre, e torture, e genocidi, e violenze, e soprusi d'ogni genere cominciò a parlare il pitecantropus absurdus, nel suo sgangherato linguaggio, per dimostrare che, in fin dei conti, con tutte le sue assurdità, era meno assurdo del genere umano.
Quando ebbe terminato, il pitecantropus absurdus se ne andò fiero di sé, continuando per il suo sgangherato cammino, lasciando il sapiens muto, immobile, impietrito nella sua follia...

LA VERA STORIA DELLA ROTTA DI MAGELLANO

Quando la piccola flotta del grande ammiraglio trovò il passaggio nella terra del fuoco (appunto: lo stretto di Magellano) e diresse fieramente le prue verso ovest a sverginare il Pacifico, successe né più né meno quello che era capitato a Colombo: prima di giungere nelle indie, s'incocciarono in un continente sconosciuto, che allora occupava la gran parte di quell'oceano.
Inciampando giocoforza in questo nuovo ostacolo, e non riuscendone a trovare, per la sua vastità, passaggio per l'occidente, al grande ammiraglio non rimase che scendere a veder che vi fosse.
Ma quello che vi scoprì fu terrificante!
Forme di vita bizzarre, vegetali ed animali, facevano del continente misterioso un agguato mortale di insidie, veleni, serpenti, trappole e belve feroci. Ad ogni passo sabbie mobili, erbe velenose, acque insalubri, arbusti carnivori, pesci mortali, gorghi invincibili, felini giganteschi assetati di sangue. Tutto era mostruosamente pericoloso ed inospitale, a cominciare dai suoli dove camminava l'audace esplorazione, ora rocciosi ed inaccessibili, ora palustri e melmosi, ora bollenti e vulcanici.
Ogni passo di quell'infelice perlustrazione costava la vita a qualche marinaio della ciurma. Ma questo non era ancora nulla...
Magellano incontrò ben presto gli abitatori pensanti di quelle terre, e ne fu preso da grande terrore.
Tre specie viventi terrificanti si erano diversamente evolute a vita intelligente, raggiungendo altissimi livelli scientifici e culturali.
Una qualità di aracnidi, simili a ragni giganteschi e grossi come palazzi di tre piani, avevano fondato un regno nel nord; grandi piovre terrestri, megaoctopusus intelligenti e raffinati, li combattevano dalle loro posizioni nel sud; enormi gorilla parlanti si barcamenavano a sopravvivergli nelle foreste inaccessibili del centro del continente.
Nonostante l'evoluzione scientifica e tecnologica di quelle forme intelligenti, cui non erano sconosciute la musica e la poesia e che già conoscevano l'elettricità, le loro civiltà erano di una crudezza e di una barbarie inenarrabili (ma questo non vi stupisca, poiché anche nel nostro mondo musica, elettricità e poesia sono conosciute anche dalle più raccapriccianti dittature).
Che orrori, amici miei, che orrori! I ragni torturavano, prima di ucciderli, i loro nemici, facendoli urlare per settimane tra indicibili strazi (e questo succede anche nel nostro mondo), ma le urla e gli spasimi erano goduti dal popolo intero, che con soddisfazione partecipava ai rituali carnefici le cui pubbliche cerimonie erano occasione solenne di feste bestiali di collettiva esaltazione, godute perfino dai cuccioli di quella abominevole specie.
Che orrori, amici miei, che orrori! Le piovre, per contro, eran use a sbranarsi l'un l'altra, mutilandosi orribilmente (e questo succede anche nel nostro mondo), ma erano anche assolutamente cannibali, ed anzi prediligevano le carni dei loro stessi simili come prelibatezza, delle quali si gustavano, preferibilmente, le viscere calde di questi ancor vivi, anzi era proprio loro abitudine consumarli vivi e consapevoli - udite! - a poco a poco, riservandosi solo per ultime le parti vitali onde mantenere il più possibile le loro agonie in caldo.
Che orrori, amici miei, che orrori! La ferocia della civiltà dei gorilla non mi riesce narrare. Le madri abbandonavano i propri figli (e questo succede anche nel nostro mondo), oppure li squartavano esse stesse, e con le interiora essiccate ed intrecciate dei loro piccoli facevano vezzose collane e bracciali per agghindare la loro vanità.
Ora, per quanto tra loro sempre in guerra, al vedere sbarcare la flotta del grande ammiraglio, i prìncipi di quelle tre civiltà si allearono contro l'aliena presenza di questi sconosciuti esseri del mare, gravida per loro di minacciosi presagi.
