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Dal 1960 una scia di crimini

Mobutu: il regime indifendibile

Giornalista alcolizzato, spietato assassino, uomo forte e amico personale dei presidenti di Stati Uniti e Francia: Joseph Désiré Mobutu ha preso il potere negli anni ’60 e ha governato per 30 anni con la collaborazione di tutti. Per la sofferenza del popolo congolese nessuno è esente da colpe, nemmeno gli stessi congolesi.
12 aprile 2005 - Alessio Antonini

MOBUTU E IL MOBUTISMO
Nato il 14 ottobre 1930 a Lisala, studente presso una scuola cattolica, a 19 anni Joseph Désiré Mobutu entrò nell’esercito e raggiunse il grado di sergente maggiore, il massimo consentito a un nativo. Lasciò l’esercito nel 1956 e divenne giornalista. Grazie al suo lavoro, entrò in contatto con Patrice Lumumba e lo rappresentò ai colloqui per l’autodeterminazione del Congo (1959), poiché il leader nazionalista era carcerato.
Dopo l’indipendenza (1960), in seguito all’ammutinamento dell’esercito, ancora guidato da quadri belgi, Mobutu fu promosso capo di stato maggiore dell’Anc (Armée nationale congolaise) e giocò un ruolo chiave nella rivalità tra il presidente Joseph Kasavubu e il primo ministro Lumumba, esonerato dal suo incarico il 5 settembre 1960. Tre settimane dopo, con un colpo di stato appoggiato dagli Usa, diede vita a un governo provvisorio, composto principalmente da studenti universitari e graduati, che rimpiazzarono il Parlamento per sei mesi, fino al febbraio del 1961.
Nei quattro anni seguenti, mentre si susseguivano deboli governi civili, il potere reale era in mano al «gruppo di Binza», sostenitori di Mobutu, residenti nell'omonimo quartiere della capitale.

Nell’aprile 1965, in un clima di truffe e intimidazioni, si tennero nuove elezioni generali, in cui parteciparono oltre 200 partiti. Il Conaco (Confederazione nazionale delle associazioni congolesi), nuovo partito organizzato da Ciombe, ottenne la maggioranza dei deputati in Parlamento; ma il presidente Kasavubu, convertitosi al nazionalismo, diede l’incarico di formare il governo a Evariste Kimba, del Balubakat (Baluba del Katanga), partito di opposizione all’ex secessionista.
Kimba rimase in sella per 39 giorni, senza la fiducia del Parlamento, finché fu sostituito dal colonnello Léonard Mulumba, incaricato di formare un «governo di unità nazionale», con l'eventuale partecipazione di Mulele e Soumiolot.
Mobutu dichiarò che non «accettava la collaborazione di assassini» e il 25 novembre fece un altro colpo di stato: depose primo ministro e presidente, prese in mano le redini del potere, si autodefinì «padre della nazione» e cominciò a smantellare la «prima repubblica» e fondare la «seconda». Ridusse le 21 provincette a 8 province, più la regione della capitale; fece una nuova Costituzione in cui il presidente era capo di stato e del governo, comandante in capo delle forze armate e di polizia, ministro degli esteri; aveva il potere di nominare e dimettere i capi dei dipartimenti, i governatori delle province, i giudici dei tribunali, compresi quella della Corte suprema di giustizia.
Aboliti i partiti e ogni attività politica, Mobutu fondò il Movimento popolare della rivoluzione (Mpr), unico partito legale del paese, definito «istituzione suprema della Repubblica», unico veicolo per partecipare alla vita sociale e politica del paese. Il suo ruolo si estendeva automaticamente agli organi amministrativi centrali e provinciali, ai sindacati, movimenti giovanili e studenteschi.
Compito del Mpr era pure la diffusione del pensiero «presidente-fondatore» (altro titolo di cui si fregiava il dittatore). Nazionalismo, rivoluzione, autenticità erano i temi fondamentali del «mobutismo». Il nazionalismo, inteso come raggiungimento dell’indipendenza economica, sfociò in un ampio programma di africanizzazione, nazionalizzando le imprese straniere, cominciando da quelle del settore minerario. Per rivoluzione si intendeva ripudio del capitalismo e del comunismo. L’autenticità significava il ritorno alla cultura tradizionale, per cui furono cambiati i nomi delle città di origine belga; lo stesso Congo diventò Zaire. Furono aboliti i nomi cristiani e imposti quelli tradizionali. Lui stesso cambiò Joseph Désiré con «Sese Seko Kuku Ngbendu wa za Banga» che significa «guerriero irresistibile, che andrà di conquista in conquista lasciando il fuoco dietro di sé». Espressione di autenticità divenne l’abacost, uniforme simile a quella di Mao Tsetung, che sostituiva giacca e cravatta della foggia occidentale.
L’ambizioso programma di sviluppo lanciato da Mobutu non diede risultati soddisfacenti e rivelò tutte le sue contraddizioni, tanto che nel 1976 il dittatore riammise le imprese straniere. Lo Zaire rimase dipendente dai proventi derivanti dalle esportazioni del rame e il calo del suo prezzo sui mercati internazionali provocò l’aumento vertiginoso del debito estero, che nel 1980 superò i 4 miliardi di dollari.
Ogni eventuale opposizione politica e scontento popolare venivano schiacciati con brutali repressioni: 4 personalità chiave della prima repubblica, tra cui l’ex primo ministro Kimba, furono impiccati nella capitale, dopo un processo farsa. Molti leaders politici continuarono a sfidare il regime nelle province del Kivu e Alto Zaire, dove si erano rifugiati. Nuovi tentativi separatisti del Katanga (rinominato Shaba), provocati da ribelli sostenuti dall’Angola, furono definitivamente soffocati nel 1977 e 1978 con l’aiuto della Francia e del Marocco.

