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15 marzo 2007

Ovunque proteggi, di Vinicio Capossela

Autore: Andrea Genzone

Il 19 gennaio del 2006 è uscito, su etichetta Atlantic-Warner, “Ovunque proteggi”, il sesto disco di Vinicio Capossela, composto di 13 brani che, ad un primo ascolto, sembrano non avere niente in comune tra loro: questo disco è una specie di labirinto – spiega lo stesso Vinicio in un’intervista a Radio Popolare, si entra da diversi punti e poi si finisce mangiati. Ciò che invece nel disco ricorre, è un continuo fare riferimento alla religione cristiana, a partire dal titolo che dà immediatamente la chiave di quella che è “la sua geografia”. Religione come folclore, come sacre scritture, come intima religiosità e, perché no, come Dio.
Il primo brano si intitola “Non trattare” e trae spunto dal Salmo 59, invocazione di Davide a Dio affinché lo protegga dai messaggeri di Saul, venuti per ucciderlo (cfr il “Primo libro di Samuele”, c.18). Il salmo è richiamato nel brano con le parole “guardali Signore/latran come cani/vengono la sera/son tutt’intorno alla mia casa […]”. Ci sono riferimenti anche ad altre letture (l’Apocalisse, l’Ecclesiaste), ma “il pezzo – dice l’autore – riprende molte cose che stanno alla base delle sacre scritture, questa esortazione a mantenere l’unità, a non uscire dalla strada e a invocare la protezione di un Dio niente affatto misericordioso, ma severo e terribile, il Signore degli Eserciti…”. Capossela si dice affascinato dalla forza poetica e suggestiva delle antiche scritture: “è un po’ come usare, invece della carta, la pietra”.
Dal punto di vista musicale il brano ammicca a sonorità orientali, facendo scarso uso, come in tutto il resto dell’album, di strumenti occidentali: nel libretto che accompagna il CD sono citati come strumenti, tra gli altri, “teste di morto” e “mascella d’asino”. Viene spontaneo notare l’influenza di Tom Waits (forse condizionato dall’a dichiarata e grande passione di Vinicio per quest’autore), soprattutto per il modo di creare un groove fatto di suoni sferraglianti, possenti e spregiudicatamente indelicati (nei primi due brani del CD). In realtà, proseguendo con l’ascolto, non ci sono dubbi sul fatto che si tratta di un lavoro assolutamente originale e che sia proprio la gran quantità e qualità di citazioni e riferimenti, sia musicali che letterari, a conferirgli l’importanza che merita.
Nel secondo brano, “Brucia troia”, si richiama l’Edipo Re di Pasolini, partendo dalla visione, suggerita all’inizio del pezzo, della donna incinta come un essere che ha quattro braccia e due teste e del figlio che verrà “e si prenderà il tuo posto nel mondo/come ora ha rubato l’amore di lei”. La registrazione è avvenuta in una grotta, in Sardegna, “per dargli anche nel suono un’atmosfera molto primitiva, primordiale”. Il testo è molto ben espresso dalla musica, e dall’arrangiamento molto elaborato ed originale, in cui la chitarra elettrica e il basso si fondono con i tamburi e gli altri strumenti “preistorici” nell’osare, finalmente, un suono nuovo, diverso (il tono polemico non riguarda Capossela).
Il terzo brano, “Dalla parte di Spessotto”, è “un brano sulle miserie della mia infanzia, dove già ti rendi conto se sei dalla parte di Davide o di Spessotto (un Golia indifeso, piccolo, forse misero; ndr)”. Musicalmente si ha la sensazione, a differenza dei due brani precedenti, che non sia una novità, ma è comunque un Vinicio all’altezza di se stesso, che nell’intervista definisce questo pezzo un “fischiettando sul baratro”.
Moskavalza, il quarto brano, è un omaggio alla Russia e ad alcuni suoi personaggi (“i denti di Stalin/mordono la notte”). È caratterizzato da un ritmo molto veloce e monotono, mentre il cantato suggerisce l’idea del delirio, con alcune parole in russo e un ritornello incentrato sulla “vodka nella vaska”.
“Al Colosseo” rievoca le colonne sonore dei film ambientati nell’antica Roma, e in particolare delle scene dei “tornei” che, nell’arena, si concludevano spesso con la morte del vinto, con gran divertimento da parte del pubblico. Il Colosseo “è la metafora perfetta del macellificio senza senso […], non importa chi vince o chi perde, comunque si finisce in pasto al pubblico, si finisce a pezzi”.