E Magellano se la vide davvero brutta, perché ben presto si ritrovò assediato con tutta la sua truppa dai terrificanti indigeni, lontano dalle navi e dalle munizioni che già scarseggiavano.
Tutto era ormai perduto, ed il grande ammiraglio si sentiva già cibo per ragni, quando, con un colpo di genio, ne pensò una delle sue.
Prese i pochi indios che aveva con se, imbarcati nelle Americhe come schiavi, e li inviò a chiedere rinforzi alle navi, naturalmente perché fossero prontamente catturati dai terrificanti indigeni i quali, prima di ucciderli, vollero interrogarli su chi fossero e da dove venissero. Eh!
Non vi dico lo sbalordimento degli indigeni al sapere che i poveri meschini venivano da un continente vicino dove, prima dell'arrivo dei conquistadores europei, vivevano in pace. E di come fossero stati ridotti in schiavitù da quei potenti guerrieri bianchi, forieri di una civiltà terribile ed assurda, assetata di sangue. Ed imploravano di essere uccisi piuttosto che restituiti agli uomini di Magellano.
Stupefatti, gli autoctoni, vollero saperne di più su questi “uomini bianchi” a prima vista così stenti, simili a gorillini deformi e slavati, e presero a far domande su domande. Ma impallidirono davanti alle raccapriccianti crudeltà che gli indios raccontavano loro.
Con i loro orecchi udirono di guerrieri spietati, ebbri di sangue ed avidi d'oro. Di genocidi e sterminazioni di popoli e moltitudini, di ferocia inaudita, di esseri senza pietà per donne e bambini della loro stessa specie, di stupri e razzie. Di una razza signora dei mari, da cui arrivavano a milioni. Di una razza signora del fuoco, dotata di armi spaventose, capace di colpire con lo sguardo, ben oltre il tiro di una freccia, e di uccidere, con un solo colpo, un intero villaggio. Della potenza dei loro dei, crudeli e sanguinari, adorati con lo sterminio, la tortura e la schiavitù. Una razza per cui la vita non vale niente, che perpetra il disprezzo totale della vita di ogni essere, uomo o bestia che sia, che non si arresta davanti a nulla, capace con le sue strade asfaltate di violentare la foresta come se fosse una donna, capace di ferire la montagna mortalmente con le sue gallerie, scavate per cavargli da dentro il biondo metallo nascosto miglia e miglia sotto il suo ventre, e capace anche di ferire mortalmente, per un granello d'oro, un proprio simile.
Di una razza senza rispetto e senza dignità.
Le civiltà autoctone del misterioso continente appresero con orrore i particolari di ciò che era appena accaduto al continente vicino con l'arrivo dei bianchi guerrieri. Capirono di essere di fronte ad una potenza devastatrice senza eguali, ad una razza che domava il mare ed uccideva la terra, sventrava i monti ed adorava la Morte.
Capirono che anche il loro continente, ormai scoperto, era votato alla bramosia ed alla cupidigia di questi atroci esseri e dei loro avidi dei. E che tale era la scienza di queste terrificanti creature, che comunque, quand'anche questa volta fossero riusciti a vincerli, sarebbero prima o poi stati scoperti da altri loro simili. E che dopo sarebbero sbarcati numerosi come le stelle, potenti come il sole, ed avrebbero sventrato anche le loro montagne, depredato anche i loro metalli, cancellato anche le loro civiltà, distrutto anche i loro regni, sterminato ogni loro abitante e ridotto in schiavitù le foreste.
E, fatto comune consiglio, decisero che era comunque meglio risparmiare ai loro popoli ed alle loro terre una fine così atroce, autodistruggendosi, piuttosto che cadere nelle mani dei guerrieri bianchi e dei loro dei.
Così tolsero l'assedio, permisero al grande ammiraglio di tornare sulle sue navi, e quando questi fu lontano, sprofondarono con la loro evoluta scienza l'intero continente, che fu inghiottito, con tutti i suoi abitanti, dall'oceano, per sempre.
Senza più quel continente, il grande ammiraglio poté volgere le prore ad occidente e violare per la prima volta la circonferenza del pianeta.
Di quel continente misterioso e meraviglioso non si è mai saputo più nulla.
Delle altre terre, che non riuscirono a sprofondarsi prima di cadere in mano europea, son note le pene.