La corruzione a tutti i livelli e il saccheggio delle ricchezze del paese (per cui il regime di Mobutu venne sarcasticamente definito una «cleptocrazia») aggravarono la crisi economica, che agli inizi degli anni ’90 raggiunse il culmine. Il dittatore era considerato tra i più ricchi del mondo, grazie all’avidità con cui depredava le fortune della sua nazione: il suo patrimonio «liquido» era stimato in 4 miliardi di dollari (pari al debito estero del paese), senza contare partecipazioni azionarie e beni immobiliari.
Ma con la fine della guerra fredda e il ritiro dell’appoggio sovietico e cubano all'Angola, Mobutu perse molti degli aiuti provenienti dai paesi occidentali, sempre più insofferenti per le tangenti che le società erano costrette a pagare a un regime ultracorrotto. Pressato dall’opposizione interna e dalla diplomazia internazionale, nel 1990 il dittatore annunciò il ripristino delle libertà politiche e nel 1991 legalizzò i partiti di opposizione.
Il regime cominciò a perdere pezzi. La «Sacra unione», raggruppamento di 9 partiti, formò un governo ombra e si appellò alle forze armate perché deponessero Mobutu. A chiedere le dimissioni scesero in piazza studenti e sindacati, le masse esasperate dall’inflazione spaventosa (arrivata a 16.000% nel 1992) e dalla svalutazione della moneta, e perfino reparti dell’esercito. La repressione delle proteste causò migliaia di morti in tutto il paese.
Per due anni la Conferenza nazionale, convocata per redigere una nuova costituzione, fu sistematicamente osteggiata da Mobutu. Nel gennaio del 1994 la Conferenza nazionale e l’Assemblea nazionale, favorevole a Mobutu, formarono un Parlamento di transizione che fissò una scadenza di 15 mesi, entro cui svolgere un referendum costituzionale e libere elezioni. In giugno Joseph Kengo Wa Dondo fu eletto primo ministro: il governo da lui nominato vedeva una partecipazione paritaria di membri dell’opposizione e membri del partito del presidente.

Alla critica situazione interna si era aggiunto, nell’aprile 1994, il conflitto scoppiato nel vicino Rwanda, che due anni dopo coinvolse lo Zaire. Nell’ottobre 1996, un veterano della ribellione «mulelista», Laurent Désiré Kabila, alla guida delle truppe dell’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo, invase le regioni sud occidentali dello Zaire, conquistò la provincia mineraria dello Shaba e continuò la sua avanzata verso la capitale, chiedendo la resa incondizionata di Mobutu.
Sostenuto dalla Francia, Mobutu cercò di salvare il salvabile, proponendo la formazione di un governo allargato a tutte le forze di opposizione, compresi i ribelli di Kabila. Vani furono le mediazioni dell’Onu e del Sudafrica. Oramai l’amministrazione americana aveva scaricato il suo pupillo e appoggiava più o meno apertamente le forze di opposizione.
Il 18 maggio 1997 i ribelli conquistarono la capitale Kinshasa, abbandonata pochi giorni prima da Mobutu e da quello che rimaneva del suo esercito. Kabila si autoproclamò presidente del paese, cambiandone il nome in Repubblica democratica del Congo. Mobutu si rifugiò in Marocco, dove morì lo stesso anno.