Alla fine della quinta traccia troviamo “Il rosario de La carne”, che è il preludio della successiva. La parola carne, ripetuta ossessivamente (“nella carne che sei/nella carne che ritornerai”), suggerisce col suo stesso suono l’idea del suo significato; una parola che “solo a pronunciarla crea caos sotto la pelle”.
“Il Rosario de La carne” ci porta a “L’uomo vivo”, che ha come tema la resurrezione della carne e di Gesù Cristo. Il brano fa riferimento ad una processione che ogni anno avviene a Scicli (Ragusa) nel giorno di pasqua, dove più che la solennità viene celebrata la Gioia di un Cristo talmente contento di essere risorto “che nemmeno lui sa dove andare”, che viene portato in giro in spalla dai paesani come un “Cristo da corsa” che non ha avuto nemmeno il tempo di resuscitare, che subito l’hanno portato a mangiare. La musica dà precisamente l’idea della festa di paese, tant’è che vi suona anche il corpo bandistico “A. Busacca” di Scicli. L’arrangiamento e la direzione musicale sono di Roy Paci, che qui suona anche la grancassa.
In “Medusa cha cha cha” si parla della tragica storia della medusa che, a causa di un peccato d’amore, rende di pietra chiunque essa guardi negli occhi. Ed è un problema, dato che non è comodo abbracciare un sasso, un baccalà. Quindi la medusa dice “Non guardarmi negli occhi per favore/ti ho già pietrificato il cuore?” e suggerisce: “toccare ma non guardare/è buona regola da imparare”.
L’ottavo brano, “Nel blu” è un walzer che prende spunto dal quadro di Degas “Ballerine nel blu”. E’ stato registrato il giorno di ferragosto al Teatro delle Voci, un auditorium tutto in legno che si trova a Treviso. Musica e parole si muovono insieme, dall’inerzia al blu, liberato dall’incantesimo della parola magica: Ta Da… (“L’illusione è tutto nella vita”).
Nutless è la storia di un’amicizia “epica” legata al passato. “Dov’è che siam rimasti a terra/Nutless?”; “dov’è che i muri/si sono chiusi addosso?”; “questo andare a letto presto… quand’è iniziato…/che potevamo andarcene a ragazze giù al lido/affanculo questa serietà/questa lealtà…/tutta questa impresa/e poi il sabato all’Iper, a fare la spesa…”; “dov’è che abbiam ceduto il capo al sonno…/al vapore, alla cucina, al caldo, al televisore”; “Non sarà tardi più”.
“Pena del alma” è un brano tradizionale messicano sul quale Capossela ha riscritto il testo in italiano; è una serenata di una semplicità struggente: “Che farò lontan da te pena dell’anima”.
L’undicesimo pezzo si intitola “Lanterne rosse”, “un brano sull’attesa, sulle ombre” che ci porta, sia col testo (“Il drago è solo/gli uomini ne fanno un Dio”) che con l’arrangiamento (ci sono strumenti e un musicista cinesi), in Cina. La melodia però è semplice e dolce; la voce gioca con le note basse e trasmette una pace inquieta che sa di calma di mare e di notte. È un brano carico di immagini suggestive, che parla di qualcuno che deve arrivare, da solo, nel buio e di lanterne rosse che tremano aspettando l’ospite.
Si passa poi alla “Santissima dei naufragati”, una lunga poesia davvero notevole, recitata sopra un armonium, un violoncello e le voci di un coro, che sul finale si uniscono all’organo. Trae spunto da “La Ballata del vecchio marinaio”, scritta da S.T.Coleridge nel 1798 e ci conduce in un’ambientazione spettrale, rendendo bene l’idea del timor di Dio, della disperazione dell’uomo, del suo aver bisogno di salvezza. È registrato nella chiesa di S.Cristoforo dei Navigli, a Milano.
L’ultimo pezzo, che dà il titolo all’intero album, è una ballata struggente in perfetto stile Capossela, bella quanto le altre, forse di più. Arriva come un lieto fine a rinfrancare l’animo di chi ha ascoltato fin qui, a calmare le acque tanto agitate del brano precedente ed è l’invocazione conclusiva che chiude il cerchio del disco. La musica di questo brano risale a molto tempo fa, dieci anni, ma soltanto ora ha trovato la completezza perché, come ha spiegato l’autore, bisogna saper riconoscere quando le proprie creature sono mature e bisogna inserirle nel disco giusto; “questo era il disco giusto!”.
Una curiosità: il CD si può comprare, a scelta, nella classica custodia di plastica o in quella, più ecologica e regale, in cartoncino.

Andrea G.

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