RELAZIONE DEL DOTTOR B.J. GIBBONS
AL CONGRESSO INTERNAZIONALE PSICHIATRICO DI PARIGI DEL 2015

Egregi colleghi, signori e signore,
la mia esperienza psichiatrica è per certi versi unica, ed i casi che sto per esporvi sono sicuramente destinati ad entrare nella letteratura scientifica.
Come sapete, vi parlo dei casi del manicomio criminale di Darkfields, in Arizona, dove ben isolati nel deserto e protetti da misure di sicurezza eccezionali, sono rinchiusi gli ultimi sopravvissuti affetti dalla sindrome di Marx, la gravissima malattia che devasta le menti, dai più conosciuta come “comunismo”, il cui contagio nel secolo scorso portò ai disastri che tutti conosciamo, fino alla provvidenziale scoperta del suo vaccino da parte del premio nobel per la medicina Michael Gorbaciov nel 1990.
Su consiglio del direttore della casa di cura, l'insigne prof. Budino, cercai di vivere fra di loro per alcuni giorni, fingendomi affetto dal loro stesso morbo, per cercare di comprendere fino in fondo gli sconosciuti motivi della loro follia. Perché, sapete bene che non è facile percepirne i sintomi, che dai malati sono coscientemente occultati, e rivelati solo in confidenza tra loro stessi, dove il mortale contagio ancora si propaga.
Dall'esterno sembrano normali, e non v'è test clinico, esame psichiatrico o tortura in grado di rilevare alcuna psichica deviazione. Poi però, appena fuori e liberi di agire, ecco che se ne escono con tutte quelle inqualificabili e perniciose azioni legate alla fruizione collettiva dei mezzi di produzione e, sostanzialmente, all'abolizione della proprietà privata. Se questa non è follia! Fortunatamente il contagio è stato debellato, ma ci son voluti quasi due secoli, e guerre, e stermini, e l'umanità è stata quasi sul punto di cedere al comunismo su scala planetaria.
I governi passati hanno dovuto agire con una più che giustificata crudeltà per contrastare l'avanzata della malattia, con elezioni truccate, finte democrazie, stragi di servizi segreti, colpi di stato, disinformazione di regime, lavaggi del cervello, censura, tortura, campionati di calcio, omicidi politici, lotterie, collusioni mafiose; ma a fin di bene.
Oggi, grazie alla scienza, nessuno muore più di comunismo, la libertà nessuno sa più cosa sia, tutti possono felicemente e tranquillamente morire di fame e di disoccupazione, il pianeta è lietamente avviato verso l'autoestinzione.
Tuttavia il Re degli Stati Uniti ed Imperatore d'Eurasia mi ha incaricato di constatare scientificamente la reale pericolosità psichica degli ultimi comunisti rinchiusi a Darkfields, non si sa mai.
Ed ecco le interviste segretamente registrate fingendomi uno di loro, che finalmente questo insigne congresso psichiatrico potrà valutare.
Per la prima volta possiamo disporre di sintomi genuini della sindrome, manifestati dai soggetti colpiti in piena libertà comportamentale. Tra di essi si registrano invero alcune costanti, quali la comune percezione della irreversibile sconfitta del morbo e la demonizzazione dell'occidente (oggi Mondo Globale), da taluni descritto anche come “la Bestia” o “l'Anticristo”, in riferimento ad una genìa dei più pericolosi infettatori del morbo, i celebri 12 untori che, più di 20 secoli or sono, parlavano di dei di pace e di giustizia e di fruizione comunitaria dei beni.
Si tratta comunque di manifestazioni visionarie, caratterizzate da schizofrenie vaticinanti, dove i termini sono simboli che alludono ad altre realtà, e comunque manifestamente deviati da una autistica percezione della stessa, probabilmente dovuta ai più di 20 anni di torture subite da ognuno di loro durante la terapia. Ne ho scelti alcuni casi emblematici, che vi faccio ascoltare direttamente, così come li ho registrati dal vivo.
Si può partire con la registrazione del documento sonoro 1, dalla regia, grazie.

