Latina

L’informativa della ex presidenta cilena è a senso unico

Venezuela: le ambiguità del rapporto Bachelet

Mai menzionato il golpismo sostenuto dagli Usa e le guarimbas
22 luglio 2019
David Lifodi

rapporto Bachelet

Su Rebelión Pedro Santander ha definito Michelle Bachelet “una socialista formata a Washington” e, in effetti, a leggere il rapporto redatto dall’ex presidenta cilena sul Venezuela in occasione della sua visita nel paese della rivoluzione bolivariana dal 19 al 21 giugno scorso, vengono molteplici dubbi circa la sua credibilità. L’informativa dell’Alta Comisionada para los derechos humanos all’Onu, questo è l’attuale incarico ricoperto da Bachelet, si è basato infatti su 558 interviste con vittime e testimoni delle violazioni dei diritti umani nel periodo gennaio 2018-maggio 2019, tuttavia sono in molti a sostenere che gran parte degli interpellati viva fuori dal Venezuela. Delle 558 interviste realizzate, 460 sono state condotte in Spagna, Cile, Argentina, Colombia, Ecuador, Brasile, Messico e Perù.

Bachelet, già vittima del terrorismo di stato all’epoca della dittatura militare di Pinochet in Cile, ha incontrato rappresentanti della società civile, dei partiti politici, ministri e lo stesso presidente Maduro, ma ha stilato un rapporto molto ambiguo che, secondo alcuni tra i suoi maggiori critici, sarebbe stato scritto direttamente a Washington.

In particolare, Bachelet sembra aver ignorato completamente il contesto latinoamericano in cui lei stessa vive. Mancano farmaci essenziali in quattro tra le principali città del paese, compresa la capitale Caracas, sostiene Bachelet, ma nemmeno una volta la ex presidenta ha citato tra le cause della grave situazione sanitaria venezuelana il blocco economico imposto dagli Stati uniti. Inoltre, nel suo stesso paese, il Cile, oltre novemila persone sono decedute, nei primi sei mesi del 2018, mentre si trovavano in lista d’attesa per interventi all’interno del sistema sanitario pubblico, secondo i dati divulgati dal Ministero della sanità a Santiago del Cile.

Anche il quotidiano messicano La Jornada si interroga sulla credibilità del rapporto Bachelet sul Venezuela, sottolineando sia l’utilizzo in chiave destabilizzante e golpista dei social network sia l’attribuzione della crisi umanitaria in corso interamente alla presidenza Maduro. E ancora, pur avendo incontrato sia i gruppi dell’opposizione al governo democraticamente eletto sia i familiari delle vittime delle guarimbas, quest’ultime non vengono mai citate. Gli episodi di violenza, nel rapporto Bachelet, sono tutti ascritti alle forze di sicurezza fedeli alla rivoluzione bolivariana. “Ha manipolato e distorto i fatti senza spiegarne le cause” è una delle critiche più ricorrenti a Michelle Bachelet e alla sua informativa.

Il Venezuela bolivariano ha presentato 70 osservazioni rispetto al rapporto Bachelet, a partire dai progressi compiuti in materia di diritti umani, contestando inoltre la totale assenza di menzioni relative ai programmi sociali, come sottolineato dal ministro dell’Istruzione Aristobulo Isturiz. Inoltre, sempre da Miraflores, ritengono ben strano che nell’informativa non venga mai fatto riferimento né alle sanzioni imposte dagli Stati uniti né ai continui tentativi di destabilizzazione organizzati contro il governo almeno a partire dal 2002. Un rapporto del genere, così sbilanciato e apertamente contrario alla presidenza Maduro, ha sorpreso un po’ tutti perché la stessa Bachelet aveva dichiarato di essere stata accolta dal governo senza alcun problema sul proprio territorio. In molti, ad esempio, si sono chiesti il motivo per cui doña Michelle non abbia incontrato, tra le tante vittime delle guarimbas, la madre del giovane Orlando Figuera, ucciso in occasione dei moti di piazza dell’aprile 2017, promossi dall’opposizione nel tentativo di assestare una spallata definitiva al chavismo.

E ancora, come mai Bachelet non ha fatto alcun riferimento alla presenza nel paese di un presidente autoproclamatosi tale senza esser stato votato da nessuno? Anche questa resterà una domanda senza risposta. È vero che in occasione dei suoi due mandati (non consecutivi) alla guida del Cile Michelle Bachelet si era allineata all’Alianza del Pacífico, apertamente filo-Usa, ed aveva mantenuto in vigore la Ley Antiterrorista varata da Pinochet e ancora oggi utilizzata come arma di repressione contro i mapuche, ma si trattava pur sempre della prima donna insediatasi alla Moneda, figlia del generale Alberto Bachelet, accusato di tradimento da Pinochet per non essersi piegato alla dittatura militare e morto nelle carceri del regime. La stessa Michelle Bachelet è stata a sua volta rinchiusa, all’epoca di Pinochet, nel centro di tortura di Villa Grimaldi, per cui dovrebbe aver ben presente che legare il suo nome ad un’informativa del genere non fa altro che resuscitare quel Gruppo di Lima composto dai peggiori nemici dell’integrazionismo latinoamericano.

Purtroppo il rapporto al veleno di Michelle Bachelet finirà per fornire un’arma in più agli Stati uniti e ai suoi luogotenenti nel continente (Brasile, Argentina, Perù, Colombia, Paraguay ecc…) impazienti di far cadere una volta per tutte la rivoluzione bolivariana.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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