B.B.
I corpi di 100 studenti massacrati giacevano in piazza, il vicepresidente Gabriel Yumbu era appena stato assassinato dalla polizia politica, il deputato Guillaume Lubaya era finito in pasto ai coccodrilli e i ministri Jerome Anany, Alexander Mahamba, Emmanuel Bamba ed Evariste Kimba dondolavano ancora sulla forca, quando le diplomazie dei paesi occidentali salutarono l’arrivo della democrazia in Congo. Incuranti delle palesi violazioni dei più banali principi di decenza umana, il presidente statunitense Lyndon Johnson, quello francese Charles de Gaulle e re Baldovino del Belgio si congratularono per la splendida vittoria politica del nuovo sovrano dello Zaire Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za Banga, fino a quel momento noto semplicemente con il nome di Joseph Mobutu, un giornalista alcolizzato.
Fronte alta, occhiali con montatura nera ed espressione perennemente tranquilla, Mobutu divenne presidente nella notte tra il 24 e il 25 novembre del 1965, con l’appoggio dei servizi segreti di mezzo Occidente, che accettarono la versione di massima sul concetto di governo del dittatore: «La democrazia si può pure applicare - continuava a dire - anche se non proprio alla lettera».

SOSTEGNO AMERICANO

La reazione del popolo congolese fu immediata e il paese in poche ore tornò indietro nel tempo accettando le sue regole tribali. La venerazione del capo tribù, al di là di ogni limite, come fosse un dio, divenne la regola-guida di 30 anni di storia. Parigi e Washington non si erano accontentati di aver organizzato l’omicidio del primo e unico presidente congolese eletto, Patrice Lumumba, indubbiamente in odore di marxismo: vollero anche calcare la mano e mettere alla guida del paese centroafricano un fedele alleato dell’Occidente, nonostante la sua fama di assassino.
A sentire le testimonianze rilasciate dal colonnello della polizia segreta belga Louis Marlière e dall’agente speciale della Cia Lawrence Devlin, «i servizi d’intelligence francesi, belgi e statunitensi pensavano a Mobutu già dagli anni ’60, anche se tutti erano consapevoli della sua propensione al tribalismo e alla corruzione».
D’altronde il 14 novembre del 1960, in occasione dei gravi disordini che attraversarono il Congo, fu proprio un misterioso agente di Washington, inviato personalmente dal presidente J. F. Kennedy, a indicare Mobutu per l’incarico di presidente. Quello che è certo è che gli Stati Uniti gli fornirono negli anni i mezzi e le risorse necessarie, fino a versare annualmente 331 milioni di dollari, camuffati in aiuti umanitari per garantire la sua sicurezza.
Una volta insediato sulla poltrona presidenziale Mobutu decise di porre fine a qualunque embrione di rivolta, inviando l’ambasciatore Justin Bomboko a Brazzaville per richiamare il leader separatista Pierre Mulele in patria dietro la promessa di un incarico ministeriale. Inutile aggiungere che, al suo arrivo a Léopoldville, Mulele non trovò alcuna delegazione ad aspettarlo, ma fu sbrigativamente sequestrato dalla guardia presidenziale che lo torturò a morte, costringendolo a svelare i nomi di tutti i possibili nemici di Mobutu.
I governi occidentali, comunque, erano disposti a chiudere un occhio sulle attività criminali di Mobutu solo nel campo dei diritti umani: a meno di un anno di distanza dal colpo di stato, infatti, Parigi inviò l’economista Higues Leclercq per fare da consigliere economico del nuovo governo congolese. Tuttavia, nonostante la sua presenza e quella di numerosi testimoni della spietatezza del dittatore, i crimini verso i presunti oppositori politici continuarono in modo sistematico, sapientemente alternati a periodici bagni di folla in patria e all’estero: quando Mobutu si recò per la prima volta a Washington, per incontrare l’allora presidente Richard Nixon, il viaggio si trasformò immediatamente in un successo senza precedenti per un capo di stato africano. Le immagini di Mobutu in smoking che saluta New York dall’ultimo piano dell’Empire State Building furono interpretate dai telegiornali dell’epoca come una grande speranza per l’Africa.