* * * *

- ...Voli o cammini, tu, amico?
- Cosa?
- Sì, dico a te, voli o cammini?
- Perché scusa? Si può volare?
- Lo sai bene che si può volare! Sei una foca? Sì, sei una foca!
- Come scusa?
- Voi foche, da quando avete preso il brevetto evolutivo, volate a stormi nel cielo.
- A stormi nel cielo... e poi?
- E poi? Ma se migrate ogni fine settimana dalle metropoli alle località balneari, a centinaia di migliaia, ma che dico, a milioni, e fate sempre quel casino in cielo ogni domenica, ed ingorghi, scontri, incidenti, tamponamenti...
- In cielo?
- In cielo, certo, e dove se no? Ma in fondo, voi, foche con le ali, siete l'unica novità evolutiva di questo insipido fine di era geologica. Che piatto presente, che noioso futuro ci aspetta!
- Ci aspetta?
-Ti aspetta. Io ormai... Che noia!
- Noia. Perché?
-Ma come perché? Niente di nuovo, le solite cose, le solite facce. Con la restaurazione giurassica hanno perfino riesumato i brontosauri dalle teche di paleontologia. I rettili, tanto per cambiare, son tornati al potere su tutta la terra. Che palle! L'hanno già trasmesso questo film, saranno cento o duecento milioni di anni. Su questo pianeta sempre le solite facce.
- I rettili... e i mammiferi?
- E i mammiferi, come voi foche: i rettili gli hanno imposto forzate evoluzioni centrifughe rispetto al baricentro antropomorfico che aveva caratterizzato il quaternario.
- Cioè?
- Ssst! Che qui quel nome non si può più pronunciare...se ci sentono i rettili ci ammazzano a tutti e due!
- ...sottovoce: di quale nome dici?
- l' U O M O ! u.o.emme.o, ssst! zitto!
-...e come? non ci sono più uomini?
-Ssst! Zitto ti dico! Altro che uomini! Non ci sono più nemmeno mammiferi! Quelli rimasti o sono qui dentro, o li hanno forzati ad evolvere in forme funzionali al sistema dei rettili, come voi foche.
- E non ci sono più mammiferi liberi, da nessuna parte?
-Ssst! Vuoi farci ammazzare?...i topi.
- I topi?
- Sì, i topi! ti.o.pi.i. Resistono solo i topi, là, nelle fogne metropolitane, imprendibili ai rettili. Quelle fogne sono state costruite dai veterocomunisti, più di 100 anni fa, ed ora sono uno sconosciuto ed inarrestabile background rivoluzionario. I topi si evolvono ancora con logiche proprie. Ne sono certo.
- E come fanno a resistere ai rettili?
- Il loro segreto? Fanno all'amore da matti, anzi, da topi. In un mese son capaci di partorire tre generazioni. Tre generazioni in un mese, ci pensi? Ai brontosauri per fare tre generazioni ci vogliono 120 anni! E' fantastico!
La loro capacità di adattamento biologico ha del sorprendente. Più ne sterminano con i micidiali veleni derattizzanti, più loro diventano resistenti al veleno. Tre anni fa inventarono un derattizzante potentissimo, e fu un genocidio: il 98% della popolazione topina fu avvelenato. Ebbene, il rimanente 2% ripopolò in un solo anno il numero di individui iniziale, ed era ormai resistente anche a quel veleno. Una fantastica metastasi topina!
Facendo sempre l'amore, conquisteranno il mondo!

* * * *

Avanti dalla regia col documento sonoro 2, grazie. Nella camera di questo ammorbato, colleghi professori, vi era una piccola cannella d'acqua che volontariamente era lasciata gocciolare. Un comportamento etologico singolarissimo.

* * * *

Plick, plick, plick....
- Amico, non senti che la cannella perde?
Plick, plick, plick...
- Dovresti avvertire la direzione che ti mandi un idraulico, non trovi?
-Sono io l'idraulico, io capisci? E quello è il mio incubo, la mia maledizione!...
- Scusa?
- No, tu non puoi capire. E' una storia vecchia, sai?
- Quanto vecchia?
- Eh, c'erano ancora i marxisti a Cuba!
- Perché non mi racconti questa vecchia storia?
- Te la sta raccontando la cannella: plick, plick, plick.
- Non parlo la lingua delle cannelle.
- Allora, amico, te la racconterò con le parole degli uomini.
Al palazzo di vetro delle Nazioni Unite - te lo ricordi vero il palazzo di vetro? Quello che poi, dopo la tecnoguerramondiale, fu trasformato in chiesa inflazionista - plick, plick, plick, e chiamarono l'idraulico, che ero io.
Una cannella del bagno, su al quinto piano, gocciolava, gocciolava, non ti dico il fastidio del povero dott. Brown, anonimo funzionario della delegazione canadese la cui scrivania era dall'altra parte della parete. Plick, plick, plick, come questa cannella qui, esattamente.
Ma sì, non si poteva certo dire che facesse confusione, questo no, era solo un flebile, appena percettibile gocciolio regolare, intervallato sempre dallo stesso spazio di silenzio, meccanicamente identico, plick dopo plick, goccia dopo goccia.
E non si fermava mai, ossessionante scansione del tempo, odioso richiamo sonoro assolutamente incompatibile con la capacità di concentrazione del povero dott. Brown: l'ordine perfetto delle Nazioni Unite aveva un difetto, lì, nel bagno, e faceva plick, plick, plick. Ed io, per mia disgrazia, ero l'idraulico!
- E poi?
- E poi, tu come ci saresti rimasto, eh, se avessi visto quel coso, quel rubinetto, come ho visto io, con questi miei occhi, gocciolare sangue, sangue capisci?
- No, non capisco!
Neanch'io capivo. Ma quel coso lì gocciolava sangue, denso, rosso, d'un
rosso vivido, dall'odore intenso e vagamente rugginoso dell'emoglobina.
- Plick, plick, plick, ma era sangue!
"Sangue, certo che è sangue" - mi fece quell'altro, quel dott. Brown, così, con naturalezza, come se fosse una cosa ovvia - "cos'altro dovrebbe essere? Non passa forse per queste stanze il destino delle nazioni? Non passa forse per queste stanze il sangue di milioni di esseri umani? Ecco, vede? Se apro la cannella, così, ecco, esce un flusso regolare di sangue. E mica questo è il problema, sa? Il problema è che, se la chiudo, continua a gocciolare. Ecco, vede? Ah guardi, lei non sa il fastidio che mi procura questo sgocciolio di là, alla scrivania, insopportabile, semplicemente insopportabile."
Io, che stavo per svenire, a malapena riuscii a balbettare, paralizzato dall'orrore: "ma è sangue!...", che quello continuò: "Ma certo, gliel'ho detto: in tutto il palazzo scorre sangue ad ettolitri. Sangue umano sa? Del migliore! Scorre nei tubi come e meglio che nelle nostre vene. E' per le nostre necessità di tutti i giorni. Chissà come faremmo senza il sangue corrente negli uffici! Ma scusi, lei in casa, non ce l'ha? Con cosa fa da mangiare, con cosa lava lei? Qui, all' ONU, si fa tutto con il sangue. Logico, no, con tutto quello che scorre in questo palazzo, e con la scarsità di approvvigionamento idrico (lo sa che sotto New York la falda è scesa oltre i trecento metri?), mica potevamo sprecarlo così. Oh, ma è sangue potabile, sa? Guardi, se ha sete ne può bere un bicchiere! E' buonissimo. Ora poi, da quando usiamo le sorgenti in Bosnia, è ancora meglio. Quello iracheno, sapesse, una schifezza: sapeva sempre di petrolio. Beva, beva pure, che è buonissimo le ho detto! Sì, le prime volte ci si resta tutti un po' perplessi, ma poi ci si fa l'abitudine. Anzi, il sangue, qua dentro, è l'unica cosa che ci danno a bere. E poi ci serve per tutti i servizi igienici. Via, non mi dica che non sapeva che qui ci si lava le mani nel sangue! Ponzio Pilato lo prendiamo di tacco, qui all'ONU. Perfino la tazza del water, ma sì, lo sciacquone, ecco vede? (e tirò lo sciacquone) Sangue! I nostri escrementi sono idraulicamente rimossi dal sangue..."
Io poi non ricordo più nulla: svenni dallo schifo.
Quando mi risvegliai, in ospedale, raccontai tutto a mia moglie. Fu lei a denunciarmi: non si poteva dire "fuori" che l'ONU era un covo di sanguinari.
Dissero che ero un comunista, e mi portarono qui. Ma tutte le notti, ancora sogno una cannella che gocciola sangue, plick, plick, plick.
E credo che quel sangue sia il mio, lì nella tazza di quel water...