Gli investimenti, infatti, arrivarono a pioggia anche dai vertici della Fiat, con il sostegno del governo italiano; si moltiplicarono gli incontri diplomatici: tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, l’ormai incontrastato re del Congo incontrò la regina d’Inghilterra Elisabetta II a Londra, l’imperatore giapponese Hiroito a Tokio e il presidente cinese Mao Tze Dong a Pechino.
Al grido di «noi seguiamo l’uomo solo: un solo capo, un solo popolo, una sola nazione» il popolo congolese ha sostenuto il suo padre-padrone con slancio e devozione, riconfermandolo a elezioni palesemente truccate per ben due volte nel 1972 e nel 1979. «Noi non abbiamo bisogno dell’opposizione - spiegava Mobutu ai giornalisti stranieri che lo interrogavano sulla totale mancanza di democrazia nel paese -, noi siamo dei bantu. Non siamo cartesiani come gli occidentali. Siamo contrari all’opposizione, siamo favorevoli alla giustapposizione».
Ciliegina sulla torta, nei due plebisciti furono presentate due schede: una verde «per l’unità e la pace» che confermava la carica di Mobutu e una rossa «per il cambiamento e il disordine».
Tuttavia, già agli inizi degli anni ’70, il clientelarismo e la corruzione del regime danneggiarono irreversibilmente il tessuto economico del paese che dovette affidarsi sempre di più al debito pubblico, parte del quale finiva puntualmente nelle tasche della famiglia Mobutu e dei suoi amici che, in 30 anni, hanno accumulato almeno 8 miliardi di dollari.
Per affrontare la situazione, il governo varò un piano di nazionalizzazione delle industrie congolesi noto con il nome di zairizzazione: in breve Léopoldville divenne Kinshasa, Elisabethville Lubumbashi e Stanleyville Kisangani. Il Congo fu chiamato Zaire e Mobutu divenne il Grande Leopardo e diede inizio a spettacoli autocelebrativi, basati essenzialmente sul culto della personalità in linea con la tradizione tribale del paese.
Nel frattempo la banca centrale continuava a essere usata come salvadanaio per dare al popolo opere di magnificenza e generosità populista e per garantire lunghi soggiorni alla famiglia Mobutu nella splendida baia francese di Cape Martin, dove tutte le autorità europee incontrarono il Grande Leopardo per stringere affari nazionali e personali.
Nel 1980 Mobutu ricevette la visita di Giovanni Paolo ii e la sfruttò a suo favore: il giorno prima dell’arrivo del pontefice, il dittatore volle regolare la sua situazione morale, chiedendo al vescovo di Kinshasa di celebrare le nozze nella cattedrale della capitale congolese. Come è solito nelle sue visite pastorali, il papa ringraziò per la calorosa ospitalità del popolo e delle autorità congolesi, senza interferire nella situazione socio-politica provocata dalla dittatura.
Nel 1988 anche George Bush, al ritorno da un proficuo viaggio d’affari per assicurarsi l’esclusiva sull’estrazione del cobalto congolese, indispensabile per numerosi processi industriali, spese parole di riguardo nei confronti del più efferato dittatore africano definendolo «il più valido alleato di Washington in centro Africa».
L’anno seguente, però, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda costrinsero tutte le diplomazie occidentali a rivedere il loro schema di alleanze: l’amicizia con un dittatore sanguinario, sospettato di mangiare il fegato dei suoi nemici politici, non era più giustificabile agli occhi dell’opinione pubblica con lo spauracchio del comunismo. Il 24 aprile del 1990 anche Mobutu fu costretto, su pressioni occidentali, ad aprire al multipartitismo e a concedere ampi spazi alle opposizioni politiche.
Dal 1992 al 1997, quando i ribelli di Laurent Désiré Kabila rovesciarono definitivamente la dittatura, il paese fu lasciato sprofondare nell’anarchia e divenne preda facile degli eserciti dei paesi confinanti e dei militari della polizia segreta di Mobutu. «Siamo diventati ratti - ha detto una mamma in lacrime ai primi giornalisti europei che ripresero lo sfascio del regime -; ratti da schiacciare».
E così pare siano rimasti tuttora i congolesi a causa di interessi più grandi di loro.

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