* * * *

Questo che sentiamo adesso è senza dubbio il più curioso. Il paziente aveva turbe maniacali ossessive, e parlava sempre da solo. Sembra che prima fosse stato un prete, della setta sanguinaria della Chiesa Cattolica. Correva continuamente con un inspiegabile comportamento etologico e psichico, e parlava con gli oggetti, gli alberi, i vasi, le finestre. Più o meno diceva sempre la stessa cosa. Dalla regia, prego, il documento sonoro tre.

* * * *

Lo senti? Ssst!... ascolta!... Eccolo lì, il suo respiro, lo sento, lo sento, c'è, c'è sempre, ovunque. Basta che fai un po' di silenzio e lo senti in qualunque stanza, in qualunque strada, ufficio, casa, scuola, negozio, ovunque!
E' una maledizione, una schiavitù, un mostro dell'età moderna: è la Bestia!... Sssst! Eccolo!... il respiro dell'Anticristo! Lo senti?... tic,tac...tic,tac...tic,tac, tic,tac...sempre, ovunque ti volti, c'è un orologio, un figlio del demonio, che con i suoi tic tac uccide i minuti: basta far silenzio e lo senti.
Ah, l'immondo e blasfemo misuratore del giorno, che coi suoi tic tac lo divide, lo seziona, lo squarta in 24 pezzi, 1440 brandelli, 86400 tic tac!
Ma un giorno è un vivente! Ed un vivente spezzato in 24 parti (in 1440, in 86400) non può vivere, è cadavere squartato, è carne da macello, esposta in vetrina per essere venduta al "minuto", è cibo per la Follia.
La Follia regna su questo mondo, come un mostro che divora i giorni, il tempo, gli uomini ed i pensieri: il suo nome è Occidente!
Un uomo, per essere un uomo, deve avere il tempo. Diviso che hai il tempo, hai fatto schiavo l'uomo, l'hai dato in pasto ad un orologio.
Amori, ideali, sentimenti, tutto ciò che era più profondamente umano, tutto è stritolato dagli orologi, dall'alito fetido dei loro tic tac. Corri di qua, corri di là, non c'è mai tempo, è sempre tardi...e finisce che è tardi per vivere!
Tic tac al posto dei pensieri, Tic tac al posto dei rapporti umani, tic tac al posto dei colori dell'autunno. Chi li vede più i colori dell'autunno: ci vuole tempo per vederli! Tic tac tic tac, già le quattordici, via al lavoro, presto, correre, correre, produrre, comprare.
Il giorno è un vivente. Per essere vissuto occorre intero: non vivono da soli i pezzi di un cadavere! O sono tutti riuniti e pulsanti in un corpo, o non sono e basta. Per alcuni popoli amerindi l'unità minima del tempo era il giorno. Essi, infatti, erano uomini, non automi programmati per essere unità di produzione-consumo.
Poi venne Colombo, e portò la civiltà, la religione e l’idolatria. Ed i tic tac.
Tic tac, tic tac.. è il battito cardiaco della Bestia, il centro propulsore del sistema, è il respiro del demonio, della "presenza mostruosa". E' ovunque, il maledetto, l'onnipresenza dell'Anticristo ti guarda sempre. L'Occidente ha occhi fatti di due lancette e di dodici tacche numerate su una circonferenza, e quegli occhi ci guardano, ci guardano, ci guardano sempre, ci tengono sotto il loro ipnotico comando sempre, nelle tasche della gente, occhi, e nelle stanze delle case, ancora occhi, e negli uffici, nelle strade, nelle macchine, nelle scuole, occhi, occhi, occhi, svizzeri, digitali, grandi, piccoli, a pila, a molla, occhi, occhi del demonio!
Anche sui palazzi civici e sui campanili delle chiese, occhi enormi, immondi, blasfemi!
Ci telecomandano, noi, povere unità di produzione-consumo, come vogliono.
Una lancetta sfiora la tacca delle sette, e noi scattiamo per andare in ufficio; tocca le tredici, ed il Grande Manovratore ci comanda di assumere cibo; scatta, scatta sempre, e ci comanda questo e quello. E noi, i suoi automi programmati, ubbidiamo.
Ci tiene in suo totale arbitrio, siamo schiavi devoti di quel tic tac.
E ogni schiavo finisce per adorare il proprio carnefice. Ho visto schiavi innalzare orologi sui campanili, perché un dio di 12 tacche su una circonferenza li protegga; e le campane che prima invitavano alla preghiera ora rintoccano la liturgia oraria e blasfema della Follia. Al suo culto sono consacrati i suoi servi: si distinguono per i preziosi amuleti d'oro che portano sul loro corpo, ai polsi, come catene di schiavi, e sono fatti di 12 tacche. E sempre a quegli occhi blasfemi alzano lo sguardo durante il giorno, per avere informazioni su quello che devono fare.
Ed ovunque ci guardano migliaia di occhi, tic tac, tic tac...

* * * *

Dopo la scomparsa del comunismo, un colpo di stato portò al potere i frigoriferi, e così in breve tempo tutto si congelò: dolori e speranze, storia e memoria, amori e colori, corsi e ricorsi, azioni e concorsi.
Il gelo imperò sovrano! La temperatura cristallizzò ben presto tutti i più grandi progetti in piccole stalattiti di ghiaccio.
Politicamente non successe più nulla, solo gelo e poi ancora gelo: una glaciazione di capitalismo assiderò le menti. Le bufere di neve ed i terremoti azionari furono gli unici freddi movimenti che perturbarono quel ghiaccio deserto ideologico, per secoli e secoli, senza più stagioni, senza più idee, senza più vita.
Erano gli albori del nuovo medio evo, l'età degli orsi polari, le uniche, rozze forze calde che, in virtù della glaciazione, dominarono il continente riuscendo a sopravvivergli.
Ma anche loro, per sopravvivere, dovevano stritolare le foche sotto i denti. E quando anche nelle foche il ghiaccio entrò nelle ossa, la temperatura sociale fu così bassa che congelò perfino l'Eros, la pulsione primordiale per eccellenza. I denti degli orsi polari si ruppero nel tentativo di mangiare le foche di ghiaccio, e morirono di fame.
In quel tempo potevi nascere orso o foca, tanto finivi comunque di ghiaccio.
Ma non disperate, la glaciazione non sarà eterna. Ai frigoriferi staccheranno la spina!

LA FOLLE MERAVIGLIOSA AVVENTURA DEL CAVALIERE CHE NON AVEVA VOCE DETTO IL SENZAPAURA

Quando il cavaliere senza voce, detto il Senzapaura, cominciò il suo lungo viaggio, cioè all'inizio di questa storia, non era ancora cavaliere e non aveva ancora il nome di Senzapaura. Anzi, proprio non aveva un nome.
Ma aveva un volto. Due occhi neri, intensi, eppure come perduti nel vuoto, fissi sull'ignoto, come di chi è assorto ad un pensiero più grande di lui.
Doveva essere un ben grave pensiero, perché quei due occhi sempre lontani, incastonati come diamanti su quel volto scarno, austero, quel volto dalla folta barba nera perennemente silente, inespressivo, assorto, quei due occhi sembravano tradire un immenso dolore, una inconsolabile solitudine, un passato triste, pietrificato nei suoi ricordi e incombente come eterno presente.
Egli era tutto lì, in quell'eterno dolore, in quello sguardo fisso a cercare il vento perché niente, ormai, poteva significare qualcosa per lui.
E con lui parlava solo il vento!
Quel giorno che comparve per la prima volta al limitare del bosco qui, a Winterhause, nessuno nel paese sapeva chi fosse o da dove venisse.
Era sfinito e quasi nudo, e si sedette all'ombra della grande quercia che dalla collina domina il villaggio, da dove non si mosse per settimane e settimane.
Al vederlo, quelli del paese pensarono ad un pellegrino, un eremita forse, che per fuggire le vanità del mondo avesse fatto voto di non proferir parola.
Non si capì mai se muto lo fosse davvero.
Nemmeno capimmo, dal suo sguardo inespressivo, assorto nel vento, se ci ascoltasse quando gli parlavamo, o se fosse pure sordo.
Certo che se ascoltava non lo dava a vedere, non muoveva un muscolo, non tradiva attenzione né emozione alcuna.
Ma, chissà perché, nessuno di noi pensò che potesse essere ebete, o sordo, o muto: si vedeva che non era un povero infelice, ma un anima grande ed austera, assorta in gravi pensieri, anche se non saprei dire da cosa si vedesse. Forse da quei suoi occhi neri, fissi, penetranti, che tagliavano il vento.
Gli portavamo da mangiare, là, alla grande quercia, e lui non diceva mai niente. Del resto mangiava pochissimo, si e no la pagnotta che ogni due giorni gli veniva lasciata, e gli avanzava anche quella.
Uno dei contadini gli portò una copertaccia, perché si riparasse dal freddo, e per molte settimane quella fu il suo abito, la sua pelle e la sua casa.
Il giorno e la notte, il vento e la pioggia, lo trovavano sempre lì, sotto la grande quercia, e quasi sembrava parlassero con lui.
Ma anche per loro egli riservava il solito sguardo assorto, e se gli parlava (perché tutti erano ormai convinti che egli parlasse al vento e alla notte), parlava di sicuro con il cuore e senza proferir parola.
Tuttavia nessuno lo avrebbe scambiato per un plebeo, o un mentecatto sordomuto. Tutti erano certi che una grande anima era venuta ad abitare sotto la quercia, per la gloria di Dio.
Per mesi e mesi non fece un solo gesto significativo.
Finché un giorno il vento gli disse qualcosa di diverso e di grande. E il mulo impazzito del mugnaio, con la sua stramba corsa, giunse sotto la grande quercia.
Di quel mulo pazzo, stordito da un fulmine e scappato dalla stalla del mugnaio, tutti sapevano bene di dover stare alla larga se non volevano essere furentemente scalciati.
Eppure alla quercia, tra lo stupore di tutti che dal villaggio se lo additavano l'un l'altro, il mulo si fermò a ricevere le carezze che, sul muso, sempre con lo sguardo assorto, il Senzapaura gli dava.
Cosa si dissero quel giorno il mulo, il cavaliere senza voce ed il vento, nessuno lo sa, e forse, chissà, non si dissero niente, ma a noi del villaggio sembrò che parlassero.
Poi avvenne l'incredibile. Al tramonto, dopo essere stato per mesi seduto sotto la quercia, con una vecchia coperta per mantello, il Senzapaura attraversò il villaggio a cavallo del mulo.
Avrebbe disarcionato il demonio, quel mulo, ma dal Senzapaura si fece cavalcare docile come un agnellino. Ed il Senzapaura, senza tradire nessuna emozione, e con lo stesso penetrante sguardo fisso nel vuoto che neanche sembrava si rendesse conto di essere lì, divenne cavaliere.
Altro che mentecatto, altro che sordomuto! Se aveste visto la nobile fierezza con cui cavalcava, il portamento eretto, lo sguardo sempre avanti, sicuro, deciso, come quello di un generale, la mente assorta in alti pensieri, lo avreste detto un principe! I contadini del villaggio, al suo passare, chinarono la fronte e si scoprirono il capo, come davanti ad un santo cavaliere. E lui, a passo lento, lasciò Winterhause senza alcun altro gesto od espressione del volto che tradisse una sua qualche attenzione per qualcosa o per qualcuno, niente.
Non si potrebbe dire se realmente si rendesse conto di quello che faceva e di dove stava andando, perché il mulo lo portava verso nord, ormai al crepuscolo, proprio verso i monti della Morte, il cui sentiero aveva forse imboccato a caso.
Ma per tutto il villaggio un cavaliere senza voce, un santo di Dio, aveva avuto dal vento l'ordine di sconfiggere le tenebre sui monti della Morte, da dove nessuno era mai tornato.
E tutti chiamarono quel misterioso cavaliere "il Senzapaura".
Quando, tre giorni dopo, ricomparve dall'altro capo della contea, ancora a cavallo del suo mulo e con una coperta a fargli da mantello, dopo aver attraversato vivo i monti della Morte, ancora con il suo sguardo assorto, tutti gridarono al miracolo, e la sua fama superò in un giorno i confini del regno.
In sella al suo mulo, armato solo dei suoi penetranti occhi neri, nemmeno i draghi, i demoni e le maledizioni di quei monti tenebrosi, e che forse non esistevano nemmeno, avevano osato sfiorarlo.
Ma per tutti

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